favole anacoretiche/1

una sorta di dispersione
c’è – come dire – una sorta di dispersione
per aria o in terre conosciute, avìte,
delle acque seminali dei possessi,
possessi confinari, avari nel frutto, ma certi,
e vecchi di ruderi oltremonte,
cui andarono non rare, come oggi, cavalcature –
ma ne sappiamo dire, ne sappiamo forse
la loro rimarginabile sostanza

Scavi tra Vernà e marina

Scavi tra Vernà e marina

(dalla mia raccolta DALL’INTRAMATA TESSITURA, Smasher edizioni, 2011)

Le fosse della neve di Mancusa
(forse altre ce ne saranno alla Traversa,
in faccia alla neve della Montagna)
facevano il paio all’epoca con le cataste
dei carbonai – e ce n’è, ce n’era di terra
da scavare per risparmiarsi il soffoco
funesto, e pure ora nel sole o in un’ombra
che a volte è il buio pesto.

Il nonno, il vecchio orfano, per l’età
più vicino a Garibaldi ed altri barbuti
incontrati sul sussidiario che ai nipoti,
ne vedeva certamente di neve
nella contrada Monaco, oltre Rimiti
degli eremiti dimenticati. Ci stava
rannicchiato in uno scavo anche la notte
a tenere le bestie, che facevano un caldo
tutto infanzia di scuro e madre ignota,
lui dalla ruota dell’Eustochia partorito,
da una scìa nell’oceano rinato, dietro il muro.

La rara pioggia scava, dentro il secco:
ci sono rare presenze in quel che resta,
il verde verso Rina e il grigio delle Rocche.
L’occhio divora tutto, non ha testa
ma sangue del possesso, verso il mare.
Non la parola, ma un lento procedere
dello sguardo, quasi un adorare.

Saranno state formiche od un fedele
gatto a scavare, nei pressi del melograno,
sopra l’Acqua Ruggia, intorno al sonno
improvviso dell’Onofria, improvviso e per sempre;
da poco aveva portato il vino buono
alla centenaria, aveva goduto della vista
del mare di fronte, attraversato lo Zorio
dei suoi immensi amori.

Siamo, nei padri, dentro le visioni
e, nelle madri, dentro carni e voci.
Come uno scavo d’aria dalle Rocche
precipita e ramifica al Bastione;
dopo che un vino d’alto ha consumato
la parola, ad un tacito decreto
della verzura consentiamo, restiamo
ben impiantati nella terra smossa
dai passi, dal passaggio degli umani
dopo il rasserenato dopopioggia.
Siamo, stiamo, con un corpo
di fatica estesa, da millenni.

In cima al paese, nel bosco
unico, sopra l’Acqua Ruggia,
avevano scavato il pozzo
nel dopoguerra, all’epoca
mitica di don Placidino: al lancio
dei sassolini risuonava di musiche,
quasi un Satie fatto da noi…Ora
è interrato, per un abbandonato
parcogiochi di bambini
che niente sapranno. Fortuna che
ancora più in alto, muta
nel paesaggio, resiste la rara
forza delle antiche cave, la maestà
terragna della Calcara.

Ho ripreso ad alzarmi all’alba,
per un passo nuovo,
quando il giorno sembra gravido
di promesse davvero prossime
ad essere mantenute
da un generoso spirito dei luoghi.
Da Selino, che, dopo lo scavo del traforo
per la fonte, è tornata l’acqua dell’infanzia,
il paese è, a quell’ora fresca, ancora
dentro un’ombra avvolta, un velo
che ogni minuto lume perfora,
e alle sue spalle è un rosso fuoco,
un vecchio oro
di passione dell’inizio. Non c’è,
mentre nel palmo delle mani bevo
per un avìto prestito o decoro,
alcun indizio del ricadere in una
stasi di generazioni, in una rinuncia
atavica. E, pure, dico “grazie” a quel poco
di luce originaria, a quel che vedo
e che ieri vedevo. Calmo, rientro
nei possessi che l’occhio raduna.

N.B. I toponimi/prestiti/pretesti talora evocati sono relativi a località del versante ionico del messinese, in particolare, alla Valle d’Agrò, a Casalvecchio Siculo, al territorio circostante, a cominciare dal monte Vernà, uno dei rilievi dei Peloritani.


