CHARYBDIS

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lamor lamorgue lamorgana,

appiedato dai monti della peste
un prospetto una lente vitale
– e malgrado gli inferi dell’acqua – un velo
superficiario, un velo lattiginoso
falso
di fiorami garofali rotonde e ronde
del finale d’espiazione
nel poema,
non a sorpresa certi egèi
flussi della rema
retromontante
retrocalante all’intrasalto
della purificazione
dallo sbandamento – che
fu un sonno, un armento di tonni
come pecore intraviste
sul crinale della nazione
nell’a quei tempi della verità
pescata

**

(flussi di rema per Emilio Villa)

**

Un mio omaggio “creativo” ad Emilio Villa, poeta, studioso, critico d’arte  e traduttore, che ho assai amato. Dall’antologia “AA.VV. – Parabol(ich)e dell’ultimo giorno – per Emilo Villa – a cura di Enzo Campi – DotCom Press edizioni, 2013

L’OLIVO – di Guido Ballo

Guido Ballo, poeta, critico d’arte e letterario, è stato un protagonista del Novecento artistico. Nato ad Adrano (CT) nel 1914, il suo percorso di uomo di cultura è in gran parte segnato dalla presenza di Milano, dove visse dal 1939 e dove si legò ad artisti come Arnaldo Pomodoro e Lucio Fontana ed a poeti come Vittorio Sereni e Giovanni Raboni (e dove scomparve nel 2010). Docente all’Accademia di Brera di Milano, fu un grande innovatore nell’arte e nella poesia. Curò grandi mostre (quelle dedicate a Boccioni, Fontana, Munch e “Le origini dell’astrattismo”) e fu autore di diversi volumi dedicati all’astrattismo ( “Occhio critico” 1 e 2, “La storia dell’arte italiana”, “La mano e la macchina”) e si occupò di arte e letteratura sulle terze pagine dei quotidiani Avanti! e Corriere della Sera. Come poetà pubblicò varie sillogi, tra cui L’albero poeta(1966), con acqueforti di Enrico Baj e Lucio Fontana, I ricatti (1969), Mad (1970), Alfabeto solare (1973) e Sicilia controcanti (1975).

Non ignorando il rapporto tra parola e oralità della stessa, nel ’72 pubblicò un disco, Metràpolis, in cui recita alcune sue poesie con un accompagnamento musicale.

Da Sicilia controcanti (1975, Guanda ed.) – raccolta di testi poetici, a partire dal dato memoriale, in cui il gusto poetica per la nominazione è tutt’uno con la passione filologico-etimologica – proponiamo il testo L’olivo (E.D.L.).

***

L’OLIVO

L’olivo di Sicilia elàifa elàia

olìvum sui declivi foglie lievi

che fremono al vento elàion

lèios òleum si contorce al

sole nel tronco nei rami

con nodi antichi àlev per dare

tutto di sè elàia olìvum.

Rilettura del “Magnificat” (Luca 1, 46-55) – di Giovanni Raboni

(dalla rivista “FOGLI -Informazioni dell’Associazione Biblioteca Salita dei Frati – Lugano” – n.24 . aprile 2003)

http://www.fogli.ch

Nell’ambito degli abituali cicli di letture bibliche organizzate in biblioteca, il 5 novembre 2002 è intervenuto il poeta milanese Giovanni Raboni con una sua testimonianza, conclusa con la lettura di un’inedita riscrittura della pagina evangelica.

(…)

Magnificat te, Domine – ti esalta
l’anima mia, Signore,
e in te che sei la mia salvezza
si rallegra il mio cuore

perché sul niente che era la tua serva
hai posato lo sguardo
e ogni generazione che verrà
mi chiamerà beata.

Lui che è potente, lui che santo ha il nome
e diffonde la sua misericordia
di generazione in generazione
su quanti ne patiscono terrore
ha fatto per me grandi cose

e ha usato la potenza del suo braccio
per sventare le mire dei superbi
e cacciare dal trono gli arroganti
e sollevare i deboli

e ha colmato di cibi e di bevande
chi aveva fame e sete
e lasciato che i ricchi
andassero via a mani vuote

e ha soccorso Israele, sua creatura,
secondo la promessa
anticamente fatta ai nostri padri
d’avere in eterno pietà
della stirpe d’Abramo.

***
Come tutti i momenti nevralgici (ma quali non lo sono?) del racconto evangelico, anche Luca 1, 46-55 sembra riprodurre in un minimo spazio l’intero arco semantico della grande partitura cui appartiene. Questione, si può supporre, di struttura molecolare, identica nel frammento e nell’insieme: cioè, in altre parole, del sistema di echi interni, di assonanze profonde che fa di ciascuno dei Vangeli – come, del resto,di ogni autentico capolavoro letterario, non importa se e fino a che punto “progettato” per essere tale – un organismo in cui tutto si tiene e si risponde, in cui ogni parte riecheggia e “miniaturizza” il tutto. Cosa può fare un povero artigiano della parola di fronte a tanta perfezione? Il primo impulso è quello della riscrittura; ripetere, ripronunciare ciò che è di per sé irripetibile e forse impronunciabile.
(GIOVANNI RABONI)

La pobbia de cà Colonetta (di Delio Tessa)

L’è creppada la pobbia de cà
Colonetta: tè chì: la tormenta
in sto Luj se Dio voeur l’à incriccada
e crich crach, patanslonfete-là
me l’à trada chì longa e tirenta,
dopo ben dusent ann che la gh’era!
L’è finida! eppur…bell’e inciodada
lì, la cascia ancamò, la voeur nò
morì, adess che gh’è chì Primavera…
andemm…nà…la fa sens…guardegh nò!

