Mario Luzi, poeta

Muore ignominiosamente la repubblica.
Ignominiosamente la spiano
i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti.
Arrotano ignominiosamente il becco i corvi nella stanza accanto.
Ignominiosamente si azzuffano i suoi orfani,
si sbranano ignominiosamente tra di loro i suoi sciacalli.
Tutto accade ignominiosamente, tutto
meno la morte medesima – cerco di farmi intendere
dinanzi a non so che tribunale
di che sognata equità. E l’udienza è tolta.

On democracy (a S. Vittore Olona)

La Biblioteca comunale “VILLA ADELE” Invita a due momenti di analisi e dibattito sul tema: LA DEMOCRAZIA POSSIBILE
21 novembre 2008 ore 21,00
La nascita della democrazia: l’attualità di Socrate
Relatrice: prof.ssa Mariangela De Angeli, docente di filosofia, Coordinatrice iniziative culturali Fondazione IFC “Iniziative Sociali Canegratesi”
1 dicembre 2008 ore 21,00
Riflessioni sul presente: la democrazia possibile
Relatore: prof. Salvatore Veca, Ordinario di filosofia politica, Direttore Centro di filosofia sociale Università di Pavia, tra i fondatori di “Politeia” Centro per la ricerca e la formazione in “politica ed etica”

(sperduto cittadino)

 

sperduto cittadino, non ho ancora

voglia di attraversare la città –

eppure camminando m’innamora

come in un borgo, una comunità,

non più individuo che le merci adora

in quell’oblìo di storia e identità

ch’è la fortuna di chi comanda ora,

sopra la piazza, dismessa ogni agorà

 

in quella di ieri, ci vedevo spesso

il sarto ed il maestro sulla piazza,

un teatro sul mare dove io stesso

ero l’attore con la mente pazza,

con una febbre che non c’è più adesso:

ora ciascuno lustra la corazza,

chiusi i cancelli, tutti i lupi ha ammesso

alla difesa della  roba e della razza

 

sperduto cittadino, forse resta

altra risorsa, a parte l’invettiva, 

furente vaffa a chi ci fa la cresta

sopra la buona fede di chi arriva

da sempre ignaro ed ultimo, e non pesta

i piedi mai a nessuno della privativa

dell’arcana imperii, della cosca?

povera vita e verità furtiva…

 

 

 

 

 

