Breve lettera dalla frescura

albero

Mi nascondo. Nel fondo dello Zorio, nel catòio più fresco ci possa essere. Per ciascuno il proprio è sempre il catòio più fresco, l’utero più sicuro per l’olio il vino il pane.
Fuori c’è tanto, tanto fuoco. Qualcuno, un maligno – non il Maligno -, ha inteso ucciderci ulivi e pergole, per uno sbenno una guardata un debito un affare perso.
Mio padre l’anno scorso l’aveva salvato il vicino confinante che ci gratta le armacìe per allargarsi; quest’anno abbiamo pulito al raso il campo, che ci puoi apparecchiare e mangiare.
Ma non sai se salvarsi dal selvatico sia il miracolo, perché anche un fuoco diventa selva danzante, perché neanche le case a grappolo possono essere difesa e nido.
Anche il nido muore con ogni albero.

Guardare sempre dall’alto del commiato

albero
Guardare sempre dall’alto del commiato: si salutino isole-sorelle o la Montagna, o i vortici e le fere tra le due terre nel Canale, c’è sempre questo andare verso l’alto, l’alto di un oltre che smarrimmo.
Così si saluta e si parte, nell’attesa di un ritorno, che sia fatto di nuova luce cui attingere, della stessa luce, sempre uguale e sempre nuova.
Un po’ più a sud della città, in passato, l’alto era il Sant’Elia, il luogo degli anacoreti dimenticati: mio padre mi ci portò, da ragazzo, a raccogliere origano ed asparagi, e, già che c’ero, a gettare l’occhio distratto sulla visione. Anche allora la sera prendeva il sopravvento, perché felicità e distacco erano sposi.

primo e secondo addio

(addii)
Non esistono addii, al paese:
Ci incontriamo e poi ci salutiamo,
Alla prossima volta, anno stagione mese –
Niente addii, ci basta un ci vediamo.

(ancora addii)
Poi, dice qualcuno, gli addii sono nelle cose,
Ma archi tribone luoghi nel teso raggio
Dei nomi dei morti, che nessuno nascose,
Segnano il rivederci, nel paesaggio.

Essere Giufà

Una figura dell’immaginario mediterraneo (maschera di sempre, non di un Carnevale che ignoriamo), con la sua arte di buonanulla e di saggio, di stupido e di geniale, è spesso in ciascuno di noi.
Nel tempo dell’infanzia in Sicilia capitava di sentirlo citare, Giufà, con le sue prodezze o trovate di eterno ingenuo, e dai racconti o cenni di adulti ed anziani emergeva quest’archetipo anarchico di un radicale No (anzi uno NZHU!, pronunciato muovendo lentamente, ma decisamente, mento volto occhi verso l’alto), quest’essere un nulla delle cose che smentisce il nulla delle convenzioni/convenienze sociali.
Ecco, inventiamo (anche nel senso latino dell’ inventio, del ritrovamento) sempre un nostro irrinunciabile Giufà, nell’esigenza (nel dovere, forse, tuttavia poco consono al Giufà delle varie tradizioni mediterranee) di una parola che azzeri le forme tradite e tramandate, le esalti nella loro forza originaria, riaffermando la verità radicale delle cose ultime.
Giufà, o Giohà, o Nureddin Hojià, nelle varie scansioni mediterranee (dalla Sicilia ai Balcani, dalla Turchia alla tradizione ebreo-sefardita etc.) è un fondo il gemello solare del melvilliano Bartleby, che osa il no dell’irrisione attraverso un sì dell’esagerazione, dell’estremizzazione della follia normativa dell’assetto sociale. In fondo, l’arte di Giufà, in apparenza solo il culto dell’ozio, vuole (ma “vuole” davvero?) essere (meglio: accade che sia) in realtà l’esaltazione di una maschera di verità che smascheri.

Le verità passeggiate

(ripropongo un testo già apparso sul blog di Giacomo Verri, nella sua rubrica sui libri “tanto amati”)

°°°

Mi fa piacere scrivere della passeggiata, anzi de La passeggiata, di Robert Walser, in uno con la mia, le mie passeggiate di un tempo e poi di ogni tempo, in fondo.

La mia ciclica, ripetuta passeggiata in un villaggio che so bene – in un paese dove non mi trovo per caso, ma perché non mi ci stacco neanche essendone lontano ad almeno un giorno di viaggio -, a un certo punto della mia vita s’incrociò felicemente col racconto di questo geniale, svagato e jemenfoutiste grafomane svizzero.

