Essere Giufà

Una figura dell’immaginario mediterraneo (maschera di sempre, non di un Carnevale che ignoriamo), con la sua arte di buonanulla e di saggio, di stupido e di geniale, è spesso in ciascuno di noi.
Nel tempo dell’infanzia in Sicilia capitava di sentirlo citare, Giufà, con le sue prodezze o trovate di eterno ingenuo, e dai racconti o cenni di adulti ed anziani emergeva quest’archetipo anarchico di un radicale No (anzi uno NZHU!, pronunciato muovendo lentamente, ma decisamente, mento volto occhi verso l’alto), quest’essere un nulla delle cose che smentisce il nulla delle convenzioni/convenienze sociali.
Ecco, inventiamo (anche nel senso latino dell’ inventio, del ritrovamento) sempre un nostro irrinunciabile Giufà, nell’esigenza (nel dovere, forse, tuttavia poco consono al Giufà delle varie tradizioni mediterranee) di una parola che azzeri le forme tradite e tramandate, le esalti nella loro forza originaria, riaffermando la verità radicale delle cose ultime.
Giufà, o Giohà, o Nureddin Hojià, nelle varie scansioni mediterranee (dalla Sicilia ai Balcani, dalla Turchia alla tradizione ebreo-sefardita etc.) è un fondo il gemello solare del melvilliano Bartleby, che osa il no dell’irrisione attraverso un sì dell’esagerazione, dell’estremizzazione della follia normativa dell’assetto sociale. In fondo, l’arte di Giufà, in apparenza solo il culto dell’ozio, vuole (ma “vuole” davvero?) essere (meglio: accade che sia) in realtà l’esaltazione di una maschera di verità che smascheri.

due vecchie-nuove natalizie e non

PER LA NOVENA

Nino s’alzava all’alba per la Novena,
pronto per le campane, già impomatato,
faceva entrate dalla porta laterale di Sant’Onofrio
ad uno ad uno i musicanti della banda civica,
avevamo poi insieme un calore nelle orecchie
dai sax, dai bombardini, dai clarini, dai tromboni
cantabili, quello del vecchio Fleri soprattutto.
Uscivamo con la nuova luce ed era tutto vero,
Natale tutto nei giorni prima della festa,
col pane caldo dell’alba e l’olio antico.

(07 dicembre 2010)

***

nessun Natale, nessuna festa nelle case dei vecchi soli,
l’albero rimasto a pezzi nei cartoni, le statuine nella cesta,
la televisione a palla prima di dormire, di ritorno dai figli
in festa – e la voglia di far l’alba in pace, di conquistarla –
dubbi che sorgono nella testa avvolta dalla sciarpa,
polvere in giro a testimonio della speranza che è transitata…

(27 dicembre 2011)


Per nome, Milano

Per nome, Milano l’ho amata a Messina
prima d’arrivarci per lavoro,
l’ho amata sotto i bassorilievi
del Don Juan con le scene di Lepanto,
illustrate da Cattafi a Raboni,
per la loro presenza immensa
entrambi sullo Stretto per l’evento
annuale del Vann’Antò, quando
la città diventava la cosmopoli
del verso, come ebbe a scrivere Caproni.
L’ho amata leggendo Porta e Tessa,
o sentendo dalle vecchie l’espressione
“tela Olona” per indicare quella grezza
usata anche per le olive o i materassi
di crine o granoturco, freschi nel caldo.
E tale è rimasta, me lo dico passando
per via Manzoni o dinanzi al Verziere.
Non so cosa, camminandoci, mi piglia.
Anche pensando a mio cugino Onofrio, il sarto
comunista in zona Duomo, ritornato
in Sicilia, con una voglia immensa
di rivoluzione e di famiglia.


a volte #

A volte trionfava la credenza che il nulla della morte

fosse sempre smentito da qualche residuo ulteriore

di vita, dei nostri morti, augurali la buona sorte,

pacche alitanti sulle spalle, conforti di povero amore.


Quaranta quartine quartane 1-8#

1.
Certo del sangue, del fiume transitato
a un dopo della manifattura e del telaio,
al deserto capitale, al male edulcorato,
era la piazza ieri, l’essenza del merciaio.

2.
La diaccia architettura ci descrive,
gli spazi vuoti del passato umano,
bureax marciti tra presenze schive,
gente di fuori, scampati da un lontano.

3.
Il ciclico azzardo di Bisanzio grava,
grigia ipoteca sulla civica visione.
non fu solenne il cedere alla fuga
nel lume indenne della possessione.