Dispersi (memoria del 1 ottobre 2009)#

Spero che al mattino sia riemersa
in alcuni l’idea colorata del primo ottobre,
un tempo come il nuovo inizio del mondo
con la scuola dopo il mare e la lunga estate.

Dalla sabbia nei pomeriggi assolati
vedevamo alberi nel folto
sopra Giampilieri e Briga,
pini marittimi ed ulivi contro l’oro
e l’azzurro delle albe sfuggite,
dispersi nei decenni persi, alberi morti
in un fuoco o nell’arsura di una secca madre.

Forse in nessuna
madre raccolti, o sepoltura in un mare
reso nera madre, i dispersi
umani nelle voci
troppo fuse al fango, alti in acque
che assaltarono le soglie dei portoni –
ed ora fatti luogo, altare di furia e fuga
dallo stanco mito
cui mai apparterranno queste
case spogliate delle voci.

(01 ottobre 2010)


a volte #

A volte trionfava la credenza che il nulla della morte

fosse sempre smentito da qualche residuo ulteriore

di vita, dei nostri morti, augurali la buona sorte,

pacche alitanti sulle spalle, conforti di povero amore.


(soggiorni)

Mia madre fa soggiorni frequenti,
varie volte al mese, al paese –
dice: per strada di persone non ne senti,
in silenzio, siamo in tre, più quattro chiese.


Libri & letture al Circolo Cerizza (Milano)


E’ uscito, per le Edizioni Smasher, nella collana “Monografie” diretta da Enzo Campi, che firma la nota finale, con una prefazione di Alessandra Pigliaru, il mio libro di versi “Dall’intramata tessitura”. Per l’occasione leggerò, assieme a Francesco Marotta, Jacopo Ninni ed Enzo Campi (che presenteranno le rispettive opere), mercoledì 9 novembre al Circolo Romeo Cerizza (Via Meucci 2), nell’ambito della rassegna “I MERCOLEDÌ DEL CERIZZA” – a cura di Anna Lamberti Bocconi, Francesca Genti e Luciano Mondini, come tappa milanese del progetto “Letteratura necessaria”, curato da Enzo Campi.
Il libro può essere richiesto cliccando sul link che rimanda al sito delle Edizioni Smasher o direttamente sull’immagine di copertina.

Estratti dal libro sono rinvenibili sui blog letterari La dimora del tempo sospeso e Poetarumsilva.


Un e-book (quasi un rimario da luoghi noti)

Raccolgo in formato PDF un po’ di distici, ottave, voli, rime sparse e perse, etc., apparsi in rete.

Da presso e nei dintorni – quasi un rimario da luoghi noti.


DOPPIO READING AL “SUD”

GIOVEDI’ 04 MARZO ALLE 20,30 

CIRCOLO CULTURALE  SUD  – MILANO – VIA CORSICO,  5  (Metro Porta Genova)

READING  col mio “Ruderi del Tauro”,  e con “I partigiani del karma” di Paolo Petrosillo


Biblioaperitivo in versi, con “Ruderi del Tauro”

Sabato 13 febbraio alle 11,00,  il Biblioaperitivo in versi col sottoscritto e la raccolta “Ruderi del Tauro”,  presso la Biblioteca Comunale di Rescaldina, via Matteotti n.2 –  un reading/lettura organizzato dalla Biblioteca e dall’Associazione “La libreria che non c’è”.
Dall’invito distribuito dalla Biblioteca:
<< In “Ruderi del Tauro”, Enrico De Lea, a partire da dati memoriali (la Sicilia, ma non solo) o dal presente, sperimenta una rappresentazione, ora visionaria ora comunicativa, del mondo, e, attraverso la finzione poetica, tenta di rinominare la realtà, nel conflitto tra biologia e storia, ben sapendo della vanità finale di questo tentativo.
Sperando che alla fine resti, dei poeti, qualche brandello di verità “altra”.
Oltre a leggerci alcune sue poesie, De Lea parlerà volentieri con noi di poesia, di memoria, del ruolo sociale dei poeti, di Sicilia…
Con un intervento musicale di Roberto Bianchi, e il consueto aperitivo finale>>.

lumina et semina (in valle d’Agrò)

SANY1360

Lumina et semina (in valle d’Agrò) – poemetto inedito 2007-2008

1.
Quarantena delle madri,
l’impastata notte di carbone e latte,
dietro il Coro, intorno alla fontana
delle mormoranti nostre brocche,
si tace del ritorno dell’acqua
a Selino, dopo anni di secca,
per la prossima festa, per la
devozione dell’urna al plenilunio.
Indugiare, sorelle, ave, nella conta dei morti,
pienamente parlare ed affidare
alla pazienza solare dei terrazzi,
è argento che il vivente strania, una fuga
ed un fiato montano improvviso.

