(scantu)-

non havi nuddhu vantu,
mathri mia, mathri mia,
e si scancia cantu cu scantu,
a canzuna – e puru llamìa

(trad., libera:
non c’è nessun vanto, / lo giuro su mia madre (oh, cara),/ e si scambiano il canto e lo spavento /nella parola, che sempre implora

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Pasquetta_

abbiamo combinato le passioni –
le uova al forno della collura
alla luce che ci piegava, doni –
ricordo una ragazza, fresca, da Cuntura

contrade_

S’eleva calcarea la luce, da un pertugio
Il mare delle vigne alla collina
Aspro di mosto apre, ancora indugio,
Appena sopra il sale, alla marina.

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breve e forse comica iscrizione_

Farsi improvviso del silenzio,
in forza di un’astrazione, ma vicina vicina, la detta anima
e, certo certo, ancora prossima agli umori che nel passo
poco fuori della contrada abitata, stradella, carrareccia
s’intrecciano, nulla a che vedere con lo spirito –
del tempo, della storia, per non andare in alto, in alto –
e a modo usuale ci sia posto per l’insperata incarnazione.
Così, senza nominare, senza evocare, scendere
alla dimensione dei muri a secco, con le mani.
Sperare, insieme, in una breve e forse comica
iscrizione nel passo del paesaggio, riapparso in una notte.

Solchi_

Si osano solchi della fonda terra,
Segni del sangue della vita intera,
Residui della tregua in questa guerra,
La strada di un rifugio appena è sera.

il senso_

Il senso deciso, ultimo delle cose, come un vento
ladro nascosto feroce, con destrezza,
A un’ora qualunque, al preciso inatteso momento,
Così da smarrirlo, il tempo, in una brezza.

per favore_

Tu, per favore, tu dimmi della notte.
In quale ombra a vuoto rotei gli occhi.
A nuoto l’attraverso e navigo, per rotte
che ancora non annoto, col conto dei rintocchi.