Quartine quartane#

1.
Certo del sangue, del fiume transitato
a un dopo della manifattura e del telaio,
al deserto capitale, al male edulcorato,
era la piazza ieri, l’essenza del merciaio.

2.
La diaccia architettura ci descrive,
gli spazi vuoti del passato umano,
bureax marciti tra presenze schive,
gente di fuori, scampati da un lontano.

3.
Il ciclico azzardo di Bisanzio grava,
grigia ipoteca sulla civica visione.
non fu solenne il cedere alla fuga
nel lume indenne della possessione.

4.
Sempre in cerchi concentrici si segna
quel perdersi infinito dentro il mondo,
dei padri, delle madri, che non degna
l’epoca, dove il tempo è allo sprofondo.

5.
E non ha luce che dia luce vera
la pienezza del marchio, in un mercato
d’immagini in omaggio, da bottega nera
del corpo umano, affitto o comodato.

6.
Oggi mio padre avrebbe anni ottantotto,
pura memoria del rosso che dettava,
dentro il bene comune, senza ascolto –
atavico negli amori, che non dimenticava.

7.
Sperimento l’insonnia come un bene,
che non fa bene al giorno
successivo, la sbornia che trattiene
al mondo, parole, segnature del ritorno.

8.
Un piccolo e nodoso codice, o radice,
piuttosto, di una legge di padri luminosi,
brandirlo, onorarlo, contro chi dice
solo un presente oscuro, di estimi fallosi.

9.
Dopo – la rima d’un postumo, ripensato prima
consola a torto della vita priva,
plena, pregnata d’artifizio e umore
falso, dell’in prigione che simula festiva.

10.
Nel sogno del mio sonno a volte nuoto,
lenta bracciata nel corso d’acqua scura,
notte che non è notte, è mare vuoto,
la domandina folle di quest”impostura.

11.
Fatemorgane insulse ho superato
o l’insulso fui io, passando il mare –
chiedo, nel segno dell’interrogato,
che segna il passo, senza ritornare.

12.
Amare febbri a primavera, nella lingua
delle correnti omeriche e di lampare
placide – il calamaro sembra non distingua
l’attrattiva luce nel fresco, all’imboscare.

13.
A capotavola un corvo-pavone, rapace
s’umetta il becco, che alle tortore ignare
rapisce vita al petto, in ciò che ai più piace                                                                                                                             del perverso e legale dominare.

14.
Può nostalgia di nulla ingravidare,
farlo ogni giorno per la vita intera,
il raro sole ti richiama il mare,
e sempre altrove l’esistenza vera.

15.
Animate parole erano insieme
nei bar di Crupi, Ragno, l’Africano,
il vecchio Farina, socialista partigiano
narrava l’Ossola, quell’antico seme.

16.
Tra roccia e spiaggia nella baia di Taormina
giungevano coi treni, erano fresche
e di tutto innamorate – era mattina
dopo il lungo viaggio – le ragazze tedesche…

17.
Coricato su un fianco, quasi su una corda
tesa tra ulivo e sorbo, su a Filione –
sull’aria liscia lo sguardo, che ricorda –
nonna Carmela che parla col vocione.

18.
Non turisti, viaggiatori, al paese a piedi
venivano da Cristuri, per il vallone Gurni,
stranieri coi cappelloni, dove ora siedi,
li rinfrescava la granita, dai calori diurni.

19.
Nella prima frescura pomeridana
erano vinti da un paesaggio raro,
per render felice quella gente lontana
gli si porgeva il canto, si chiamava Saro.

20.
Austero della piazzetta dietro il Coro,
don Nino Crupi, col suo gusto bonana,
ci iniziava al gelato prezioso come l’oro,
giù, dal palco liberty, la penisola lontana.

21.
Arrivavano Salvatore e Enzino
dal nord, stracarichi, con la cinquecento,
la sera portvano in riviera me e Nino,
noi, in piedi, con la faccia al vento.

