favole anacoretiche/1

11 Gen 2016
una sorta di dispersione
c’è – come dire – una sorta di dispersione
per aria o in terre conosciute, avìte,
delle acque seminali dei possessi,
possessi confinari, avari nel frutto, ma certi,
e vecchi di ruderi oltremonte,
cui andarono non rare, come oggi, cavalcature –
ma ne sappiamo dire, ne sappiamo forse
la loro rimarginabile sostanza
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Sole e lutto (di Josep V. Foix)

11 Mar 2013

foix

Sole e lutto, con che atavica veste,
Sovente attraverso la più nera desolazione,
Il prato trascurato, la montagna tagliente,
E gorghi profondi che mi fermano, astuti.

Dove sono? mi dico. Per quale vecchia terra,
O cielo morto, o mute transumanze,
Pazzo, chiesi? E verso quale stupore di luce
Nascosta, vado con la sconfitta del viandante?

Eterno e solo, m’è presente il paesaggio
Pasciuto del millennio, e non m’è ignoto l’ignoto:
A tutto sono nato; nel deserto più asciutto

O sulla cima innevata, ritrovo un luogo, quello
Del mio vagabondaggio. E Dio in agguato
Per possedermi in tutto. O il diavolo, il tranello.


riviste/Le (quartine) # 7-12

22 Nov 2012

(…)

7.
Sperimento l’insonnia come un bene
a parte, mai lo stesso bene del giorno
successivo, per quella sbornia che trattiene
un mondo, parole, segnature del ritorno.

8.
Un piccolo e nodoso codice, o radice,
piuttosto, di una legge di padri luminosi,
brandirlo, onorarlo, contro il falso che dice
solo un presente oscuro, di estimi fallosi.

9.
Dopo – la rima d’un postumo, ripensato prima
consola a torto della vita priva,
plena, pregnata d’artifizio, umore
insano, dell’in prigione che simula festiva.

10.
Nel sogno del mio sonno a volte nuoto,
lenta bracciata nel corso d’acqua scura,
notte che non è notte, è mare vuoto,
la domandina folle di quest”impostura.

11.
Fatemorgane insulse ho superato
o l’insulso fui io, passando il mare ? –
chiedo, nel segno dell’interrogato,
che segna il passo, senza ritornare.

12.
Amare febbri a primavera, nella lingua
delle correnti omeriche e di lampare
placide, ché il calamaro si spera non distingua
l’attrattiva luce nel fresco, al suo imboscare.


riscrivo/Le (quartine)# 1-5

21 Nov 2012

Certo del sangue, del fiume traversato,
a un dopo della manifattura e del telaio,
al deserto capitale, al male edulcorato,
era la piazza ieri, l’essenza del merciaio.

2.
La diaccia architettura ci descrive,
gli spazi vuoti del passato umano,
bureax marciti tra presenze schive,
gente da fuori, scampati, da lontano.

3.
Il ciclico azzardo di Bisanzio grava,
grigia ipoteca sulla civica visione.
non fu solenne il cedere alla fuga
nel lume indenne della possessione.

4.
Sempre in cerchi concentrici si segna
quel perdersi infinito dentro il mondo,
dei padri, delle madri, che non degna
l’epoca, il tempo allo sprofondo.

5.
E non ha luce che dia luce vera
la pienezza del marchio, in un mercato
d’immagini in omaggio, da bottega nera
del corpo umano, affitto o comodato.