Il Festival del diritto a Piacenza

Vorrei segnalare il Festival del Diritto, a Piacenza dal 25 al 28 settembre. Presieduto da Stefano Rodotà, credo sia di estremo interesse, qualificando il diritto, la norma , la legge, al di fuori degli schemi dei soliti convegni giuridici,  come un fatto di cultura e socialità. Tra gli ospiti, oltre a Rodotà che ne è il responsabile scientifico, Chiara Saraceno, Livia Pomodoro, Tito Boeri, Luigi Ferrajoli, Gustavo Zagrebelsky, Remo Bodei, Edopardo Boncinelli, Gianrico Carofiglio, Piercamillo Davigo,  Aldo Schiavone, Guido Alpa, Gherardo Colombo, Marco Revelli, Marcello Flores, Livio Pepino. Dalla scheda di presentazione: Il diritto non è un mero apparato tecnico separato e distante dalla vita di ognuno di noi. E’, da sempre, lo strumento privilegiato attraverso cui gli uomini hanno cercato di evitare la violenza e le derive dell’ostilità, assicurando una certa pace sociale e la regolazione dei conflitti. Attraverso il diritto i gruppi umani si sforzano di sostituire alla forza il riconoscimento reciproco, all’arbitrio le regole. Se c’è un’eredità che l’Occidente può legittimamente rivendicare è proprio quella della sua cultura giuridica: sia il diritto romano, che ha costituito una base fondamentale della civilizzazione europea, sia il diritto razionale moderno, fondato sul primato dei diritti fondamentali e sulla limitazione del potere arbitrario attraverso procedure formali. Oggi il fatto che il diritto ci riguardi da vicino è reso ancora più evidente da una serie di trasformazioni che stanno incidendo profondamente nella concreta esperienza quotidiana e nella mentalità diffusa. La globalizzazione da un lato ha ampliato enormemente il ruolo del diritto come strumento efficace per favorire i commerci e le transazioni finanziarie attraverso e al di sopra dei confini degli Stati; ma allo stesso tempo ne ha accresciuto la responsabilità, rispetto ai rischi che l’eccesso mercantile e l’assenza di regolazione pubblica possono rappresentare da tanti punti di vista (ambientali, di sicurezza del lavoro, di tutela dei consumatori, di autonomia della politica, di equità sociale). Ma il mondo globale è anche segnato da conflitti inediti che sembrano mettere in discussione alla radice la legittimità del diritto internazionale, i vincoli costituzionali all’esercizio del potere, i progetti cosmopolitici, i diritti umani ‘presi sul serio’. Ovvero, il diritto pubblico e la tradizione del costituzionalismo si rivelano in crisi, sotto attacco, anche dall’interno del mondo occidentale (basti pensare alla rilegittimazione della tortura). L’altro fronte su cui il diritto contemporaneo è impegnato è quello della bioetica: le opportunità (di cura, procreative, ecc.) messe a disposizione dalla tecnologia aprono ertamente grandi opportunità, ma ancor più grandi dilemmi, che ripropongono con forza il tema della decisione, dei suoi soggetti, e soprattutto della sua fonte di legittimazione. Mettendo in questione anche dati che parevano acquisiti, come quello della laicità degli ordinamenti democratici e della loro natura irriducibilmente pluralistica, che non consente etiche assolute e prevaricanti. Si tratta di contraddizioni che non consentono risposte ovvie, scontate, e che rimettono in primo piano la necessità di una riflessione culturale di ampio respiro all’interno e intorno al diritto. E’ quindi utile, importante provare a progettare un’occasione di confronto pubblico ad alto livello sui problemi attuali della cultura giuridica, che coinvolga i massimi esperti italiani e studiosi di rango internazionale, ma anche economisti, filosofi, politologi ecc. Una discussione che non sia autoreferenziale, ma allo stesso tempo divulgativa e critica, e soprattutto focalizzata sulle questioni reali che la vita sociale pone, agli operatori professionali del diritto e ai cittadini. In questo senso il tema proposto per la prima edizione del Festival di diritto è volutamente generale, ma allo stesso tempo concreto, non accademico: “Questioni di vita”.  Per il secondo anno (2009), si pensa a un tema classico, e allo stesso tempo attualissimo, di cui è sempre più urgente la ridefinizione: “Pubblico/Privato”. ” Per più dettagliate notizie sugli inconri e gli eventi culturali collegati, anche in piazza, potete cliccare qui.

Stranieri (noi e loro): un vecchio articolo.

Quello che segue è un articolo apparso sul “Corriere dell’altomilanese” di giugno 2008: la rapidità dell’imbarbarimento delle proposte in tema di immigrazione me lo fanno riproporre (eravamo anche noi per gli USA, un secolo fa, un “popolo indesiderabile”),

 

L’EMIGRAZIONE, UN DESTINO COMUNE

(di E.D.L.)

