AMIRI BARAKA – LEROI JONES

(da “Alias – il Manifesto” del 21 gennaio 2012)

Oggi le parole della poesia hanno bisogno di essere declamate, cantate, amplificate, hanno bisogno di riprendersi tutta la loro sacralità. E anche nello scrivere dobbiamo essere coscienti che quando si scrive poesia, si scrive musica. Ci sono i registri, le scale, le tonalità possibili, le sillabe che richiamano certe intonazioni, parole che di per sé hanno socialmente un loro suono (AMIRI BARAKA – LEROI JONES)

SUONO DEL VENTO PRIMO (diario/5-6)

OLYMPUS DIGITAL CAMERAL’individuo-calore dal buio saggia la sorte,
volge da parte il peso del lenzuolo,
si fa leggero nell’aria senza colore,
si rotola, simula da terra come un volo
poi diviene nel fresco l’individuo-chiarore,
cerca oltre sé un noi senza catena e ruolo.
Per tali fatti tace ma sommuove il vento
e si ripete nella luce dell’evento.

Ma presto la forma discendente delle case
non è che la forma sospesa di foglie
che musicano, note di brezza, in alto rase
dalla luce che la collina raccoglie
intera, uno spartito che vibra di pause
d’arenaria e di rivolo nascosto,
di spine in gloria del viottolo avamposto.

Esperienza della poesia/2

(Rielaboro alcune risposte fornite ad un questionario di un sito di poesia- EDL)
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La scommessa della “poesia”, oggi, in Italia. Nonostante si limiti a vendite irrisorie, essa rappresenta sicuramente la parte più viva, vivace, ricca di presenze, fertile di intuizioni, della letteratura contemporanea: ciò, malgrado la perdita di nomi come Raboni, Luzi, Sanguineti, Zanzotto, Giudici; in ogni caso, sia dal punto di vista simbolico che materiale, credo che l’assassinio di Pasolini abbia rappresentato la cancellazione in Italia del poeta come figura pubblica, del suo ruolo “sociale”.
Gli autori di poesia, che abbiano maturato tale consapevolezza, rischiano di vivere uno stato di costante frustrazione, per il sostanziale misconoscimento della loro attività creatrice di realtà, di nuove aggiunte di senso inedito alla realtà…
Certo, coi nuovi strumenti, forniti dal web, mi pare che le possibilità di diffusione/comunicazione si amplino; tuttavia, con l’inevitabile avvertenza di una scarsa capacità selettiva da parte del lettore e di uno scarso senso dei propri limiti da parte di ciascun autore…

Sul punto ho maturato progressivamente un’idea-base: si è poeti in quanto c’è un grumo di parola necessaria da pronunciare, volta ad arricchire di nuovo senso il mondo, a ridare ad esso un senso ed un’unità originaria, a prescindere poi dalle possibilità reali di pubblicazione. Se poi si pubblica, per dirla con un detto siciliano, è “zucchero che non guasta bevanda”.
In qualche modo tener conto di quanto scriveva Sereni, in una delle sue essenziali prose: “lasciare che la parola scritta parli da sé, posto che ne abbia la forza”.
Aggiungerei anche: una poesia/parola scritta che sia sempre meno distante dall’oralità che ne è la scaturigine comunitaria (significativamente Lello Voce parla di “esilio dalla voce” per molta nostra poesia contemporanea), che non tema la contaminazione tra generi (poesia e musica, poesia e pittura, poesia e teatro), malgrado i rischi di operazioni pasticciate.
La tendenza alla fissazione di un canone è inevitabile, ma irrealistica. Visto il carattere multiforme del panorama poetico nel medesimo periodo storico credo che sconti un normativismo dannoso e poco fedele. Se prendiamo il Novecento, non mi pare che Cacciatore, Emilio Villa, Scialoia, Cristina Campo, Amelia Rosselli o Cattafi, solo a titolo esemplificativo, possano farsi rientrare nel canone, eppure c’è in essi la capacità di una “diversa” fedeltà alla tradizione che li rende unici, in cui le regole date sono rivoluzionate, in un irrituale ed “eversivo” rispetto (penso anche ai sonetti di Zanzotto o di Raboni).
“Il cittadino può essere democratico, il poeta non può che essere aristocratico”, mi piacerebbe condividere pienamente Mallarmé. Certo è un’espressione datata, ma forse c’è un fondo di verità. Oggi, ripeto, il ruolo sociale del poeta è sostanzialmente nullo: credo che il dualismo di Mallarmé debba essere declinato col fine di riconquistare spazi alla capacità di trascendere, di formulare nuove ed inedite aggiunte all’immaginario sociale, avendo la forza, in primis linguistica, di comunicare una realtà apparentemente non-comunicabile. La responsabilità fondamentale è quella di dire ciò, che con onestà intellettuale, si ritiene “necessario”, fondamentale, irrinunciabile.

