Incerti passi nel paesaggio

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Neanche quest’anno è stata la ventura

D’oltrepassare il mondo della vecchia

Strada provinciale e andare verso l’alto

Sconfessando il cimitero panoramico

 

Io e l’amico dovevamo andare verso

Antichi acciottolati, forse d’età romana,

Sul crinale dei piccoli dorsi montan

iDa decenni divenuti terre ignote

 

Sarà forse, non è stato, all’alba

Mi sono limitato a incerti passi

Della vista nel paesaggio dei padri

E delle madri – i volti incastonati

 

Tra gole e macchie di bagolari

O querce, o, a proprio sopravvissuto

Sfarzo, nelle isole argentee degli ulivi –

L’alba posseduta in via esclusiva

 

Con un mito di luce è stata danza

Della visione e vi ho tracciato volti

Presi da un ergastolo ignoto, da un esilio –

Con le piene essiccate il tempo estinto.

***

“Poesia di strada” – Licenze Poetiche 2010 (Macerata)

riviste/Le (quartine) # 7-12

(…)

7.
Sperimento l’insonnia come un bene
a parte, mai lo stesso bene del giorno
successivo, per quella sbornia che trattiene
un mondo, parole, segnature del ritorno.

8.
Un piccolo e nodoso codice, o radice,
piuttosto, di una legge di padri luminosi,
brandirlo, onorarlo, contro il falso che dice
solo un presente oscuro, di estimi fallosi.

9.
Dopo – la rima d’un postumo, ripensato prima
consola a torto della vita priva,
plena, pregnata d’artifizio, umore
insano, dell’in prigione che simula festiva.

10.
Nel sogno del mio sonno a volte nuoto,
lenta bracciata nel corso d’acqua scura,
notte che non è notte, è mare vuoto,
la domandina folle di quest”impostura.

11.
Fatemorgane insulse ho superato
o l’insulso fui io, passando il mare ? –
chiedo, nel segno dell’interrogato,
che segna il passo, senza ritornare.

12.
Amare febbri a primavera, nella lingua
delle correnti omeriche e di lampare
placide, ché il calamaro si spera non distingua
l’attrattiva luce nel fresco, al suo imboscare.

riscrivo/Le (quartine)# 1-5

Certo del sangue, del fiume traversato,
a un dopo della manifattura e del telaio,
al deserto capitale, al male edulcorato,
era la piazza ieri, l’essenza del merciaio.

2.
La diaccia architettura ci descrive,
gli spazi vuoti del passato umano,
bureax marciti tra presenze schive,
gente da fuori, scampati, da lontano.

3.
Il ciclico azzardo di Bisanzio grava,
grigia ipoteca sulla civica visione.
non fu solenne il cedere alla fuga
nel lume indenne della possessione.

4.
Sempre in cerchi concentrici si segna
quel perdersi infinito dentro il mondo,
dei padri, delle madri, che non degna
l’epoca, il tempo allo sprofondo.

5.
E non ha luce che dia luce vera
la pienezza del marchio, in un mercato
d’immagini in omaggio, da bottega nera
del corpo umano, affitto o comodato.