Un’utile iniziativa del Centro Culturale San Magno, sul tema scottante e doloroso dell’emigrazione, si è svolta presso i locale dello stesso in Legnano, in due tappe di estremo interesse. Un primo incontro si è svolto l’08 aprile scorso sul tema “Erranti nel mondo a cercare fortuna: la vicenda migratoria dei lavoratori”. Il fulcro della serata è stata la relazione assai appassionata e dettagliata, frutto di una ricerca archivistica e di una riflessione storica molto penetranti, del dr. Gianfranco Galliani Cavenago, che ha affrontato in passato il tema a partire dalla vicenda della migrazione da Cuggiono verso le Americhe. Molti gli argomenti e gli spunti in cui ciascuno degli uditori ha avuto modo sicuramente di riconoscere parte delle vicende umane di un parente, di un vicino, di un conoscente. Un’intera nazione nel corso di un secolo (1876/1975) è stata protagonista di un vero e proprio esodo: si calcola che in tale periodo abbiano varcato i confini nazionali ben 25 milioni di italiani. Tutto il territorio ne è stato interessato, dall’altomilanese al Veneto ed al Friuli, dal meridione al Piemonte. Col ventennio fascista, impregnato di retorica nazionalista, l’emigrazione fu vista negativamente, sicché ne furono trascurate le rilevazioni e ne fu disposto il blocco: conseguentemente, alla fine del ventennio gli italiano si ritrovarono più poveri per la sostanziale mancanza delle rimesse degli emigranti. Con l’ovvio riavvio del fenomeno alla volta di nazioni nelle quali si prospettava il delinearsi di un sogno, il sogno di un riscatto sociale e di un avvenire sicuro per sé e per i propri figli. La conversazione davvero brillante e partecipe del dr. Galliani Cavenago, tra i collaboratori dell’Ecoistituto del Ticino, è stata soprattutto incentrata sul fenomeno migratorio dall’altomilanese a cavallo tra XIX e XX secolo, che ha visto grandi masse della popolazione soprattutto contadina partire alla volta degli USA e dell’Argentina, in primo luogo, nonché verso altre méte del Sudamerica, tutte destinazioni ove venivano richieste quale manodopera scarsamente qualificata e malvista dai lavoratori locali: non erano rari all’epoca pronunciamenti xenofobi, trattamenti schiavistici, o, talora, veri e propri pestaggi e/o linciaggi. Non diversamente da quanto accade oggi in Italia nei confronti degli stranieri, fenomeni di criminalità nei paesi ospitanti vengono attribuiti ad un intero popolo, in specie quello italiano (laddove, ad es., la criminalità organizzata nasce nelle enclaves irlandesi o ebreo-polacche, ed il fenomeno Al Capone è un fenomeno di una realtà criminale ormai pienamente statunitense, scaturente dal proibizionismo); in tal senso, nel Congresso degli USA all’inizio del ‘900, gli italiani vengono bollati quale “popolo indesiderabile” (in fondo, alla condanna a morte degli anarchici Sacco e Vanzetti non è estraneo il pregiudizio anti-italiano ed antistraniero). Alcuni brani d’epoca sono stati letti durante la serata da Giorgio Orsini, regista del Laboratorio Teatrale San Magno, e dall’attrice Maria Elena Guffanti: tra questi, in particolare, le direttive prefettizie in materia di emigrazione ai sindaci (grande era la preoccupazione dei notabili locali per il venir meno di forza lavoro nelle campagne), diversi esempi di corrispondenze (in ciascun emigrato cova sempre il sogno del ritorno, con una maggiore agiatezza ed un miglior ruolo sociale, sogno sovente infranto dalla realtà ben diversa) ed un toccante poemetto dell’ebreo-polacco-francese Gorge Perec dedicato ad Ellis Island ed a ciò che rappresentò per tutti coloro che sbarcavano negli Stati Uniti.
La seconda serata in tema di emigrazione, il 22 aprile, ha visto l’intervento di Don Alessandro Valvassori, della Pastorale dei migranti della Curia di Milano, che si è occupato del tema “Migranti come noi”, affrontando la presenza straniera oggi in Italia. Il relatore, autore di diversi libri sull’argomento, tra coloro che sono cresciuti sotto la guida di Carlo Maria Martini, è un profondo conoscitore della realtà dei migranti dal Perù e dalle Filippine: in tali paesi ha vissuto a contatto con gli strati più disagiati della popolazione. Il taglio che il relatore dà alla conversazione è decisamente realistico. Infatti, contro ogni barriera ideologica o mentale, parte da una realtà: l’immigrazione degli stranieri in Italia (come in ogni paese del mondo) non è un fenomeno cui si può dire un No di principio od un Sì acritico e permissivo; è, piuttosto, un fenomeno, in primo luogo umano (cioè di una realtà fatta di persone, in carne, ossa e sentimenti), non di mera forza lavoro, un fenomeno da amministrare con intelligenza, attraverso la cultura della mediazione, evitando la creazione di realtà separate, di ghetti. Tutta la legislazione italiana in materia, in primis, la legge Bossi- Fini, viene vista come foriera di clandestinità e di marginalizzazione, laddove essa piuttosto che favorire l’integrazione del lavoratore straniero nella realtà italiana (laddove la presenza degli stranieri per alcuni lavori è ormai imprescindibile) ne complica l’esistenza in modo burocratico, generando irregolarità costante, salvo poi dover essere costretti a sanatorie indiscriminate. Il quadro che emerge è quello di un fenomeno, antico come il mondo, tutt’oggi di dimensioni bibliche, su cui si possono creare contingenti fortune elettorali, ma riguardo al quale il facile slogan del “cacciamoli tutti” è solo un disattendere il principio di realtà, che comporta maturità e razionalità nella scelta inevitabile della convivenza, anche personale, con culture e realtà diverse, e con la responsabilizzazione di ciascuno, dallo straniero all’italiano. Con un rispetto della legge davvero condiviso, ma di una legge che sia portatrice di nuove possibilità e potenzialità di crescita comune, e non, piuttosto, produttrice di inevitabile irregolarità e/o illegalità.