L’OLIVO – di Guido Ballo

17 Giu 2012

Guido Ballo, poeta, critico d’arte e letterario, è stato un protagonista del Novecento artistico. Nato ad Adrano (CT) nel 1914, il suo percorso di uomo di cultura è in gran parte segnato dalla presenza di Milano, dove visse dal 1939 e dove si legò ad artisti come Arnaldo Pomodoro e Lucio Fontana ed a poeti come Vittorio Sereni e Giovanni Raboni (e dove scomparve nel 2010). Docente all’Accademia di Brera di Milano, fu un grande innovatore nell’arte e nella poesia. Curò grandi mostre (quelle dedicate a Boccioni, Fontana, Munch e “Le origini dell’astrattismo”) e fu autore di diversi volumi dedicati all’astrattismo ( “Occhio critico” 1 e 2, “La storia dell’arte italiana”, “La mano e la macchina”) e si occupò di arte e letteratura sulle terze pagine dei quotidiani Avanti! e Corriere della Sera. Come poetà pubblicò varie sillogi, tra cui L’albero poeta(1966), con acqueforti di Enrico Baj e Lucio Fontana, I ricatti (1969), Mad (1970), Alfabeto solare (1973) e Sicilia controcanti (1975).

Non ignorando il rapporto tra parola e oralità della stessa, nel ’72 pubblicò un disco, Metràpolis, in cui recita alcune sue poesie con un accompagnamento musicale.

Da Sicilia controcanti (1975, Guanda ed.) – raccolta di testi poetici, a partire dal dato memoriale, in cui il gusto poetica per la nominazione è tutt’uno con la passione filologico-etimologica – proponiamo il testo L’olivo (E.D.L.).

***

L’OLIVO

L’olivo di Sicilia elàifa elàia

olìvum sui declivi foglie lievi

che fremono al vento elàion

lèios òleum si contorce al

sole nel tronco nei rami

con nodi antichi àlev per dare

tutto di sè elàia olìvum.


Letture/1: BALLABILE TERREO, di Laura Liberale (ed. D’If, Napoli, 2011)

6 Ago 2011

Di Ballabile terreo, di Laura Liberale, pubblicato da D’If edizioni, ho avuto la fortuna di assistere ad una anticipazione pubblica, ovvero alla lettura di estratti da parte dell’autrice, nel corso del Premio Miosotis 2010, nella cui occasione il libro è stato premiato.

L’occasione alta di questa silloge-poemetto è fornita dalla scomparsa, per malattia, del padre Alberto, di cui già il titolo “Ballabile terreo”, coraggioso e vertiginoso anagramma del nome-e-cognome, reca traccia, forse testimonio di un legame quasi “plantare” al suolo della terra viva (e il ballo è questo, legame e scioglimento dal peso del legame, affondamento ctonio e trascendere aereo); un ballabile che ci piace rassomigliare al ballabile delle musichette da fisarmonica diatonica dell’antica provincia italiana.

Con l’arma, di seguito a più riprese brandita, di un’apparente ed amara ironia contro la realtà del dolore, sovente oltre le coordinate spazio-temporali, si percepisce al contempo il taccuino di viaggio e il rendiconto ossessivo di una presenza-assenza (Sei tu./La bolla del tuo nome/che ci esplode nelle orecchie), attraverso il tratto memoriale, il canto sommesso, il pianto non taciuto, per giungere senza timore alla voce di una presenza altra, di una compresenza (O luce che fai strada./O fuoco che non bruci più ma guidi). La realtà materiale del dolore come evento di un trascendere, già anticipato dai fatti della vita, che appare di una forza espressiva che prescinde dalla “letteratura”, nascendo in modo inconsueto dai legami della vita; la realtà della morte che diviene quello che Aldo Capitini chiamava “la compresenza dei morti e dei viventi”, un concetto di ascendenza indiana (fra l’altro, l’autrice è anche un’indologa della tradizione universitaria torinese che fu Martinetti e di Zolla) che credo sia presente in questi testi, al pari della capacità di commozione creaturale, come dell’attenzione ai nomi come segnature luminose di nascite e e costanti rinascite. In luogo di poesia che produce poesia, in questo libro (come, d’altronde, nel suo precedente “Sari”, dedicato alla figlia) un legame che genera poesia che, a sua volta, miracolosamente, rinnova un legame.