Non vi dirò il nome della mia Bienne, un borgo siciliano di collina di fronte al mare, dove però passeggiando, per lo Zorio o la Badia, sul Bastione o nella Piazza Vecchia, dove tutto “può avvenire, e io credo che in realtà sia avvenuto”.

Leggervi, con La Passeggiata, quanto avrebbe potuto darmi ogni passeggiata per il paese, tracciando una traccia di consapevolezza nella confusione dei diciannove anni, la durezza del mondo nella leggerezza svagata e disillusa, il raggiungimento di quelle “verità passeggiate” che mio padre, senza conoscere Walser o Musil, aveva conquistato senza darlo a vedere.

Walser, Rilke, Kafka, il loro barocco mitteleuropeo, e poi i boemi Seifert, Holan, Hrabal, mi avevano guarito da un certo inevitabile regionalismo (l’illuminismo sciasciano mi aveva fino a quel momento dato fondamenta solide, credevo), per farmi approdare ai grandi disillusi cosmopoliti siciliani Cattafi e Ripellino.

Ma, a parte tale inciso da lettore, Walser mi era diventato un invisibile familiare. Le passeggiate di mio padre, ancor più delle mie, sapevano certo cogliere, nei particolari della fontana dell’Acqua Ruggia (in realtà l’Acqua di Ruggero II) e dei capperi che vi crescevano sopra, l’incanto a portata di mano, perché si poteva vedere tutto sempre con occhi nuovi e trattare il mondo in modi nuovi, malgrado la vanità del tutto.

E così l’ironia anticlericale di Carmelo Nicolino, che irrideva al culto idolatrico dei santi, diventava poesia quando serio si commuoveva elogiando l’armonia della Grande Mente che tutto sovrastava e amorosamente abbracciava.

Si andava in giro per il paese, annusando gli odori più forti, di frittole, vino, stoccafisso, acciughe. Strambottando magari sull’ultima tresca amorosa, ma senza scandalo, perché anch’essa era bellezza.

C’era spazio, nella luce che accarezzava le case ed i volti, per la poesia – ed io mi ci ritrovavo con Walser, barocco d’oltralpe, speravo almeno candido come il giovane Lo Schiavo, bracciante in Cristuri, che, superata la nostra valle alla volta della Bafìa per la visita di leva, si cuntava, ebbe a chiedere e a chiedersi: “ma allora il mondo continua?”.

 

due vecchie-nuove natalizie e non

PER LA NOVENA

Nino s’alzava all’alba per la Novena,
pronto per le campane, già impomatato,
faceva entrate dalla porta laterale di Sant’Onofrio
ad uno ad uno i musicanti della banda civica,
avevamo poi insieme un calore nelle orecchie
dai sax, dai bombardini, dai clarini, dai tromboni
cantabili, quello del vecchio Fleri soprattutto.
Uscivamo con la nuova luce ed era tutto vero,
Natale tutto nei giorni prima della festa,
col pane caldo dell’alba e l’olio antico.

(07 dicembre 2010)

***

nessun Natale, nessuna festa nelle case dei vecchi soli,
l’albero rimasto a pezzi nei cartoni, le statuine nella cesta,
la televisione a palla prima di dormire, di ritorno dai figli
in festa – e la voglia di far l’alba in pace, di conquistarla –
dubbi che sorgono nella testa avvolta dalla sciarpa,
polvere in giro a testimonio della speranza che è transitata…

(27 dicembre 2011)

Dispersi (memoria del 1 ottobre 2009)#

Spero che al mattino sia riemersa
in alcuni l’idea colorata del primo ottobre,
un tempo come il nuovo inizio del mondo
con la scuola dopo il mare e la lunga estate.

Dalla sabbia nei pomeriggi assolati
vedevamo alberi nel folto
sopra Giampilieri e Briga,
pini marittimi ed ulivi contro l’oro
e l’azzurro delle albe sfuggite,
dispersi nei decenni persi, alberi morti
in un fuoco o nell’arsura di una secca madre.

Forse in nessuna
madre raccolti, o sepoltura in un mare
reso nera madre, i dispersi
umani nelle voci
troppo fuse al fango, alti in acque
che assaltarono le soglie dei portoni –
ed ora fatti luogo, altare di furia e fuga
dallo stanco mito
cui mai apparterranno queste
case spogliate delle voci.

(01 ottobre 2010)