Traduzione:

IL PIOPPO DI CASA COLONNETTI

E’ morto il pioppo di casa
Colonnetti: ecco l’uragano
di questo luglio de Dio vuole ce l’ha fatta
e cric crac, patapunfete-là

me lo ha scaraventato qui lungo e disteso,
dopo ben duecento anni che c’era!
E’ finito! eppure…anche inchiodato
lì, germoglia ancora, non vuol
morire, adesso che viene Primavera…

andiamo…via…fa pena…non guardarlo

NOTA:

Versi giovanili (1909-12 ca.) di Delio Tessa, ispirati ad un episodio avvenuto in occasione di un temporale estivo, durante il quale, probabilmente per un fulmine, un pioppo secolare del giardino di casa Colonnetti, di proprietà del notaio Candiani, in Legnano, ebbe a crollare, senza tuttavia cessare la propria inesausta vitalità. Probabilmente il Tessa ad inizio secolo, come vari letterati di Milano (tra cui Fortunato Rosti, testimone di quell”evento ispiratore), ebbe a frequentare casa Candiani a Legnano ubicata in zona S. Domenico, in via della Vittoria.

(da “Delio Tessa – L’è el dì di mort, alegher! – Einaudi”)

auguri

Noi che aspettiamo
 
(di Vladìmir Holan)
 
Non il vento ha deciso della caduta di foglie e frutto.
Noi, di sicuro, siamo lo stesso quaggiù in un enigma,
noi, con il rischio d’amore,
così come poi anche nelle lacrime dell’assassino
difficile è scorgere le ferite che si inferse da solo –
noi che aspettiamo che qualcuno ne faccia un raccolto
e prima della neve lo adagi sulla paglia.

Paglia sfilata al lettuccio del Bambin Gesù …

Mario Luzi, poeta

Muore ignominiosamente la repubblica.
Ignominiosamente la spiano
i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti.
Arrotano ignominiosamente il becco i corvi nella stanza accanto.
Ignominiosamente si azzuffano i suoi orfani,
si sbranano ignominiosamente tra di loro i suoi sciacalli.
Tutto accade ignominiosamente, tutto
meno la morte medesima – cerco di farmi intendere
dinanzi a non so che tribunale
di che sognata equità. E l’udienza è tolta.

Siamo tutti dei violenti (di Nicola Chiaromonte – da “La stampa” del 10 aprile 1969)