________________

ALCUNI TESTI:

 Per cortesia, ne ascolti il suono:

adenocarcinoma

un settenario, dottore, dunque cantabilissimo.

Senta come s’impone, pagano e orfico

con le sue prime tre.

Come vada poi a strozzarsi sulla quinta

quasi prendesse di sé quel tanto di paura

(se prova a dirlo piano

è lì che in bocca fremono le salivari).

Con le restanti due tutto è compiuto

la chiusa del definitivo.

Ma ha mai pensato che fa rima

con pleroma e aroma?

Che abbia anch’esso tutta una pienezza

l’effluvio di se stesso o qualcos’altro?

Qualcosa che ci sfugge per terrore?

***

Qui l’arrotino arriva in auto

megafonando, attento alla dizione

l’elenco delle sue prodezze

(“Ripariamo anche cucine a gas”

è di certo il pezzo forte).

Quello delle mie vacanze piccole

appariva fra salice e cancello

(un quadrato di Oz per l’uomo di metallo

sulla bici trasformata in officina)

in tuta blu, naturalmente

Mulitta, mulitta”

metteva quasi i brividi il rombo della voce

ed era tutto.

Stridevano sulla mola le cicale dell’estate.

E intanto s’affilava ciò che aveva da affilarsi.

***

(A Maurizio, che ti ha preceduto)

Non giuratemi il dopo.

Una presenza di trecce d’aria e luce

da sciogliervi addosso.

È alla carne che dovevo annodare i miei bambini

per portarne la crescita ogni giorno

come un serto difeso alla madre.

Perciò non giuratemi il dopo.

Mozzatevi le lingue

con la mia mozzata giovinezza.

***

Percorro il bosco

per il tempo d’un pianto

che non abbia a indebitarsi

con orecchie umane.

E se chiamo mio padre

è perché nel bosco c’è il suo odore

e il nome non disturberà

l’oratoria inane delle foglie.

Poi un capriolo taglia il sentiero

e la sorpresa mozza il pianto.

Il bosco ha dunque pietà di me.

Ha ascoltato la preghiera di mio padre:

Leniscilo il dolore a questa figlia

regalale un miracolo animato”.


lumina et semina (in valle d’Agrò)

29 Lug 2009

SANY1360

Lumina et semina (in valle d’Agrò) – poemetto inedito 2007-2008

1.
Quarantena delle madri,
l’impastata notte di carbone e latte,
dietro il Coro, intorno alla fontana
delle mormoranti nostre brocche,
si tace del ritorno dell’acqua
a Selino, dopo anni di secca,
per la prossima festa, per la
devozione dell’urna al plenilunio.
Indugiare, sorelle, ave, nella conta dei morti,
pienamente parlare ed affidare
alla pazienza solare dei terrazzi,
è argento che il vivente strania, una fuga
ed un fiato montano improvviso.

2.
Ancora, una prece per mio padre,
ma l’assenza ha partorito ricche
le sofferenze del nostro canto, ma la presenza
ha avuto un cardine raccolto e una compresenza
abbiamo percepito, non un consumo
del tempo da bestie ruminanti, non
una voce che si sia perduta nella fuga.
Costanza del paesaggio, da Ciappazzi,
ove i morti hanno la luce ultima e aurorale,
e il fiume reca una sinuosa, femminile
grazia della fertilità, ma uccide nel corpo
i portatori, salvi per un giunco, un olivastro.
Dalle piene non una salvezza, ma un rifiuto,
e una perdita è la volontà d’ognuno.
Dove la storia non sia mai rinascita.

3.
Ci si conosce per un nome oscuro nella comunità,
un soprannome preso da una storpia andatura
o da un dileggio di parente odioso, per le madri
resta un affare di secoli passati ed a venire.