22.
Con la neve a novembre il Monte Kalfa
profetizza l’inverno quasi primaverile
nella vallata, a chiazze il verde il bianco un’alfa
dell’inizio, con l’Etna, gigantesca panna d’aprile.

23.
Padre Don Mario era il committente della ferra,
la ferula, un arbusto per scanni tutto nostrano:
la usava per farci conoscere l’essenza della terra,
col secco colpo, a sangue, nel solco della mano.

24.
Faro, Ganzirri, ai laghi di vongole e di cozze
giungevano in lambretta, con il vino
fresco, i miei, freschi di nozze,
da un colle al mare, per la consolare, dal mattino.

25.
Vado a trovar mio padre al cimitero
ingravidato dal paesaggio, di Ciappazzi,
da ultimo, si fermava al cancello, a dire il vero,
forse – ironia o scongiuro – dicendosi sticazzi

26.
Sembra ricordo, graffito sopra un muro,
la luce il nume il tuorlo del passato,
che lancia intatti i segni del futuro,
il niente l’evidente del presente – che è stato.

27.
Nella Cerca, al paese, Jacopone
sembra debba clamare tra un momento,
invocare quel gorgo d’afflizione,
la catena che scuote il casamento.

28.
In coro ripetono le ottave perdute
nei secoli e rinate alla notte, alla voce
che è prestata all’alba, alle assolute
speranze, l’albero tutto umano d’una croce.

29.
Passo a Sant’Anna e ci conficco il giorno,
come un cuneo di tempo, già lo tocco,
Nino Palermo e l’asino, di ritorno,
Donna Michela da cui compro lo stocco.

30.
Nella palmara di Don Felice un universo
di uccelli, e sotto, i gatti, a fare mavarìa:
a fianco, col maiale un grugno perso,
il sacrificio dell’autunno ad ogni via.

31.
Salendo prospettiamo archi a tribone,
ballatoi, torri, bastioni primi ed ulteriori,
diciamo i nomi andando in processione,
è sempre il tempo-tepore degli odori.

32.
Sant’Antonino, Ninetta esce e ci chiama,
e ferma il gioco, con un sorriso raro,
della piccola folla che qui sciama:
fermi, carusi, c’è pane e pomodoro.

33.
Sopra la valle e il mare, di notte, al Belvedere,
Peppino e don Manuele, che gli parla
di fatti antichi e Dante – un arcano sapere
d’artigiano: l’alba, la parola sa attardarla.

34.
Forse tra la spontanea vegetazione,
nell’Italia morente Dio è fuggiasco,
da quel che duole alla carne della nazione,
verso l’alto collinare, dove non rinasco.

35.
Sepolti in camere fresche, in penombra
s’appennicano dopo il vino, fuori è caldo,
li attende l’angelo dalla fronte sgombra,
osceno, lo stigma lo stiletto dell’araldo.

36.
Guardia alla capra madre, sulle Rocche,
è gravida del niente del futuro,
ricami sterili e sfibrati, le voci dalle bocche
con l’aria fresca, l’incolto dello scuro.

37.
Ciccio, il pazzo ufficiale, e l’ingegnere
Onofrio, divenuto asceta per amore,
fratelli, orfani dei casali e dell’avere,
Piano Carretti, all’alba, ne ha il sentore.

38.
Da Sant’Elia ho invocato la fata,
Morgana, intendo, sull’Etna o nello Stretto:
nel paesaggio-anfiteatro l’increata
scena, il dilemma dello specchio perfetto.

39.
A San Filippo, con Salvatore e Enzino,
sulla scena tivvù muore un poeta,
fuori Roma, lo si scopre ucciso, e fino
ad ora vinto dall’oscena Italia segreta

40.
Comunità del forse, ma tutta insieme,
nel tempo, nel ciclo nostro glorioso
di nepitella che pelle e ferita preme
e rimargina, oggi, nel terreo, nell’eroso…

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