Ciò comporta una certa “trance” creativa, che nasce anche da una lunga consuetudine con la parola, un’esperienza del mondo attraverso il linguaggio, una sorta di ascesi intramondana, che ha qualcosa in comune con l’anacoretismo classico, a prescindere da aspetti confessionali.
Danilo Kis parla del poeta come di uno gnostico-manicheo, che di fronte al caos del mondo nella sua caduta, intende ribadirne/ricostituirne l’unità originaria.
Una poesia che, a partire da dati apparentemente memoriali, archetipici, paesaggistici, storici, etc., in realtà “morda il futuro”, mettendo ordine nella caotica materia del mondo e dell’esistenza, attraverso la capacità di canto che ogni voce possiede. A tal proposito, mi ha sempre affascinato nel parlato siciliano il termine “scantu”, sinonimo di timore, terrore, ma anche, di “ammutolimento” e, per converso, il “canto” quale implicito sinonimo di coraggio dello stare al mondo. Ecco, in quest’epoca “scantata”, ammutolita di fronte al dominio dell’immagine vuota, il coraggio della poesia è quello di affermare una parola irrinunciabile, di autenticità dell’umano.
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Una precedente riflessione sull’argomento: “L’esperienza della poesia”

Maria Grazia Calandrone sul Manifesto del 13.7

Nella poesia un alveare di ultrasuoni per tessere la rete della società
È nei versi che si forma quel tessuto di senso senza il quale rimarrebbe solo la scorza del mondo. Riflessioni a margine del dibattito in corso sul rapporto tra poeti e mercato.