Piccola storia del nomadismo zingaro (di Francesco Pullia)

dal sito www.liberaperta.it ho tratto questo interessante articolo sui nomadi, sui quali la nostra ignoranza è tanta, ma tanto dotata di sicumera (e.d.l.)

E’ probabile che il termine rom provenga dal sanscrito dxomba, con cui nell’antica India venivano designati gli artisti, in particolare cantanti, ballerini, attori, percussionisti. In lingua romanì (romanì chib o romanès), rom significa uomo. Così vengono ormai generalmente chiamati i nomadi, specialmente quelli stabilitisi nell’Europa del Sud e dell’Est, anche se coloro che nel tardo medioevo giunsero in Occidente preferiscono il nome di Sinti, da Sindh, regione del Pakistan occidentale, attraversata dal fiume Indo, dalla quale partirono anticamente.  Cerchiamo, anche attraverso racconti leggendari, di saperne di più. Si narra che in origine fossero uccelli. Un giorno trovarono un campo pieno di cibo. Mangiarono tanto finché non furono più in grado di riprendere il volo. Giunse l’inverno, le ali si seccarono e gli uccelli si trasformarono in uomini.Un mito li vuole creati, insieme, dal Puro Del (Dio) e dal Beng, avversario di Dio e, nello stesso tempo, suo collaboratore.Il Beng si immerse nel fiume Rosalia da cui raccolse il fango con cui forgiò due statuette. Fu però Dio, il Puro Del, ad imprimere la vita. Nacque così la prima coppia, Damo e Yehwah. Dai due esseri nacquero, oltre al genere umano, le stelle (che, per i Rom, sarebbero umani finiti in cielo).  Secondo un’altra tradizione, gli antenati vivevano con Sinpetri, Dio, il Puro Del.  Un antenato, Pharavoro, però si ribellò e cercò di sostituirsi a Dio. Alla guida di un suo esercito attraversò un fiume le cui acque si aprirono per richiedersi poco dopo. A salvarsi furono in pochi, costretti da quel momento a spostarsi di continuo e nascondersi.E, ancora, vengono attribuiti ai Rom addirittura i chiodi con cui fu crocifisso Gesù. Si dice, infatti, che i soldati romani dovettero ricorrere proprio ad un fabbro d’estrazione zingara dopo avere ucciso gli ebrei che avevano opposto il loro diniego. L’artigiano aveva appena forgiato i primi tre chiodi che ebbe la visione dei suoi colleghi ebrei uccisi. Lo implorarono di non proseguire il lavoro. Nonostante tutto, egli continuò imperterrito a fabbricare il quarto chiodo senza riuscire, tuttavia, a raffreddarlo. Anzi, si accorse che diventava sempre più incandescente e minaccioso. Inutilmente si mise in fuga. Ovunque andasse, il chiodo lo inseguiva. Ed ogni volta, doveva rimettersi in viaggio, così continuamente, all’infinito. Miti e leggende a parte, i cosiddetti zingari sembra abbiano origine dalle migrazioni, nell’arco di quattro secoli, tra il 250 e il 650 d.C., di alcune popolazioni dell’India nord-occidentale verso la Persia. Nel Libro dei Re (Shah Nameh) il poeta persiano Firdusi racconta dell’arrivo di diecimila musicisti indiani che il re Bahram-Gor avrebbe ottenuto in dono dal suocero, re di Camboya, in India. Per lo storico arabo Hamzah d’Isfahan i musicisti erano dodicimila. Chiamati Zott, furono inviati a Bahram-Gor (che regnò dal 430 al 443 d.C.) dal suocero Shengul, re in India.  