4.
Dalla vista della Montagna, ove la vigna ha avuto
un rapido espianto dall’erede esattore,
dalla Traversa dell’avo morto in febbraio
con l’amore del sole declinante nello sguardo,
fuggono ancora i muli e danno allarmi
di morte del freddo beato dei vecchi
alla luce lunare, il sangiuseppe del padre
alla madre del libro della tela.

5.
Fondato sullo storto, farnetico angolo del labbro,
si consegna al passo memore,
al cotto, al nero lavico ed all’arenaria,
spiega nell’estensione del percorso
dalla badia all’orto i lumi come
dispositivi, neri e gaudiosi lumi in valle.
Ma rappresaglia costante al papavero onesto,
ma assedio infinito ed al finito un empio
frutto della morente, della sorgente…

6.
Arrivarci, ai luoghi, e nel cavo una segreta
notizia – la fiera del desiderio d’alba,
anno per anno, con un foro al ciottolo
delle fondamenta, all’orazione un espianto
dell’arma dei monaci estinti, da Cesarea
al greto dei capri e degli ulivi.

7.
Vuoti come ombre, eppure sono
carne che vocifera, corpi di donna o d’uomo
con ogni alibi morale, cogli umori animali.
Per la semente, per la testimonianza
assente – il passo del dominio sui dirupi.

8.
Come una moneta di antico conio
che risuona a terra, nel distico
di un interstizio e lungo il tempo – nel tempio
sconsacrato d’ogni vicolo, senza
che un ciottolo leso e levigato possa
darsi pena della sottostante scure.

9.
L’ascensione dei morti lo affatica,
pavidi santi esausti scosta
dalla vista, allontana – questo drappello
fedele che è la vigna, dopo gli anni
tra i carruggi, le nebbie, i laghi crespi:
elevarsi e a sostegno il mandorlo
il ciliegio il noce a fuoco, col vicino
che devasta anni e zolle, con un volto
d’adulterio che lo fonda.

10.
Ancora i padri, ad accusarci.
Nel numero, nel nome,
nel novero degli anni.
Accusare, dovuto e meritato,
calpestare nel terriccio i favi
col miele fatuo, con l’eterna
diva del fausto falso.
Mercatura del belletto e dell’effetto…

11.
Con la costante abrasione
dei nomi sulle lapidi
procedono inermi al consumo dei giorni.
Giungono in settentrione voci sul paese
abbandonato a pochi vecchi senza ascolto,
ad altri che, irridenti e leggeri lupi,
ne sbranano le miserie, gonfiano e succhiano
la santa minna d’ostentato spreco.
Arriveremo ancora nell’umido dei solai, nelle cantine
ricolme – fuori dall’ingresso ci accucceremo
come cani pazienti, fiduciosi
nel ritorno del padrone e signore della casa.

12.
Dal passo della Granciara,
utero secco, pietra guanciale dei parti infimi.
In tre, questuanti una veglia
sul passato ed in cerca di cave,
di fornaci, di acciottolati miracolosi nella loro persistenza.

13.
In agguato un paternoster sulle labbra,
dalla visione ad oriente
dei santi taumaturghi nel settembre,
dal lazzaretto e dalla pieve
del santo seppellito.
Affidare al mare, senza un nome,
le ombre temibili del sonno,
invocando protezione, madre nera,
all’abbraccio dell’alba.

14.
Tentare l’ascensione
tra i sentieri invasi dalla storia,
dalle siepi di spine trionfanti.
Attrezzare non le mani,
ma il soffio con cui resisti
al sangue, ai graffi,
alle benvenute ferite.

15.
Con occhi ieri accecati
scoprire il verminaio
sotto il pietrame liscio, ora svelato.
Tutto, tutto sia capovolto
delle fatuità del solco seminale.
Tutto, tutto, il dio che vi persuade e tenta.

16.
Lo sguardo all’ava torna, alla madre
senza figlio. Caffè dell’alba e scongiuro
in faccia al mito che ignora,
sentire di una luce indivisa, piena.