Eccomi a ringraziare, da invisibile tra gli invisibili, Paolo Di Stefano e Andrea Cortellessa per i due importanti articoli sulla poesia che sono apparsi sul «Corriere della Sera» di domenica 10 e di lunedì 11 luglio scorsi. Il primo indagava l’evoluzione delle trame sommerse tra editoria e poesia e il secondo, proseguendo il pensiero esposto sul manifesto intorno ai poeti che nel maggio scorso misero provocatoriamente all’asta i proprio ultrainutili manoscritti in favore della cultura a L’Aquila, incoraggia a considerare la valenza conoscitiva della poesia citando le competenze collaterali di certi poeti e nominando finalmente una donna, Antonella Anedda.
Notavo infatti come Di Stefano avesse omesso integralmente la poesia femminile (probabilmente a causa dell’assenza di legami tra poetesse e «potere» editoriale), avvalendosi della sola Alda Merini per sostenere che la biografia del dolore della poetessa avrebbe reso indulgenti i lettori intorno alla debolezza di certi suoi versi. Non possiamo non essere d’accordo: Alda Merini, da un certo punto in avanti, prescindeva quasi dalla propria poesia, poiché incarnava, con l’intero suo corpo esposto, un archetipo della immaginazione occidentale, la invasata e santa fusione di scrittura e vita, insieme a quella tra la carne e lo spirito e addirittura tra la società dello spettacolo e lo spirito, ironica come fu nell’esporre le proprie nude e vive carni all’obiettivo di macchine fotografiche chissà quanto a loro volta innocenti. Ostentazione della carne che, agita da una poetessa avanti con gli anni, smentiva con coraggio e autoironia le rigidissime normative di rimozione dei segni annunciatori della morte proprie della società dello spettacolo. Inoltre, sapevamo tutti che le carni della Merini erano anche portatrici delle stimmate invisibili degli elettroshock. Dunque il gesto di Alda Merini fu un gesto politico.
Viene allora da chiedersi perché una biografia simile, per quantità di dolore e di umiliazioni comminate quale cura feroce del dolore (gli elettroshock), e già politicamente implicata come quella di Amelia Rosselli (figlia, lo ricordiamo, di Carlo Rosselli, assassinato in Francia con il fratello da mano fascista), non sia entrata nella poesia della sua autrice se non esposta da una lingua così personale da essere universale: Rosselli pose in opera una nuova lingua di tutti, il fondamento della lingua poetica delle generazioni future, ma tenne un atteggiamento completamente diverso nei confronti del proprio stato biografico, riversandolo tutto nella parola: tutto il trauma, lo slittamento delle piastre di una monumentale geologia privata di realtà e ossessione, si sono fatte la sua lingua fastosa, fastidiosa e piena di improvvise grida sentimentali, oscene e buffe, incespicanti nella inedita ghiaietta del lapsus, di una feroce richiesta d’amore sbattuta come uno straccio bagnato sulla faccia di chi la legge. Altrove, in altre incaute sterzate di Rosselli, siamo lambiti dalla lingua in fiamme di un insetto osceno.
La risposta a questa differenza di atteggiamento credo si possa individuare nella riflessione che segue: Alda Merini volle gettare il proprio corpo al macero per ribellione alla rimozione operata sul suo corpo dalla psichiatria: avete visto tutti come i corpi degli internati siano corpi disabitati, in cupo abbandono, e dunque la poetessa, giunta ad avere un’autorevolezza grazie al proprio lavoro, volle dar voce all’ormai quieto rogo del suo corpo. Il suo fu un raddoppiamento del gesto poetico, poiché fare poesia è già di per sé un’azione politica, proprio per l’emarginazione dal mercato che hanno evidenziato Di Stefano e Cortellessa, emarginazione tanto più evidente quanto più la cultura degli ultimi vent’anni ha formato l’immaginario visivo bidimensionale delle nuove generazioni, ove i genitori non abbiano tenuta alta la guardia a difendere le altre forme reali, ovvero tridimensionali, della comunicazione. Progresso è evolvere, non sostituire: una piatta immagine in movimento passivo non è una evoluzione della parola.
Dunque io auspico la convivenza parallela delle forme della comunicazione contemporanea, ben sapendo che la poesia è un profilo biologico e dunque ai poeti sarà inevitabile continuare a essere la rete parlante, invisibile e operosissima della società, l’alveare di ultrasuoni dove si tesse quel tessuto di senso senza il quale rimarrebbe soltanto la scorza del mondo, smembrata e priva di legamenti, perché la poesia serve a ricordarci – quando è altissima: a dimostrarci – che siamo tutti la stessa persona.
Il fondamento del fare poesia è una compassione etimologica e primaria, ovvero la identificazione con il bene e il male dell’altro. Come nelle esperienze di premorte: i premorti, tornati alla vita, raccontano che, nel rivivere le scene della propria vita, hanno sentito i sentimenti di tutti i presenti, il bene che hanno dato e il dolore con il quale hanno offeso quando sono stati vivi.
Così il poeta, ove la sua non sia «letteratura», formalismo, guscio sonante del suo solo ego. La poesia non è un’attività letteraria, è una evoluzione dell’io, una sua attività di estroversione, una radicale dimenticanza. Ebbene, credo che mai come oggi questa sia una faccenda memorabile, una dichiarazione di resistenza e, parafrasando Fenoglio, una questione pubblica.