2.
Ancora, una prece per mio padre,
ma l’assenza ha partorito ricche
le sofferenze del nostro canto, ma la presenza
ha avuto un cardine raccolto e una compresenza
abbiamo percepito, non un consumo
del tempo da bestie ruminanti, non
una voce che si sia perduta nella fuga.
Costanza del paesaggio, da Ciappazzi,
ove i morti hanno la luce ultima e aurorale,
e il fiume reca una sinuosa, femminile
grazia della fertilità, ma uccide nel corpo
i portatori, salvi per un giunco, un olivastro.
Dalle piene non una salvezza, ma un rifiuto,
e una perdita è la volontà d’ognuno.
Dove la storia non sia mai rinascita.

3.
Ci si conosce per un nome oscuro nella comunità,
un soprannome preso da una storpia andatura
o da un dileggio di parente odioso, per le madri
resta un affare di secoli passati ed a venire.

4.
Dalla vista della Montagna, ove la vigna ha avuto
un rapido espianto dall’erede esattore,
dalla Traversa dell’avo morto in febbraio
con l’amore del sole declinante nello sguardo,
fuggono ancora i muli e danno allarmi
di morte del freddo beato dei vecchi
alla luce lunare, il sangiuseppe del padre
alla madre del libro della tela.

5.
Fondato sullo storto, farnetico angolo del labbro,
si consegna al passo memore,
al cotto, al nero lavico ed all’arenaria,
spiega nell’estensione del percorso
dalla badia all’orto i lumi come
dispositivi, neri e gaudiosi lumi in valle.
Ma rappresaglia costante al papavero onesto,
ma assedio infinito ed al finito un empio
frutto della morente, della sorgente…

6.
Arrivarci, ai luoghi, e nel cavo una segreta
notizia – la fiera del desiderio d’alba,
anno per anno, con un foro al ciottolo
delle fondamenta, all’orazione un espianto
dell’arma dei monaci estinti, da Cesarea
al greto dei capri e degli ulivi.

7.
Vuoti come ombre, eppure sono
carne che vocifera, corpi di donna o d’uomo
con ogni alibi morale, cogli umori animali.
Per la semente, per la testimonianza
assente – il passo del dominio sui dirupi.

8.
Come una moneta di antico conio
che risuona a terra, nel distico
di un interstizio e lungo il tempo – nel tempio
sconsacrato d’ogni vicolo, senza
che un ciottolo leso e levigato possa
darsi pena della sottostante scure.

9.
L’ascensione dei morti lo affatica,
pavidi santi esausti scosta
dalla vista, allontana – questo drappello
fedele che è la vigna, dopo gli anni
tra i carruggi, le nebbie, i laghi crespi:
elevarsi e a sostegno il mandorlo
il ciliegio il noce a fuoco, col vicino
che devasta anni e zolle, con un volto
d’adulterio che lo fonda.

10.
Ancora i padri, ad accusarci.
Nel numero, nel nome,
nel novero degli anni.
Accusare, dovuto e meritato,
calpestare nel terriccio i favi
col miele fatuo, con l’eterna
diva del fausto falso.
Mercatura del belletto e dell’effetto…

11.
Con la costante abrasione
dei nomi sulle lapidi
procedono inermi al consumo dei giorni.
Giungono in settentrione voci sul paese
abbandonato a pochi vecchi senza ascolto,
ad altri che, irridenti e leggeri lupi,
ne sbranano le miserie, gonfiano e succhiano
la santa minna d’ostentato spreco.
Arriveremo ancora nell’umido dei solai, nelle cantine
ricolme – fuori dall’ingresso ci accucceremo
come cani pazienti, fiduciosi
nel ritorno del padrone e signore della casa.

12.
Dal passo della Granciara,
utero secco, pietra guanciale dei parti infimi.
In tre, questuanti una veglia
sul passato ed in cerca di cave,
di fornaci, di acciottolati miracolosi nella loro persistenza.