17.
Nei volti si rivelano i volti
di madri e padri, ieri figli
alla fontana dietro il Coro.
Fateci ancora attingere, figli,
proteggeteci, in questo buio,
estinguete una sete
violenta di generazioni.

18.
Il fuoco dalla ferita
improvvisa del mare.
Trema la brocca del latte
sull’infante e sulle poche case.
E poi, dilavaci paternamente,
il mestruo del vallone
a liberarci da ogni colpa,
possessione della terra che abbranca.

19.
Neri suoni a costruire case,
dove l’acqua possiede il corso
dei corpi nell’agire. Nel mistero
della fondazione originaria,
dagli occhi verso oriente
l’ulivo con la vite ed ogni pietra
nell’utile erigersi.
Per vie d’acqua il legname
che tradimmo.

20.
Sabbia da costruzioni in cima,
tempio settembrino delle giovani carni,
le prime castagne con la banda.

21.
Con un sembiante di rappresaglia,
di volto morsicato, appeso, groppo
trattenuto da un sotterraneo immaginato
tra il portale barocco e la gobba eterna
delle colline dinanzi, ad un braccio dalle acque
della visione, è il sonno che precipita
nella coltre meridiana, il tessuto avìto
di calore, da telai nascosti, da richiami.

22.
Ah, segnature, lumi
della presenza, ai padri
in pura contraddizione d’eterni figli, nella valle
invochiamo un’assenza salvatrice
con una voce nascosta, incipitaria
d’una fine di roccia e di calcare.
Una minerale e silente accoglienza,
il tepore delle braccia che si ritrovano.
Il cunto e la canzone della febbre.

23.
Mater dolorosa e fiacca,
deipara la mole della madre,
la fata la velata la reina
del ciottolo valgo e d’un sabato tardivo.
Con la scienza capitaria del maggio
all’infanzia del vespero floreale
accadono la costanza dei gelsi
e una seta del ritorno in vita.

24.
Se mendicando il nome del padre
lo benedice, lo raccoglie e geme,
si chiede lungo un viottolo che i sassi
levigatezza assommino al muschio novello,
all’antico seme.

25.
Ascensione del santo solitario
come un padre che si slarga
e libera una luce, contenta
tra gli ulivi. Quanto al pietrame
intorno, chiedersi – puer aeternus –
della perfezionata permanenza
delle case, dei facitori antichi
dall’occhio saldo, dalla mano ferma.
Con un occaso nel restauro
dei segni, con un disegno blando
nella commorienza nostra.

26.
Una nudità inconsueta dei viventi
perviene negli anni al niente
di alcuni mistici. Negli anni
ed all’improvviso, con l’inaspettato
esplodere del vulcano.

27.
Lo zelo della genitura molesta
ci riaccoglie, calca
di demiurghi di nuove ombre,
di mercatanti di venti sterili.
Dall’assolato versante della collina,
una divinità gravida tace negli stasimi
della terra, Gurni Cristuri Briga,
con l’oblìo dell’ansia e del sudore,
senza attesa di frescura e di sostanza,
d’un olio che lenisca ogni freno,
d’una lampa che dia luce ai figli morti.

28.
In un’ascesi che non ha memoria, nulla
del deserto, ma una sorte di arenaria spenta,
col raccolto paterno, col racconto spezzato
in un’arabia di ruderi, nel greto
degli olivastri, nati a salvazione ed a sembianza,
in cima e col teatro celeste, ancora nulla.

29.
Lumi notturni come una corona
cimiteriale, col novembre che taglia
i volti a sera e al sole cuoce. D’una
vita da continuare, d’una pena
e d’una gioia tutta da celare
raccomandano i morti e tutti i vivi
che nessuno osa giudicare, assolti
come la piena dal dirupo.

30.
Ad una notte affida la luce, la voce,
alla morte della fatua vicenda, alla cenere.
Lazzaro della tela, da un maldestro
sonno della stirpe, rinviene un padre,
dall’intramata tessitura, siede e spezza
un pane caldo e versa l’olio dentro.
Tutta la perdita in un tepore di farina.