Adam Zagajewski, sull’AVVENIRE di oggi

«Poesia, mistica in immagini»
DI BIANCA GARAVELLI

Il poeta polacco Adam Za­gajewski sarà insignito doma­ni del Premio europeo di poe­sia 2010, a Treviso. Un premio prestigioso, con un’autorevole giuria internazionale, che vede da alcuni anni la partecipazione di nomi sempre importanti nel panorama europeo. Quest’anno i finalisti su cui Zagajewski ha prevalso erano gli italiani Mauri­zio Cucchi e Vivian Lamarque, l’irlandese John Deane e lo slo­veno Marko Kravos. Nato nel 1945 a Leopoli, attualmente in Ucraina, Zagajewski ha vissuto in Slesia, in Francia, in Germa­nia, e attualmente vive fra Cra­covia e gli Stati Uniti, dove inse­gna scrittura creativa all’Univer­sità di Chicago. Poeta dai temi quotidiani e cosmici al tempo stesso, in cui il viaggio e la curio­sità per il mondo hanno grande spazio, è a sua volta studioso di poesia; molte le sue raccolte tra­dotte in inglese, tra cui Canvas e Myisticism for beginners. Era candidato al Nobel 2010. La sua opera poetica è in corso di pub­blicazione presso Adelphi, che ha già pubblicato la sua autobio­grafia Tradimento.

Come possiamo definire un poeta oggi? È più un «mistico per principianti» o uno storico dei sentimenti e delle passioni?

«Posso parlare solo per me stes­so, naturalmente. Mi sembra che le due modalità non si escludano a vicenda. La dimensione misti­ca può anche essere descritta, infatti, come un sentimento che noi viviamo affrontando un mi­stero, il mistero del senso di tutte le cose, della vita. Ma nello stes­so tempo viviamo nel sensuale, visibile, palpabile mondo, che è affascinante in se stesso. La poe­sia ha bisogno di cose palpabili, si nutre di immagini. Per me l’o­biettivo è essere capaci di otte­nere entrambi, una ricerca del­l’invisibile ma anche un profon­do interesse verso il visibile, ver­so la concretezza della vita».

Ha avuto diverse residenze in varie parti del mondo: nono­stante ciò, è possibile per lei chiamare un posto «patria»?

«Sì, le circostanze della vita mi hanno portato in molti luoghi: Berlino, Parigi, più tardi il Texas e Chicago. Ho imparato lingue straniere e letto con interesse li­bri stranieri. Ma ho sempre una patria, che naturalmente è la Po­lonia. Io continuo a scrivere in polacco (anche se qualche volta ho scritto un saggio in inglese; mai una poesia). Ci sono due città che mi sono particolar­mente care: Lwow (ora Lviv), la città barocca della mia nascita, che adesso fa parte dell’Ucraina, e Cracovia, la città in cui ho pas­sato la maggior parte del mio tempo e dove molti miei amici vivono. È un buon posto in cui vivere. Lwow, Leopoli in italiano, è una città mitica per me. La mia famiglia ha dovuto abbandonar­la quando avevo solo quattro mesi. Fu uno strano regalo per me: u­na città bellissima che molto presto si trasformò in un sogno».

Quindi ha davvero vissu­to in una dimensione eu­ropea e oggi vive in parte negli Stati Uniti: quale pensa possa essere il futuro dell’Euro­pa?

«In realtà non posso dire di vive­re negli Stati Uniti, ci passo solo qualche mese all’anno insegnan­do all’Università di Chicago (so­no membro della Commissione sul Pensiero Sociale [ Committee on Social Thought], in cui un tempo aveva insegnato Saul Bel­low e più tardi J. M. Coetzee). Il mio indirizzo principale è a Cra­covia.

È molto difficile dire come stia cambiando l’Europa oggi; siamo nel bel mezzo di un perio­do di transizione; qualsiasi cosa si potrebbe prevedere è presto contraddetta dalla realtà. L’Euro­pa è un buon posto in cui vivere, ma è qui che è stata inventata la nozione di ‘insostenibile legge­rezza dell’essere’. Forse abbia­mo bisogno di un po’ di gravità».

Com’è la vita negli Stati Uniti per un poeta europeo?

«Come dicevo, non posso dire di vivere negli Stati Uniti. Ci sto so­lo per tre mesi all’anno e fre­quento soprattutto il campus.

Così la mia vita negli Stati Uniti è piuttosto libresca. Adoro le bi­blioteche universitarie america­ne, molto più delle loro contro­parti europee. L’università ame­ricana è – o può essere –- un po­sto meraviglioso. Gli studenti so­no molto seri, talvolta brillanti.