13.
In agguato un paternoster sulle labbra,
dalla visione ad oriente
dei santi taumaturghi nel settembre,
dal lazzaretto e dalla pieve
del santo seppellito.
Affidare al mare, senza un nome,
le ombre temibili del sonno,
invocando protezione, madre nera,
all’abbraccio dell’alba.

14.
Tentare l’ascensione
tra i sentieri invasi dalla storia,
dalle siepi di spine trionfanti.
Attrezzare non le mani,
ma il soffio con cui resisti
al sangue, ai graffi,
alle benvenute ferite.

15.
Con occhi ieri accecati
scoprire il verminaio
sotto il pietrame liscio, ora svelato.
Tutto, tutto sia capovolto
delle fatuità del solco seminale.
Tutto, tutto, il dio che vi persuade e tenta.

16.
Lo sguardo all’ava torna, alla madre
senza figlio. Caffè dell’alba e scongiuro
in faccia al mito che ignora,
sentire di una luce indivisa, piena.

17.
Nei volti si rivelano i volti
di madri e padri, ieri figli
alla fontana dietro il Coro.
Fateci ancora attingere, figli,
proteggeteci, in questo buio,
estinguete una sete
violenta di generazioni.

18.
Il fuoco dalla ferita
improvvisa del mare.
Trema la brocca del latte
sull’infante e sulle poche case.
E poi, dilavaci paternamente,
il mestruo del vallone
a liberarci da ogni colpa,
possessione della terra che abbranca.

19.
Neri suoni a costruire case,
dove l’acqua possiede il corso
dei corpi nell’agire. Nel mistero
della fondazione originaria,
dagli occhi verso oriente
l’ulivo con la vite ed ogni pietra
nell’utile erigersi.
Per vie d’acqua il legname
che tradimmo.

20.
Sabbia da costruzioni in cima,
tempio settembrino delle giovani carni,
le prime castagne con la banda.

21.
Con un sembiante di rappresaglia,
di volto morsicato, appeso, groppo
trattenuto da un sotterraneo immaginato
tra il portale barocco e la gobba eterna
delle colline dinanzi, ad un braccio dalle acque
della visione, è il sonno che precipita
nella coltre meridiana, il tessuto avìto
di calore, da telai nascosti, da richiami.

22.
Ah, segnature, lumi
della presenza, ai padri
in pura contraddizione d’eterni figli, nella valle
invochiamo un’assenza salvatrice
con una voce nascosta, incipitaria
d’una fine di roccia e di calcare.
Una minerale e silente accoglienza,
il tepore delle braccia che si ritrovano.
Il cunto e la canzone della febbre.

23.
Mater dolorosa e fiacca,
deipara la mole della madre,
la fata la velata la reina
del ciottolo valgo e d’un sabato tardivo.
Con la scienza capitaria del maggio
all’infanzia del vespero floreale
accadono la costanza dei gelsi
e una seta del ritorno in vita.

24.
Se mendicando il nome del padre
lo benedice, lo raccoglie e geme,
si chiede lungo un viottolo che i sassi
levigatezza assommino al muschio novello,
all’antico seme.

25.
Ascensione del santo solitario
come un padre che si slarga
e libera una luce, contenta
tra gli ulivi. Quanto al pietrame
intorno, chiedersi – puer aeternus –
della perfezionata permanenza
delle case, dei facitori antichi
dall’occhio saldo, dalla mano ferma.
Con un occaso nel restauro
dei segni, con un disegno blando
nella commorienza nostra.

26.
Una nudità inconsueta dei viventi
perviene negli anni al niente
di alcuni mistici. Negli anni
ed all’improvviso, con l’inaspettato
esplodere del vulcano.

27.
Lo zelo della genitura molesta
ci riaccoglie, calca
di demiurghi di nuove ombre,
di mercatanti di venti sterili.
Dall’assolato versante della collina,
una divinità gravida tace negli stasimi
della terra, Gurni Cristuri Briga,
con l’oblìo dell’ansia e del sudore,
senza attesa di frescura e di sostanza,
d’un olio che lenisca ogni freno,
d’una lampa che dia luce ai figli morti.

28.
In un’ascesi che non ha memoria, nulla
del deserto, ma una sorte di arenaria spenta,
col raccolto paterno, col racconto spezzato
in un’arabia di ruderi, nel greto
degli olivastri, nati a salvazione ed a sembianza,
in cima e col teatro celeste, ancora nulla.