La violenza è insita nell’animo umano perché inerente al mondo e al posto dell’uomo nel mondo. Si potrebbe dire che l’origine della violenza nell’uomo è la rivolta istintiva contro il fatto di trovarsi a essere rinchiuso in una condizione non scelta, una creatura che patisce prima di tutto -prima di cominciare a soffrire per questo o quel male- di tale irrimediabile restrizione, e quindi è sempre in uno stato di penuria, di privazione e d’oppressione. Se fosse altrimenti, se cioè il fatto della violenza nel mondo umano fosse un fatto di natura animale, gli eccessi mostruosi cui può giungere nell’uomo la violenza non si spiegherebbero. La ferocia di un Hitler o di uno Stalin non ha niente che fare con la soddisfazione di un istinto bestiale: è propriamente umana, dovuta al proposito maligno di eccedere a ogni costo i limiti della comune umanità.
In questo senso, l’impulso di violenza non è più forte nell’individuo privilegiato per ricchezza o potere che nel povero e oppresso. L’uomo è violento perché violenta è (o tale gli appare) la sua condizione iniziale, la quale non cambia mai, dato che non c’è nessun individuo che la sorte, prima ancora che gli uomini, non abbia privato e non privi ogni momento di tutto ciò che non ha.
In un certo senso, la prima violenza è quella fatta da Prometeo alla volontà di Zeus per venire in soccorso agli uomini bisognosi e “vaganti per la gran selva della terra fresca”. Per procurarsi il necessario, l’uomo deve strapparlo alla natura, violare il suo ordine, devastare non solo il regno vegetale e quello animale, ma la società dei propri simili. E il necessario, per l’uomo, non finisce mai:
“Non lasciare alla natura più di quello che alla natura è necessario e la vita dell’uomo varrà quanto quella di una bestia…” dice Re Lear.
La violenza umana è una violenza mai sazia e mai finita, come ben sappiamo noi che, avendo stabilito (o quasi) il regno dell’uomo sulla natura, abbiamo a tal punto sconvolto l’ordine della natura medesima da mettere perciò spesso in pericolo la sovranità di cui ci vantiamo. Catastrofe atomica, inquinamento dell’atmosfera, interventi biochimici o chirurgici sulle fonti stesse della vita o sulle operazioni della mente, cominciamo a sospettare di aver toccato limiti oltre i quali c’è il caos; ma non per questo ci fermiamo.
E tuttavia, si deve riconoscere in questo l’opera della necessità. Non giova a nulla dire che la storia avrebbe potuto seguire una via diversa se non fosse stato, poniamo, per lo sfrenamento di violenza guerresca che seguì la rivoluzione industriale, con Napoleone e le conseguenze dell’avventura napoleonica, le quali vanno certamente fino a Hitler, e non sembrano ancora esaurite. La serie dei casi che ci ha condotto al punto in cui siamo anziché a un termine più felice, indica appunto una necessità alla quale non possiamo sfuggire. Giacché è facile pensare a un’eventualità più propizia di quella che ci è toccata; ma il fatto è che le eventualità, nel corso degli eventi, sono a ogni istante innumerevoli, e comprendono il peggio come il meglio. La scelta non dipende da noi, anche se siamo noi a fare ciò che facciamo: ossia, tutti insieme, la nostra propria storia. E neppure la divinità è responsabile, dice Platone.
La violenza, dunque, è intrinseca alla natura delle cose e dell’uomo. Ma la stoltezza degli esaltatori della violenza, quelli che oggi dicono che “senza violenza non si ottiene nulla” (eco della frase famosa di Marx, secondo cui “la violenza è la levatrice della storia”) consiste nel fatto che essi erigono a principio di ragione quello che è un elemento costitutivo del destino umano, e come tale sfugge a ogni ragione. Ora, fare di ciò che sfugge a ogni ragione un principio sia di ragione che d’azione, prima di essere una contraddizione logica, è una trasgressione disastrosa.
Non vedono, costoro, che dalla violenza cui l’uomo cede, alla quale può trovarsi costretto, o alla quale addirittura si affida come a un principio creatore, non deriva soltanto per lui la possibilità di sopravvivere, esistere, organizzare, ma ha origine al tempo stesso la nemesi che colpisce ogni impresa umana, e più violentemente le più violente. Ed è soltanto dalla coscienza di questa nemesi -ossia della propria situazione essenzialmente irrisolubile, perche indipendente dalla volontà umana- che può nascere nell’individuo quello che si chiama “senso del limite” e della misura: saggezza.
E la saggezza non consiste soltanto nell’esser consapevole che la violenza sboccando inesorabilmente nel caos (essendo, anzi, l’irruzione del caos nell’esistenza), porvi il limite piu stretto possibile è necessario; ma significa eventualmente rinunzia a ogni volontà di dominio sugli altri e sulla natura. Evidentemente, una tal rinunzia non potrà in ogni caso essere che il fatto di pochi. Ma è ai pochi, capaci di riflessione, in fin dei conti, che è affidato non già il potere, ma la responsabilità dell’esistenza civile.
D’altro canto, se pure è vero che non esiste di fatto ordine civile che non sia fondato sulla violenza e da esso inficiato, è pure vero che principio dell’ordine civile e della sopravvivenza stessa di una società, non è affatto la violenza, ma i suoi opposti: la gentilezza, la ragionevolezza, la delicatezza intelligente. Sono, queste, virtù che espongono l’uomo alla violenza e alla prepotenza, lo rendono debole. E’ facendosi debole in questo senso che l’uomo può non solo creare opere d’arte o di pubblica beneficenza, bensì anche costruire quella convivenza civile e pacifica dalla quale scaturisce la sua vera forza: quella di sentirsi sostenuto non solo dai propri simili, ma da quell’inscrutabile potere da cui ognuno sa bene che dipendono la propria sorte e quella della comunità.
Le civiltà, del resto, non periscono soltanto per la violenza che può colpirle dal di fuori, ma soprattutto per quella che sta alla loro origine, cova nel loro seno e può eromperne in forma di guerre o di rivoluzioni: in altri termini, per l’ingiustizia non curata. Si può dire che la Grecia morì per non aver saputo confederarsi contro la potenza macedone, ma si deve al tempo stesso constatare che Atene era già stata moralmente e socialmente distrutta -come Tucidide mostra così lucidamente- dalla volontà d’imperio e di violenza smodata da cui era stata trascinata durante la guerra del Peloponneso.
I più saranno sempre trascinati dall’esempio della violenza, o rimarranno passivi di fronte ad essa, giacché quel che essa promette è la liberazione immediata dal giogo della necessità o dell’oppressione. Spetta ai pochi resistere. I momenti di abbattimento e di confusione come quello che stiamo attraversando sono più favorevoli che non si creda alla loro influenza, giacché l’abbattimento e la confusione di oggi sono in massima parte dovuti all’esempio della violenza trionfante da mezzo secolo a questa parte, esempio del quale l’esaltazione attuale della violenza non è che uno strascico.
Nicola Chiaromonte
“La stampa”, 10 aprile1969