Ho anche ottimi e seri colleghi. I campus negli Stati Uniti sono i­sole di onestà intellettuale, non hanno niente a che fare con l’i­dea semplicistica che prevale in alcuni paesi europei della ‘stu­pidità’ dell’America».

Nella poesia europea delle origi­ni era presente una forte tensio­ne verso la spiritualità. Pensa che un poeta di oggi possa esse­re ancora innamorato dell’ani­ma?

«Assolutamente sì, i poeti do­vrebbero essere innamorati dell’anima. Ogni buona poesia, ogni grande poesia è una nuova e originale fusione dell’anima col mondo. La poesia, se si di­stacca dall’anima, perisce. Non significa per questo che la poesia debba essere unicamente la­mentosa, disperata. L’anima ha anche senso dell’umori­smo!».

Lei insegna. Che suggeri­mento darebbe a un inse­gnante italiano per accen­dere, o accrescere, l’amore per la poesia?

«Penso che un insegnante di poesia abbia bisogno, come l’a­nima, di un po’ di senso dell’u­morismo e di molta sobrietà. Le buone poesie, quando vengono studiate con attenzione, verso per verso, offrono ricchezze ina­spettate. Occorre però basarsi sul testo della poesia e non sul proprio personale entusiasmo.

L’entusiasmo deve scaturire ne­gli stessi studenti. Se questo non succede, beh, è triste. Allora non si può fare niente».

Nuotare  (un inedito)

I fiumi di questo paese sono dolci come il canto dei trovatori, il sole pesante viaggia verso ovest sui carri gialli da circo.

Nelle piccole chiese di campagna si rivela la stoffa di un silenzio così sottile e così antico che persino un respiro può strapparlo.

Amo nuotare nel mare, che dice continuamente qualcosa a se stesso con la voce monotona di un giramondo che ormai non ricorda da quando è in viaggio.

Nuotare è come una preghiera: palme unite e divise, unite e divise, quasi senza fine.

Adam Zagajewski  (traduzione di Paola Malavasi)

La poesia secondo Giovanni Raboni

La poesia non è né uno stato d’animo a priori né una condizione di privilegio né una realtà a parte né una realtà migliore. È un linguaggio: un linguaggio diverso da quello che usiamo per comunicare nella vita quotidiana e di gran lunga più ricco, più completo, più compiutamente umano; un linguaggio al tempo stesso accuratamente premeditato e profondamente involontario capace di connettere fra loro le cose che si vedono e quelle che non si vedono, di mettere in relazione ciò che sappiamo con ciò che non sappiamo.

Giovanni Raboni

(da “L’almanacco dello Specchio”, 2006)

L’esperienza della poesia (un breve appunto)

“Poiché i versi non sono – come crede la gente – sentimenti, essi sono esperienze”. A suo tempo, arrivai a Rilke ed al suo “Malte” per il luminoso tramite delle traduzioni e degli scritti critici di Giame Pintor, una di quelle meteore intellettuali e morali, la cui scomparsa da giovani (penso a Gobetti, a Michelstaedter, ad Antonia Pozzi, a Furio Jesi) lascia immaginare e rimpiangere un diverso presente.
Leggevo Rilke sulle panchine nei pressi della Batteria Masotto, sul lungomare di Messina, dinanzi all’antica Torre di San Raineri, un asceta d’origine germanica quivi giunto nei primi secoli dell’era cristiana.
Rilke – e la sua prosa, più degli stessi versi – era l’esperienza del mondo attraverso la poesia: il distanziarsi, il trascendere e l’esser dentro, quest’eterna, ciclica oscillazione tra la consapevolezza pratica e comunicativa e la coltivazione-possessione di una voce altra, di una possibilità di altre virtù del linguaggio, che subissasse la lingua dell’utile e della legge. In fondo, credo che quel poco che si riesce a scrivere nasca dal tentativo di ricostituzione di un’unità dell’origine del mondo, franto nella storia e nella sua vicenda. E’, la poesia, giocata sul margine della bellezza, dell’etica e della compresenza di vita e morte, un’esperienza diversa del mondo, di cui si sperimentano i segni ed i fenomeni, per ricostruirne un amoroso e persuaso senso.