ego

 
I. (ego)

Ego, dirùto dimezzato sordo,
sto nello scuro – scuro scuro ! – e mordo.

II. (chi sogna)

Chi sogna l’insubordine è perduto –
il capitale a schermo, il corpo muto.

III. (voilà)

Voilà, il vuoto delle immagini ha convinto,
qualche orrido sciamano s’è ritinto.

IV. (contro)

Tra canto e scanto ammutolivo, dietro
i lampi notturni – mi sobbalzava il vetro.

V. (falsi riflessi)

Provo a fissarla, dall’alba ad ora tarda:
l’immagine – che guardo – non mi guarda!

VI. (verso Damasco)

Caddi improvviso, per scherzo di natura,
rimodellai una dote da questura
“.

VII.  (Briga, Giampilieri)

L’approdo, assiso Paolo, ha il predicato nei paraggi

dei massi – ed uno al centro della cala dei naufragi!

VIII. (dove)

Mi dissetavo ad un’acqua di ieri,
dispersa coi dispersi, a Giampilieri.

IX. (gnostica)
D’altronde, inferno – unico e secondo –
inferno che s’inferna, resta il mondo.

X. (nos)
Dentro, vagarci, assenze-essenze minerali,
la solita devozione ai fuochi ancestrali…

escussioni (epigrammi per avvocati stanchi)

daumier

(consigli dal passato)
vita e contraddizione
a questo mondo sono parenti
un po’ serpenti, sicché
l’avvocato, secondo l’occasione,
è un anarchico
col senso dello Stato,
in fondo – un aristocratico
utopista, un realista cinico,
un rivoluzionario  atavico,
un prete che si vede
dire messa,
senza fedeli e senza fede
***
(senza)
salendo per le scale
del Palazzo
di Giustizia, come
il Bucefalo ippo-legale
di Kafka e Alessandro
Magno, l’evento
d’essere infine senza
tessera di riconoscimento,
magari buttato fuori,
si ritrova a guardare
corso di Porta Vittoria
cancellata, si siede
sulle scale e non vede
che il mare – il primo
dei suoi amori,
fuori dalla storia
***
(nella polis)
l’inno, che bello,
ci vuole fratelli
d’italia e magari
di clan d’affari
di loggia piuttosto
– e avaro e pigro
il tempo che
non caccia o sloggia
***
 (in aula)
tra il credito
formativo
e il debito
peggiorativo,
il discreto
discredito
furtivo
***
(augurali)
niente scuse, niente sconti
per nessuno,
non scendiamo né saliamo,
né andiamo per monti,
la piazza è la casa
della mano che ci diamo,
la felicità
dell’agorà
***
(cenoni)
sobriamente
ordina le caselle
degli affetti
tra le crepes e le crespelle
di baccalà, con l’uvetta –
gli effetti
sono luci in città
di visioni di cenoni,
di abbuffoni
perfetti
***
(feste)
forse a Natale
si è più buoni –
solo perché si spengono
le televisioni
***
(perditempo)
capita che non ricordi
quanto detto al cliente
ossessivo – dirgli
piuttosto che scordi
il tempo, l’essere vivo
al presente,
galleggi nella
bolla del nulla
***
(rinvìo)
concorda controparte
su un rinvìo,
procrastinare l’arrivo
dell’orda, della sorte,
del giudizio di Dio –
in una pausa
della causa
fingersi vivo
***
(devi/vedi)
fa’ quel che devi,
è il vero punto:
non si vede –
in quel che si vede
in quel che non si crede –
appunto
quello che davvero
si crede
***
(le prove)
oggi, sì,
facciamo nuove
tutte le cose,
confondiamo le prove,
diciamo che ci siamo
***
(principi)
c’erano i mitici
principi del foro
col busto a perenne
memoria e futura,
bei tempi, i loro –
ma erano e sono
pure le bande del buco,
questioni di gusto,
di trapano,
di apertura
***
(vacanze)
niente rogne,
solo sole e niente,
Taormina nella mente,
per carità
nome di località
(non quello di Cogne)
ovviamente
***
(smentite)
per i padri l’avvocato
se la faceva
“causi causi” – ma
c’era sempre un Lo Sardo
o La Torre in città
a smentire quella verità
***
(riforme)
sostituire le province e le regioni
d’imperio, con le legioni –
non sarebbe poi male
come riforma costituzionale
***
(riscossioni)
secco secco
a rate raglia
la cartella dello scecco –
equitaglia
***
(equi/talìa)
non ti curar di lor
ma guarda e tassa
***
(documentazione)
tempi di decadenza
o decadence,
ci manca il repertorio,
roba da canzonetta
persino la pandetta
***
(moralisti)
presto
salendo le scale
del tribunale
il bene saluta il male,
ma questo
ha le scatole piene
***
(raramente)
raramente c’è
quello/quella che
s’eccita
mentre cita
mentre diffida
e sfida
il perché
***
(conciliazioni)
mollare l’osso,
darla vinta,
all’istante
nonostante s’addivenga
a kafkarsi addosso
***
(in fondo)
come un giufà
di ieri
chiediamo il perché
dell’al di qua
***
(prescrizioni)
il medico pietoso
ci prescrive
che il mondo
si prescriva
***
(K.)
La Norma la Legge il Diritto: ci abbocchi.
Arriva il Signor Kafka e ti apre gli occhi.
***
(un deferente saluto)
l’assalto dell’assolto
che il giudice ha prosciolto –
lo stesso ora è ravveduto
e, visibilmente scosso,
non vede più rosso,
anzi gli manda
un deferente saluto
***
(incipit e fine)
per finire/iniziare la giornata
rivedere il mondo
come una cessata
materia del contendere