31.
Ancora un’ascesi del paterno
raccolto, in un’arabia di ruderi
solenni, manca l’abbraccio
che impasta ulivi ed uomini.
Senza che sia risorto il costruttore
del secco casamento, un nulla di pietre
nel greto delle piene, una consolazione
da olivastri, giganti pronti
a nessuna salvazione del morente.

32.
Qui non è segno raro, come
un destino che infine è tanta parte
che scusa, che una madre un padre
restino i vecchi orfani d’un figlio,
di giorno in giorno preso
da un oscuro fuoco e divorato.
In una casa vista dalle Rocche,
estraneità del tempo del cieco,
Biagia e Peppino sopravvissero a Giovanni.

33.
Nuove, forse nuove consolazioni di ciliegi a Mitta,
dai patronali fondi dei Puzzolo, dove l’acqua
riporta, rinascendo a dignità sorgìve.
Non ancora, non più
sapere del caruso e del calcio d’asino
sulla sventatezza accesa. Ci siamo –
è la frescura, l’aria ove
finito ed oltre ci rimbrottano.

34.
La nudità del piede, del calcagno vizzo non conosce
se non il masso, i suoi secchi licheni.
Da Cristuri alla Fornace, a Pragò
l’occhio raccoglie il manto
di cui artefice è il merlo, o la ciaula,
con il seme malfermo nel becco.
La quercia roverella, il bagolaro, invadono
tutte le armacie dell’uliveto ch’era un monte
e un mondo, andato in una fiamma
non di roveto ardente, ma di sperpero deserto.

35.
Lumi, segnali, segni, signature,
semi di luce, sementi del chiarore
illùne, un’assenza nel guscio,
nella vagina asciutta della terra,
insediamo per verba gli atti
dell’ostinazione della presenza vana, liberiamo
lo sguardo, ammutoliamo con i nostri morti.

36.
Remote piante dell’“a poco prezzo”
d’un velo che si squarcia, recante mercanzia
del rimpianto sgranato allo strapiombo
della Granciara, sempre un volto accompagna
ogni ritorno, un canto irriducibile al calcare
della cava obliata, dello scalpello smesso.
Un consenso di sguardi ci contorna
ed una lama bionda dall’oriente.
Ad un commiato prossimi nel vino
che riconsacra il sonno e nuove veglie.

37.
Una riduzione del vento
ad un respiro, ad un silente
bassocontinuo: un’ora piena
di vestigia innominate
s’appressa al sonno meridiano.
Rechiamo ai morti di Ciappazzi
non i fiori, ma le erbe delle alture,
nepitella ruta menta origano finocchio,
ad alleviare il peso del paesaggio.
Amici levano l’occhio ad un saluto –
uguali siamo un prodotto ed una merce.

38.
Nomi d’eremitaggi o di giudecche
abscondite, nomi di possidenze, un vuoto
d’aria nell’incendio, una ricchezza
di fuga nella brezza assicurata
lungo il vallone che porta a Rina.
Chiediamo lumi sul sentiero del pesce.

39.
L’anacoreta chiama tutti,
anche alla distrazione
degli averi, al tradimento
dell’ora presente. Ieri un padre
recita gratitudine del figlio
ritrovato nel ritorno: ieri, padre.
come una corona di sacro spino.

40.
Fontana ultima alla brocca e sorgente,
dove riappare il chiarore iniziale, da
insaccare per risarcire la fine del viaggio.
Aggiungono le madri altre parole,
note, nomi come cose, che premono
tra l’odore prossimo del forno, ostie
somministrate dalle donne,
da deglutire senza masticare
nel paese-altare antemarino.
Nomi da proferire come scale in pietra
che il piede nudo ascolta, divenuto
la leggerezza dell’infamia,
il segno del tradire degli eredi.