Le verità passeggiate

(ripropongo un testo già apparso sul blog di Giacomo Verri, nella sua rubrica sui libri “tanto amati”)

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Mi fa piacere scrivere della passeggiata, anzi de La passeggiata, di Robert Walser, in uno con la mia, le mie passeggiate di un tempo e poi di ogni tempo, in fondo.

La mia ciclica, ripetuta passeggiata in un villaggio che so bene – in un paese dove non mi trovo per caso, ma perché non mi ci stacco neanche essendone lontano ad almeno un giorno di viaggio -, a un certo punto della mia vita s’incrociò felicemente col racconto di questo geniale, svagato e jemenfoutiste grafomane svizzero.

Non vi dirò il nome della mia Bienne, un borgo siciliano di collina di fronte al mare, dove però passeggiando, per lo Zorio o la Badia, sul Bastione o nella Piazza Vecchia, dove tutto “può avvenire, e io credo che in realtà sia avvenuto”.

Leggervi, con La Passeggiata, quanto avrebbe potuto darmi ogni passeggiata per il paese, tracciando una traccia di consapevolezza nella confusione dei diciannove anni, la durezza del mondo nella leggerezza svagata e disillusa, il raggiungimento di quelle “verità passeggiate” che mio padre, senza conoscere Walser o Musil, aveva conquistato senza darlo a vedere.

Walser, Rilke, Kafka, il loro barocco mitteleuropeo, e poi i boemi Seifert, Holan, Hrabal, mi avevano guarito da un certo inevitabile regionalismo (l’illuminismo sciasciano mi aveva fino a quel momento dato fondamenta solide, credevo), per farmi approdare ai grandi disillusi cosmopoliti siciliani Cattafi e Ripellino.

Ma, a parte tale inciso da lettore, Walser mi era diventato un invisibile familiare. Le passeggiate di mio padre, ancor più delle mie, sapevano certo cogliere, nei particolari della fontana dell’Acqua Ruggia (in realtà l’Acqua di Ruggero II) e dei capperi che vi crescevano sopra, l’incanto a portata di mano, perché si poteva vedere tutto sempre con occhi nuovi e trattare il mondo in modi nuovi, malgrado la vanità del tutto.

E così l’ironia anticlericale di Carmelo Nicolino, che irrideva al culto idolatrico dei santi, diventava poesia quando serio si commuoveva elogiando l’armonia della Grande Mente che tutto sovrastava e amorosamente abbracciava.

Si andava in giro per il paese, annusando gli odori più forti, di frittole, vino, stoccafisso, acciughe. Strambottando magari sull’ultima tresca amorosa, ma senza scandalo, perché anch’essa era bellezza.

C’era spazio, nella luce che accarezzava le case ed i volti, per la poesia – ed io mi ci ritrovavo con Walser, barocco d’oltralpe, speravo almeno candido come il giovane Lo Schiavo, bracciante in Cristuri, che, superata la nostra valle alla volta della Bafìa per la visita di leva, si cuntava, ebbe a chiedere e a chiedersi: “ma allora il mondo continua?”.

 

u viaggiu (il viaggio)

u viaggiu ‘rristau longu,
unni sì e aùnni ièri,
longu e senza fini comu ‘n ciumi,
‘mparissi smicciannu lumi
dop’a nuttata,
tempu sdirrupannu e sonnu,
addhritta – cimiddhiannu,
cuntannu chiddhu chi s’ha vittu,
mmucciannu i mani o pettu
nto friddu chi scurri
nt’a ‘ll’uri senz’uri –
rispigghianusi nt’a navi,
non parìa veru, u Sthrittu

***

(il viaggio)

il viaggio è rimasto lungo,
dove sei e là, dove eri,
lungo e senza fine come un fiume,
intravedendo luci
come dopo la notte,
scaraventando tempo
e sonno in piedi, ciondolando,
raccontando quel che s’è visto
nascondendo le mani in tasca
nel freddo che corre
nelle ore senza ore –
svegliandosi sul traghetto
non sembrava vero, lo Stretto

#le sere#

Casalvecchio '900

le sere testimoniano di mio padre,
le luci e l’acciottolato, l’andarci sopra
per echi secchi, le lampare a mare,
davanti a un paesaggio, prima e dopo
ogni sosta dagli anziani, dalla madre
dal padre, le olive il vino il pane,
le stazioni della via lieta, dal suocero
fino alla camera del lavoro, al bar
dove le parole erano corse, ma si era insieme

riscrivo/Le (quartine)# 1-5

Certo del sangue, del fiume traversato,
a un dopo della manifattura e del telaio,
al deserto capitale, al male edulcorato,
era la piazza ieri, l’essenza del merciaio.

2.
La diaccia architettura ci descrive,
gli spazi vuoti del passato umano,
bureax marciti tra presenze schive,
gente da fuori, scampati, da lontano.

3.
Il ciclico azzardo di Bisanzio grava,
grigia ipoteca sulla civica visione.
non fu solenne il cedere alla fuga
nel lume indenne della possessione.

4.
Sempre in cerchi concentrici si segna
quel perdersi infinito dentro il mondo,
dei padri, delle madri, che non degna
l’epoca, il tempo allo sprofondo.

