prove (anime di carne, ovvero primi ritmi per voce)#

***
Un tempo dovevano essere diversi
i cinquantenni come mio padre, comunista
atavico in un tempo indefinito, persi,
ma non vinti, come altri in un ciclo
sempre a vista di natura e storia,
e felici , per poco o tanto
aver tenuto fede alla parola data
nello stesso momento.

***
che sia questo l’inferno
il niente che s’annuncia
nell’inverno quasi eterno
il vuoto allo sterno, la rinuncia…

1.

Certo del sangue, del fiume transitato a un dopo della manifattura e del telaio, al deserto capitale, al male edulcorato, era la piazza ieri, l’essenza del merciaio. 2. La diaccia architettura ci descrive, gli spazi vuoti del passato umano, bureaux marciti tra presenze schive, gente di fuori, scampati da un lontano. 3. Il ciclico azzardo di Bisanzio grava, grigia ipoteca sulla civica visione, non fu solenne il cedere alla fuga nel lume indenne della possessione. 4. Sempre in cerchi concentrici si segna quel perdersi infinito dentro il mondo, dei padri, delle madri, che non degna l’epoca – del tempo allo sprofondo. 5. E non ha luce che dia luce vera la pienezza del marchio, in un mercato d’immagini in omaggio, da bottega nera del corpo umano, affitto, comodato. *** Don Mario era il committente della ferra, la ferula, arbusto per scranni tutto nostrano: per farci conoscere l’essenza della terra, il colpo secco usava, a sangue, nel solco della mano. *** Faro, Ganzirri, ai laghi di vongole e di cozze giungevano in lambretta, con il vino fresco, i miei, freschi di nozze, da un colle al mare, per la Consolare, dal mattino *** E’ falso il mondo d’ogni padrone del mondo nel suo chiagne-e-fotte da qualche schermo: il mondo vero è di chi è nel sole o nel fondo, di chi ama o si brucia, restando fermo. *** (Briga-vallone Gurni) Arrivare nel sonno ai rami bassi dell’eterno ulivo che trascende, cogliere pure tra le felci e i sassi, e la lampa con l’olio che s’accende. *** Nell’aqueitempi il tempo fu archiviato fatti non-fatti guerre croci avare paci fino dal tempo del resuscitato – o per dire al presente non mi piaci. *** Senza timore dei venti dell’inverno piantavano giardini in occidente d’aranci e di limoni nel millennio, materie-luci tra le mani, come un niente. *** (rema) Questa notte solcava lo Stretto la bracciata forte di mio padre nuotatore – in lontananza gli avevo appena detto: oh, scorra scorra, oltre, questa rema d’assenza, quest’eterno dolore… *** Pianamente, all’apparenza senza furore riformano-deformano la Costituzione a toppe e scoppole: non avrei cuore di dirlo a mio padre, alla sua generazione. *** Alle prime due o tre ore di luce La bellezza del giorno si riduce, Poi tutto è ripetuta usanza, norma, passo su passo, orma sopra orma. *** In segreto un segreto di sé si svuotava E diveniva la voce dell’estate nel paese, La croce di qualche mese, la virtù schiava, libera della più mascherata delle offese. *** Per zio Nino erano sempre gli anni Trenta, di nascosto a Messina passava l’Unità – arrivava da Tunisi o Marsiglia, mai spenta la voce di chi osava, contro la realtà. *** Ovunque si narrava di giganti, Avi grotteschi o familiari, Polifemo Nel cunto della nonna, o, visti da tanti, Grifone e Mata, come rivedremo. *** L’anno in fondo aveva quell’unica mèta, dopo l’estate continuava la stagione solare ed arrivava il Santo anacoreta, dall’eremo-paese, la luce in processione. *** Lo zio folle profetizzava ieri Su questa terra prossima al mare La ricchezza e la morte dei sentieri, Del lento canto del camminare. *** Uno dei maestri del paese, in faccia al mondo, alle sue offese, si diceva “spoetizzato” al riguardo, tra furia al vento e mitezza di sguardo *** (cortiglio) All’accorto cortiglio m’appagavo, di sarte, braccianti, lavandare, devoto a quel racconto ascoltavo del paese sul monte, in fronte al mare. *** Il giorno avanza, già in principio muore e si conviene affrontare la giornata senza patemi per i deboli di cuore, dubbio o certezza della notte prolungata. *** Con occhi e mani mastri di mastrìa solenne, il ferraro il rimondatore l’ebanista e chi alzò perenne l’armacìa, le parole si piegano all’onore. trasloco* 25 novembre 2014 alle ore 16.46 Con mio padre, sulla strada consolare era trasloco a rate con la berlina stipata, a tarda sera – nel nero le lampare – ci portavamo il paese anche a Messina. (settembre 2014) Nel vallone e al paese il normanno Ruggero bevve alle fonti, apprezzò i luoghi, decise culti, missioni, decime, esazioni, severo come predoni e re. Forse, poi, ne rise. 5 gennaio 2012 alle ore 17.10 Sotto le magnolie erano in crocchio col sarto Aveni, nelle ombre di Cairoli, che inventava tasche occulte all’occhio dei controlli. Erano comunisti, non uomini soli. **

14 aprile 2015 alle ore 11.02
Lungo il porto, con – sul viso –
l’aria inerte, sovrappensiero:
“e se, nessun preavviso,
giungesse il traghetto, quello vero?”.
*

(eros)

8 maggio 2015 alle ore 13.27

A noi ragazzini piacevano le parole,
specie la parola “coscia”,
infilavamo la parola “mano” nel suo plurale,
ignoravamo la parola “angoscia”.
*** (19 aprile 2015) (platonica)* aprile 22, 2015 scritture poetiche Te ne accorgi in ritardo, improvvisamente è leggero, lo sguardo, o è un’altra delle sviste: luoghi persone mondo, tutto esiste, davvero esiste, esiste nella mente.
Enrico De Lea
31 luglio 2014 ·
in segreto
In segreto un segreto di sé si svuotava
E diveniva la voce dell’estate nel paese,
La croce di qualche mese, la virtù schiava,
liberata dalla più mascherata delle offese.

Enrico De Lea
1 agosto 2014 ·
ovunque
Ovunque si narrava di giganti,
Avi grotteschi o familiari, Polifemo,
Nel cunto della nonna, o, visti da tanti,
Grifone e Mata, che tra un po’ vedremo
Enrico De Lea
10 aprile 2014 ·
senza timore

Senza timore dei venti dell’inverno

piantavano giardini in occidente

d’aranci e di limoni nel millennio,

materia luce tra le mani, come niente.

Enrico De Lea
13 luglio 2014 ·

(rema)
Questa notte solcava lo Stretto

la bracciata forte di mio padre nuotatore –

in lontananza gli avevo appena detto:

oh, scorra scorra, oltre, questa

rema d’assenza, quest’eterno dolore…

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