4.
Sempre in cerchi concentrici si segna
quel perdersi infinito dentro il mondo,
dei padri, delle madri, che non degna
l’epoca, dove il tempo è allo sprofondo.

5.
E non ha luce che dia luce vera
la pienezza del marchio, in un mercato
d’immagini in omaggio, da bottega nera
del corpo umano, affitto o comodato.

6.
Oggi mio padre avrebbe anni ottantotto,
pura memoria del rosso che dettava,
dentro il bene comune, senz’ascolto –
atavico negli amori, che non dimenticava.

7.
Sperimento l’insonnia come un bene,
che non fa bene, ovviamente, al giorno
successivo, per quella sbornia che trattiene
al mondo, parole, segnature del ritorno.

8.
Un piccolo e nodoso codice, o radice,
piuttosto, di una legge di padri luminosi,
brandirlo, onorarlo, contro colui che dice
solo un presente oscuro, di estimi fallosi.


Sapere di Giovanni

Qui siamo salvi, i vivi e i morti, per un quasi. Ciascuno sa dell’altro, vivente o di alcune generazioni precedenti, tantissimo, ma non tutto; sa soltanto quasi tutto. Così ogni umano qui trova un’inconsapevole salvezza dall’occhio e dal giudizio altrui in quel “quasi”, che impedisce la perfezione della conoscenza totale, spietata, di esseri portati a realtà di natura.

Per anni mi sono permesso la consueta pennica nella sala da pranzo di casa Resta, dove rimanevo a lungo, nella frescura pomeridiana, sulla cassapanca dei corredi matrimoniali delle figlie rimaste nubili, le schette della famiglia. Facevo un po’di fatica ad addormentarmi, per la durezza del legno, così prima di appisolarmi restavo a fissare la stanza circonfusa da una penombra che lasciava intuire il terrazzo assolato. Sulle strette ante della vetrina si rifletteva la foto di un giovane dal volto ancora acerbo, i cui tratti delicati e quasi femminei non lasciavano intuire che fosse più che ventenne a quell’epoca, qualche mese prima della sua scomparsa.

Da un passato dal cielo grigio come le rocce calcaree delle Rocche, mio zio Giovanni Resta guardava la penombra di fine agosto, nello stanzone immutato nel tempo, la sala buona che chiamavamo il camerone. Il suo volto, rimasto quello di un ragazzo, per sempre giovane, tuttavia, come iniziavo a dubitare, chissà se davvero “caro agli dèi”.

In casa era sparita a prima vista ogni traccia della sua presenza, i suoi libri, i suoi appunti, i suoi esperimenti da studente di ingegneria elettrica, gli apparecchi radio che costruiva artigianalmente per farne dono alle amiche. Era pure sparito il fucile da caccia di mio nonno, l’oggetto ritenuto quasi reo dell’irreparabile avvenuto nella masseria di contrada Giovannella a Misitano; il coro greco del lutto era stabilito, poiché solo il destino era la causa del fatto, certo, solo un destino.


La casa dello Zorio

Coltivo sempre i segni del disastro. E qui ci sono arrivato di corsa, come nei vent’anni di vent’anni fa, spedito, tutto d’un fiato correndo in salita per Via Ripida e Via Giordano Bruno, scartando i sassi sconnessi dell’acciottolato e quanto di urticante possa nascondersi tra le erbe spontanee di viuzze sempre meno battute, su, di corsa, fino all’icona in pietra cimino di Sant’Antonio Abate, dove facevano tanto curtigghio all’ombra.
Ci sono tutti, i segni, qui allo Zorio: le case si sono svuotate nel tempo. Tutto è ruzzolato giù verso la marina, da Rina fino alla fiumara. Come un sasso che staccandosi e cadendo tira via il successivo e uno dopo l’altro fanno valanga, il quartiere, come il resto del paese, è rimasto una roccia polverosa e nuda.
Oggi ci arrivo con il mio disastro. Le case sono vuote ed anche la mia casa è vuota. Sia quella in cima al vicolo, di fronte al vecchio calvario, la casa dei miei, di mio padre da ragazzo e poi da vecchio, dei Sorbara, sia la mia casa dentro, inabitata forse da sempre, con fantasmi transitori a illuderla di essere davvero una casa.