29.
Lumi notturni come una corona
cimiteriale, col novembre che taglia
i volti a sera e al sole cuoce. D’una
vita da continuare, d’una pena
e d’una gioia tutta da celare
raccomandano i morti e tutti i vivi
che nessuno osa giudicare, assolti
come la piena dal dirupo.

30.
Ad una notte affida la luce, la voce,
alla morte della fatua vicenda, alla cenere.
Lazzaro della tela, da un maldestro
sonno della stirpe, rinviene un padre,
dall’intramata tessitura, siede e spezza
un pane caldo e versa l’olio dentro.
Tutta la perdita in un tepore di farina.

31.
Ancora un’ascesi del paterno
raccolto, in un’arabia di ruderi
solenni, manca l’abbraccio
che impasta ulivi ed uomini.
Senza che sia risorto il costruttore
del secco casamento, un nulla di pietre
nel greto delle piene, una consolazione
da olivastri, giganti pronti
a nessuna salvazione del morente.

32.
Qui non è segno raro, come
un destino che infine è tanta parte
che scusa, che una madre un padre
restino i vecchi orfani d’un figlio,
di giorno in giorno preso
da un oscuro fuoco e divorato.
In una casa vista dalle Rocche,
estraneità del tempo del cieco,
Biagia e Peppino sopravvissero a Giovanni.

33.
Nuove, forse nuove consolazioni di ciliegi a Mitta,
dai patronali fondi dei Puzzolo, dove l’acqua
riporta, rinascendo a dignità sorgìve.
Non ancora, non più
sapere del caruso e del calcio d’asino
sulla sventatezza accesa. Ci siamo –
è la frescura, l’aria ove
finito ed oltre ci rimbrottano.

34.
La nudità del piede, del calcagno vizzo non conosce
se non il masso, i suoi secchi licheni.
Da Cristuri alla Fornace, a Pragò
l’occhio raccoglie il manto
di cui artefice è il merlo, o la ciaula,
con il seme malfermo nel becco.
La quercia roverella, il bagolaro, invadono
tutte le armacie dell’uliveto ch’era un monte
e un mondo, andato in una fiamma
non di roveto ardente, ma di sperpero deserto.

35.
Lumi, segnali, segni, signature,
semi di luce, sementi del chiarore
illùne, un’assenza nel guscio,
nella vagina asciutta della terra,
insediamo per verba gli atti
dell’ostinazione della presenza vana, liberiamo
lo sguardo, ammutoliamo con i nostri morti.

36.
Remote piante dell’“a poco prezzo”
d’un velo che si squarcia, recante mercanzia
del rimpianto sgranato allo strapiombo
della Granciara, sempre un volto accompagna
ogni ritorno, un canto irriducibile al calcare
della cava obliata, dello scalpello smesso.
Un consenso di sguardi ci contorna
ed una lama bionda dall’oriente.
Ad un commiato prossimi nel vino
che riconsacra il sonno e nuove veglie.

37.
Una riduzione del vento
ad un respiro, ad un silente
bassocontinuo: un’ora piena
di vestigia innominate
s’appressa al sonno meridiano.
Rechiamo ai morti di Ciappazzi
non i fiori, ma le erbe delle alture,
nepitella ruta menta origano finocchio,
ad alleviare il peso del paesaggio.
Amici levano l’occhio ad un saluto –
uguali siamo un prodotto ed una merce.

38.
Nomi d’eremitaggi o di giudecche
abscondite, nomi di possidenze, un vuoto
d’aria nell’incendio, una ricchezza
di fuga nella brezza assicurata
lungo il vallone che porta a Rina.
Chiediamo lumi sul sentiero del pesce.

39.
L’anacoreta chiama tutti,
anche alla distrazione
degli averi, al tradimento
dell’ora presente. Ieri un padre
recita gratitudine del figlio
ritrovato nel ritorno: ieri, padre.
come una corona di sacro spino.

40.
Fontana ultima alla brocca e sorgente,
dove riappare il chiarore iniziale, da
insaccare per risarcire la fine del viaggio.
Aggiungono le madri altre parole,
note, nomi come cose, che premono
tra l’odore prossimo del forno, ostie
somministrate dalle donne,
da deglutire senza masticare
nel paese-altare antemarino.
Nomi da proferire come scale in pietra
che il piede nudo ascolta, divenuto
la leggerezza dell’infamia,
il segno del tradire degli eredi.