Si tratta di testimonianze che confermano, comunque, lo spostamento verso la Persia di un certo numero di indiani esperti nella musica e nello spettacolo, molto probabilmente progenitori degli attuali Rom. Nella seconda metà dell’ottavo secolo alcune colonie si spostarono in Armenia. Al dodicesimo secolo risale la prima testimonianza della loro presenza nell’impero bizantino. Qui vennero chiamati athingani, dal nome di una antica setta eretica da cui deriva la parola zingari. Erano visti con sospetto perché dediti alla magia. Agli inizi del XV secolo, compagnie di Rom, che affermavano di essere egiziani e condannati ad un pellegrinaggio di sette anni per scontare un peccato di apostasia, apparvero in Europa. Esibivano una lettera di protezione del re Sigismondo e del papa e vennero accolte bene, ricevendo denaro e protezione. Ben presto suscitarono qualche sospetto e diversi rom furono accusati di furti. Una cronaca bolognese risalente al 1422 riporta la prima testimonianza dell’arrivo dei Rom – per la precisione di una banda guidata dal duca Andrea – in Italia.  Dal 1492 cominciano i problemi in Europa. La Corte spagnola, infatti, emana il primo bando di espulsione dei Rom e la Dieta di Augusta – 1498 – afferma il principio che non è reato colpire gli zingari. D’ora in avanti è un susseguirsi di divieti ed espulsioni. Nel 1841 l’italiano Francesco Predari pubblica un libro in cui definisce gli zingari come “rettili umani”. Il pensiero scientista e positivistico dell’Ottocento condividerà sostanzialmente questo giudizio. Per Cesare Lombroso, ad esempio, quella dei nomadi è una “razza di delinquenti” che bisogna estinguere. Nel 1935 la Germania hitleriana emana le leggi di Norimberga per la difesa della purezza della razza e nel 1938 dispone il censimento e la schedatura degli zingari e dei nomadi. Fu istituito anche un “Centro di ricerche scientifiche sull’ereditarietà” con lo scopo di dimostrare la presunta diversità degli zingari. Iniziarono così nel 1936 le deportazioni a Dachau. Nello stesso anno, per ripulire Berlino in occasione delle Olimpiadi molti furono internati a Marzahn e ad Auschwitz. Il nazismo ricorse anche alla sterilizzazione forzata.  Con il “decreto di stabilizzazione” (1939) si obbligavano gli zingari a non abbandonare mai più il luogo allora occupato e con un altro del 1940 se ne ordinava la deportazione in Polonia. Il 16 dicembre 1942 fu infine promulgato il “decreto di Auschwitz” (Auschwitzerlass): dovevano essere internati senza alcuna considerazione né del grado di purezza razziale (era stato infatti facile dimostrare che, essendo di origine indiana, erano sicuramente ariani), né del paese di provenienza. Porajmos (“devastazione”) è il termine con cui i Rom chiamano lo sterminio della loro gente attuato dai nazisti. Ne furono assassinati più di cinquecentomila (qualcuno parla di un milione e mezzo) ma, a differenza degli ebrei, è stato negato loro ogni risarcimento per le persecuzioni subite. Si consideri che nella sentenza del processo di Norimberga un solo capitolo si riferisce a questo massacro. Nei paesi comunisti non hanno, d’altronde, conosciuto sorte migliore. Nel 1956 Krusciov vietò il nomadismo e condannò a cinque anni di lavori forzati chiunque non si fosse adeguato. Provvedimenti simili furono adottati in Bulgaria, Cecoslovacchia, Polonia, Ungheria, Romania. Attualmente nel nostro paese vivono duecentomila zingari, in maggioranza stanziali.  