Le due Americhe

Non ricordo più da quanto tempo non mi stendevo all’ombra del sorbo, da dieci anni, forse, o molto di più, il salto oscuro, la timpa, l’accenno di prossimo dirupo, di quasi un’altra vita o di nessuna vita passata. Mio nonno Pietro, trovatello entrato alla ruota della Beata Eustochia di Messina e da lì uscito per avviarsi nella figliolanza vasta di Santo Parisi, che lo destinò a guardare le bestie sotto il Vernà, decise che qui a Filione dovesse crescere l’albero della famiglia, della casa dei Sorbara. Così, piantò il sorbo, la “sorbara”, che crebbe rapidamente fin dal suo primo viaggio in Argentina, forte di una insospettata vena d’acqua che da San Cosimo veniva giù fino a Scopelliti, traversando il terreno scosceso, reso ostinatamente piano a forza di muri a secco.

Ci ho dormito sotto stamani, nella prima alba, protetto dalle sue fronde minute ma fitte, e al risveglio ho inteso guardare voracemente lontano, dalla collina di Cucco e Filione, come mio padre a sette anni, come il padre che non sono.

Le due Americhe apparivano a mio padre bambino nei due picchi pizzuti del Capo di Sant’Alessio, che l’alba dello Jonio muta in un gigantesco, eterno sasso d’oro o d’argento (a seconda delle stagioni e delle condizioni del tempo), di cui, vanto degli eruditi locali, avevano scritto geografi di fama, da Tolomeo fino all’anarchico Reclus, come tanti avviluppato nella moda del tour per una Sicilia creduta una viva reliquia greca, sempre fuori dal tempo, dalla storia, dalla reale vicenda degli uomini e dei luoghi.

Donna Carmela Rocco, “sposata Sorbara”, asciutta madre dolorosa, alla solita, insistita domanda del bambino sulle contrade che vedevano vivere il padre lontano, segnava col dito fisso e sbrigativo, nei due spuntoni rocciosi del Capo a mare, “la Merica grande e quella piccola”, nel primo novecento le due più frequenti colonie dell’esilio delle braccia della gente di Casalvecchio. La sterminata pampa argentina, popolata da vaccari lesti di mano e di coltello (dove Pietro aveva rinunciato a tornare dopo un primo terribile soggiorno nei dintorni del Tucuman) e, al confronto, le delimitate città degli Stati Uniti e del Canada, dove taluno, messo ai margini dalla mite congrega dei paesani, aveva trovato facile impiego nella Mano Nera, come manovale della minaccia o come vettore di colli scottanti e indicibili: là mio nonno aveva trovato un lavoro di manovale nelle erigende linee ferrate ad Oswego, sull’Ontario, godendo della compagnia d’altri paesani.

Era là, intendeva persuadere il figlio la donna, in un attimo forse godendo di quella illusione, nel dolore asciutto della distanza, col dito puntato dalla cima di Cucco, da Filione, verso il Capo, che il mare lambiva come in una cartolina illustrata, era là suo padre, “nella Merica piccola”, la vera America, delle città e della ricchezza, e sarebbe certamente tornato appena possibile, non importava se ricco e prospero, ma col vestito buono da galantomo e l’incedere da padrone del proprio, non più da mitateri, da mezzadro, oppure da uomo di fede e di speranza, lui che, giunto dal brefotrofio vicino al Monte di Pietà, non era più l’eterno orfano “con solo la Madonna per madre”, com’era solito ripeterci da infante quasi centenario.

Viveva, mio padre bambino, Luciano Attilio Sorbara, nell’insidioso sogno di un sogno, nel ricorrente incubo di un incubo, dentro un’assenza divenuta un’altra orfanezza senza i segni del lutto, da cui tentava di salvarsi, come avrebbe fatto in futuro da ragazzo cresciuto a dismisura, abile nuotatore nello Stretto, per avventura sorpreso dal crampo improvviso nella rema inavvertita ed inesorabile.

Ma da qui, ragionava a voce alta il bambino, andare dal padre, vederlo, parlarci, passeggiare attaccato alla sua mano, da questo luogo di collina tra Filione e Pizzo Cucco, oltre il vallone e la fiumara, Pestarrivo, Rina, Fiumara d’Agrò, passando menzi menzi, in mezzo alle campagne, scansando veloce ogni viottolo sentiero mulattiera, così raggiungere la “Merica piccola” sarebbe stato un gioco facile facile, una camminata da ragazzo scaltro, dalle gambe lunghe e forti, un’avventura appena fuori di casa.

***

Questo brano fa parte di una narrazione più ampia che dovrebbe intitolarsi “L’acqua della sarmura”.