5.
E non ha luce che dia luce vera
la pienezza del marchio, in un mercato
d’immagini in omaggio, da bottega nera
del corpo umano, affitto o comodato.

29.30. quartinae

29.
Passo a Sant’Anna e ci conficco il giorno,
come un cuneo di tempo, già lo tocco,
Nino Palermo e l’asino, di ritorno,
Donna Michela da cui compro lo stocco.

30.
Nella palmara di Don Felice un universo
di uccelli, e sotto, i gatti, a fare mavarìa:
a fianco, col maiale un grugno perso,
vittima dell’autunno, ad ogni via.

Sapere di Giovanni

Qui siamo salvi, i vivi e i morti, per un quasi. Ciascuno sa dell’altro, vivente o di alcune generazioni precedenti, tantissimo, ma non tutto; sa soltanto quasi tutto. Così ogni umano qui trova un’inconsapevole salvezza dall’occhio e dal giudizio altrui in quel “quasi”, che impedisce la perfezione della conoscenza totale, spietata, di esseri portati a realtà di natura.

Per anni mi sono permesso la consueta pennica nella sala da pranzo di casa Resta, dove rimanevo a lungo, nella frescura pomeridiana, sulla cassapanca dei corredi matrimoniali delle figlie rimaste nubili, le schette della famiglia. Facevo un po’di fatica ad addormentarmi, per la durezza del legno, così prima di appisolarmi restavo a fissare la stanza circonfusa da una penombra che lasciava intuire il terrazzo assolato. Sulle strette ante della vetrina si rifletteva la foto di un giovane dal volto ancora acerbo, i cui tratti delicati e quasi femminei non lasciavano intuire che fosse più che ventenne a quell’epoca, qualche mese prima della sua scomparsa.

Da un passato dal cielo grigio come le rocce calcaree delle Rocche, mio zio Giovanni Resta guardava la penombra di fine agosto, nello stanzone immutato nel tempo, la sala buona che chiamavamo il camerone. Il suo volto, rimasto quello di un ragazzo, per sempre giovane, tuttavia, come iniziavo a dubitare, chissà se davvero “caro agli dèi”.

In casa era sparita a prima vista ogni traccia della sua presenza, i suoi libri, i suoi appunti, i suoi esperimenti da studente di ingegneria elettrica, gli apparecchi radio che costruiva artigianalmente per farne dono alle amiche. Era pure sparito il fucile da caccia di mio nonno, l’oggetto ritenuto quasi reo dell’irreparabile avvenuto nella masseria di contrada Giovannella a Misitano; il coro greco del lutto era stabilito, poiché solo il destino era la causa del fatto, certo, solo un destino.

(prova delle madri)

Prova delle madri

(di Enrico De Lea) 

nativita

(Casalvecchio Siculo -ME – Chiesa di Sant’Onofrio, “Sacra Famiglia” di Gaspare Camarda, inizi XVII sec., scuola di Antonello da Messina)

***

 

 

Io v’accompagno, madri, in Efeso.

Celebro mormorante da un’altura
di convegno d’ignote creature alate
nel turgore di petrose minne,
perforazioni del presente
schianto nel sonno inavvertito, voi

madri della certezza e del libro
sotto gli angeli barocchi,
madri della pazienza e della perdita
della memoria nel passo quotidiano,
madri dei figli, madri dai tanti figli
senza vostri figli, madri degli uomini
sotto lo stesso lenzuolo,
madri del racconto ripetuto e della predica,
madri nel giusto alzate, una preghiera
che da sola echeggia…

Io v’accompagno, madri,
alle nuove case di ieri,
i luoghi di fatica e di sconfitta, di poca
gioia, premonizione dell’esclusa,
al vero posseduto per coscienza
del legame alla terra come divinità del sempre.

Coltivo da una teoria di torce in processione
i volti del severo vostro tempo, l’unico
scampo d’amore che permane.

*** 

 

Può il grigio della crepa

calcarea contenervi, madri,

come un verde appuntito, da spinosanto,

come un medicamento di parola

repetita, un rosario di rossi rossi

nastri alla futile, ma non fertile,

tracimata schiera di noi fuggiaschi.

Può darvi pace questa nostra

dimenticata e confusa voce

di scaglie petrose battenti sul dirupo.

Coi figli morti per nessuna requie

trascende ai viali peloritani un passo

di macinìo smagrito, un dio deserto.

 

***

 

Alte, elevate madri sulle alture

sopra i laghi marini o sotto

l’nviso parallelo della peste,

madri lunari o nere che covate

una calda di lana, accarezzata,

mano, v’indigna sempre il male

nel corpo o nello storto labbro

della menzogna. Ci assicura

a una radice che non tollera,

più d’ogni altra pace, la severa

vostra solenne migrazione da una

perdita originaria, dalla pietra

all’asfalto, alla nudità del volto,

che non teme.

 

***

 

Nelle rose e nel maggio ricadiamo, madri,

dopo che i punteruoli hanno spronato

i muli verso argini montani,

dopo che uno stiletto ha penetrato

un costato d’agnella.

Per esserci, noi siamo, nel senza

delle urbane movenze, e non osiamo

salire trascendere negare.