Ecco uno spaccato dei loro gruppi tratto da un servizio pubblicato alcuni anni fa dal settimanale “Avvenimenti”: I SINTI. Prevalentemente giostrai e nomadi: sono presenti in molti quartieri periferici, dove, specie in primavera, mostrano le loro attrazioni. Le famiglie si contraddistinguono seconda della regione di provenienza. Abbiamo quindi: Sinti marchigiani, lombardi, piemontesi.I ROM ABRUZZESI. Giunti in Italia sul finire del 1300, diffusisi nelle regioni centromeridionali e, in particolare stanziatisi in Abruzzo, raggiungono la capitale nel periodo tra le due guerre. Sono loro che abitano in prevalenza nella famosa baraccopoli del Mandrione. Oggi, in parte abitano nelle case popolari di Nuova Ostia e Spinaceto, in parte hanno case di loro proprietà, specie lungo la Tuscolana e all’Anagnina.I ROM LOVARA E KALDERASA.Giunti in Italia agli inizi del secolo derivano il loro nome dal mestiere di allevatori di cavalli (in ungherese lob = cavallo) e di indoratori e lavoratori del rame (calderai). Abitano in case e in roulottes.I ROM KHORAKHANA E KANJARJA. Provengono dalle regioni centromeridionali della ex Jugoslavia. I primi sono musulmani, i secondi cristiani di rito ortodosso. La loro immigrazione, iniziata negli anni ’60, continua tuttora e si è intensificata con la guerra civile in Bosnia. Sono, per così dire, la spina nel fianco delle amministrazioni locali, in quanto non si riesce a dare loro quei servizi necessari previsti dalla legge.I ROM RUDARI. Originari della Romania, anche loro giunti attraverso la ex Jugoslavia in Italia negli anni’60. Vivono in accampamenti meglio organizzati lungo la Tiburtina e la Collatina. Si occupano della lavorazione del rame, sono musicanti e vendono fiori per la strada.I KAULJA. Di recentissima immigrazione, provengono per lo più dalla Francia, ma sono orignari dell’Algeria. Poverissimi, si aggregano talvolta ai Khorakhané con i quali condividono la stessa fede religiosa.I CAMMINANTI SICILIANI. Originari della Sicilia orientale, sono venditori ambulanti. Vivono per lo più in baracche.  Come si evince, si tratta di una realtà estremamente composita e complessa che non può essere compresa in modo approssimativo e secondo stereotipi fomentati dal mondo della (mala)informazione.  Per essere in grado di potere meglio affrontare la situazione problematica (che indubbiamente c’è, ma non da ora), e che sta assumendo preoccupanti connotazioni drammatiche rischiando di diventare incontrollabile, non ci si può di certo affidare a momentanee ondate emotive, alimentate e cavalcate esclusivamente per scopi politici e per mera demagogia.  Occorre prevenire e combattere, certo, ogni deviazione criminale senza, però, cadere in pericolosi isterismi. Il modo migliore per fronteggiare qualsiasi degenerazione è dato dalla creazione di occasioni di conoscenza e dall’approfondimento storico e culturale. Se non vuoi vedere – recita un detto zingaro- a che serve una stella?