L’OLIVO – di Guido Ballo

Guido Ballo, poeta, critico d’arte e letterario, è stato un protagonista del Novecento artistico. Nato ad Adrano (CT) nel 1914, il suo percorso di uomo di cultura è in gran parte segnato dalla presenza di Milano, dove visse dal 1939 e dove si legò ad artisti come Arnaldo Pomodoro e Lucio Fontana ed a poeti come Vittorio Sereni e Giovanni Raboni (e dove scomparve nel 2010). Docente all’Accademia di Brera di Milano, fu un grande innovatore nell’arte e nella poesia. Curò grandi mostre (quelle dedicate a Boccioni, Fontana, Munch e “Le origini dell’astrattismo”) e fu autore di diversi volumi dedicati all’astrattismo ( “Occhio critico” 1 e 2, “La storia dell’arte italiana”, “La mano e la macchina”) e si occupò di arte e letteratura sulle terze pagine dei quotidiani Avanti! e Corriere della Sera. Come poetà pubblicò varie sillogi, tra cui L’albero poeta(1966), con acqueforti di Enrico Baj e Lucio Fontana, I ricatti (1969), Mad (1970), Alfabeto solare (1973) e Sicilia controcanti (1975).

Non ignorando il rapporto tra parola e oralità della stessa, nel ’72 pubblicò un disco, Metràpolis, in cui recita alcune sue poesie con un accompagnamento musicale.

Da Sicilia controcanti (1975, Guanda ed.) – raccolta di testi poetici, a partire dal dato memoriale, in cui il gusto poetica per la nominazione è tutt’uno con la passione filologico-etimologica – proponiamo il testo L’olivo (E.D.L.).

***

L’OLIVO

L’olivo di Sicilia elàifa elàia

olìvum sui declivi foglie lievi

che fremono al vento elàion

lèios òleum si contorce al

sole nel tronco nei rami

con nodi antichi àlev per dare

tutto di sè elàia olìvum.

Letture/5: un inedito di Luigi Socci

Come mai che non parli?
Che cos’hai da non dire?

L’occhio cavato sèguita a vedere
quel che si vuole anche dopo ore
come volevasi dimostrare.

2 mezze verità
non ne fanno una intera
ma 4 metà
addirittura fa
2 verità.

Pezzettoni che anelano a ricomporsi
schegge che rinsaviscono
interrogandosi sul da farsi
cocci di socci che sono i miei
perché tu non li vuoi.

Un passo dopo l’altro
un ritorno sui propri passi
con il piede infilato nell’impronta
fresca ancora lasciata nell’andata
come in una pantofola di fango.

Questa cosa che manca
che si inventa di sana pianta
non hai vinto ritenta
di riconoscerla da un’impronta.

Ma adesso smetto perché sei stanca.

I DUE PASSANTI (di Corrado Costa)

I due passanti: quello distinto con il vestito grigio
e quello distinto con il vestito grigio, quello con un certo
portamento elegante e l’altro con un certo portamento
elegante, uno che rideva con uno che rideva
uno però più taciturno e l’altro
però più taciturno, quello con le sue idee
sulla situazione e quello con le sue idee
sulla situazione: i due passanti: uno improvvisamente
con gli attrezzi e l’altro improvvisamente nudo
uno che tortura e l’altro senza speranza
una imprecisabile bestia una imprecisabile preda:
i due passanti: quello alto uguale e quello
alto uguale, uno affettuoso signorile e l’altro
affettuoso signorile, quello che si raccomanda.