u viaggiu (il viaggio)

u viaggiu ‘rristau longu,
unni sì e aùnni ièri,
longu e senza fini comu ‘n ciumi,
‘mparissi smicciannu lumi
dop’a nuttata,
tempu sdirrupannu e sonnu,
addhritta – cimiddhiannu,
cuntannu chiddhu chi s’ha vittu,
mmucciannu i mani o pettu
nto friddu chi scurri
nt’a ‘ll’uri senz’uri –
rispigghianusi nt’a navi,
non parìa veru, u Sthrittu

***

(il viaggio)

il viaggio è rimasto lungo,
dove sei e là, dove eri,
lungo e senza fine come un fiume,
intravedendo luci
come dopo la notte,
scaraventando tempo
e sonno in piedi, ciondolando,
raccontando quel che s’è visto
nascondendo le mani in tasca
nel freddo che corre
nelle ore senza ore –
svegliandosi sul traghetto
non sembrava vero, lo Stretto

due vecchie-nuove natalizie e non

PER LA NOVENA

Nino s’alzava all’alba per la Novena,
pronto per le campane, già impomatato,
faceva entrate dalla porta laterale di Sant’Onofrio
ad uno ad uno i musicanti della banda civica,
avevamo poi insieme un calore nelle orecchie
dai sax, dai bombardini, dai clarini, dai tromboni
cantabili, quello del vecchio Fleri soprattutto.
Uscivamo con la nuova luce ed era tutto vero,
Natale tutto nei giorni prima della festa,
col pane caldo dell’alba e l’olio antico.

(07 dicembre 2010)

***

nessun Natale, nessuna festa nelle case dei vecchi soli,
l’albero rimasto a pezzi nei cartoni, le statuine nella cesta,
la televisione a palla prima di dormire, di ritorno dai figli
in festa – e la voglia di far l’alba in pace, di conquistarla –
dubbi che sorgono nella testa avvolta dalla sciarpa,
polvere in giro a testimonio della speranza che è transitata…

(27 dicembre 2011)

Scavi tra Vernà e marina

Scavi tra Vernà e marina

(dalla mia raccolta DALL’INTRAMATA TESSITURA, Smasher edizioni, 2011)

Le fosse della neve di Mancusa
(forse altre ce ne saranno alla Traversa,
in faccia alla neve della Montagna)
facevano il paio all’epoca con le cataste
dei carbonai – e ce n’è, ce n’era di terra
da scavare per risparmiarsi il soffoco
funesto, e pure ora nel sole o in un’ombra
che a volte è il buio pesto.

Il nonno, il vecchio orfano, per l’età
più vicino a Garibaldi ed altri barbuti
incontrati sul sussidiario che ai nipoti,
ne vedeva certamente di neve
nella contrada Monaco, oltre Rimiti
degli eremiti dimenticati. Ci stava
rannicchiato in uno scavo anche la notte
a tenere le bestie, che facevano un caldo
tutto infanzia di scuro e madre ignota,
lui dalla ruota dell’Eustochia partorito,
da una scìa nell’oceano rinato, dietro il muro.

La rara pioggia scava, dentro il secco:
ci sono rare presenze in quel che resta,
il verde verso Rina e il grigio delle Rocche.
L’occhio divora tutto, non ha testa
ma sangue del possesso, verso il mare.
Non la parola, ma un lento procedere
dello sguardo, quasi un adorare.

Saranno state formiche od un fedele
gatto a scavare, nei pressi del melograno,
sopra l’Acqua Ruggia, intorno al sonno
improvviso dell’Onofria, improvviso e per sempre;
da poco aveva portato il vino buono
alla centenaria, aveva goduto della vista
del mare di fronte, attraversato lo Zorio
dei suoi immensi amori.

Siamo, nei padri, dentro le visioni
e, nelle madri, dentro carni e voci.
Come uno scavo d’aria dalle Rocche
precipita e ramifica al Bastione;
dopo che un vino d’alto ha consumato
la parola, ad un tacito decreto
della verzura consentiamo, restiamo
ben impiantati nella terra smossa
dai passi, dal passaggio degli umani
dopo il rasserenato dopopioggia.
Siamo, stiamo, con un corpo
di fatica estesa, da millenni.

In cima al paese, nel bosco
unico, sopra l’Acqua Ruggia,
avevano scavato il pozzo
nel dopoguerra, all’epoca
mitica di don Placidino: al lancio
dei sassolini risuonava di musiche,
quasi un Satie fatto da noi…Ora
è interrato, per un abbandonato
parcogiochi di bambini
che niente sapranno. Fortuna che
ancora più in alto, muta
nel paesaggio, resiste la rara
forza delle antiche cave, la maestà
terragna della Calcara.

Ho ripreso ad alzarmi all’alba,
per un passo nuovo,
quando il giorno sembra gravido
di promesse davvero prossime
ad essere mantenute
da un generoso spirito dei luoghi.
Da Selino, che, dopo lo scavo del traforo
per la fonte, è tornata l’acqua dell’infanzia,
il paese è, a quell’ora fresca, ancora
dentro un’ombra avvolta, un velo
che ogni minuto lume perfora,
e alle sue spalle è un rosso fuoco,
un vecchio oro
di passione dell’inizio. Non c’è,
mentre nel palmo delle mani bevo
per un avìto prestito o decoro,
alcun indizio del ricadere in una
stasi di generazioni, in una rinuncia
atavica. E, pure, dico “grazie” a quel poco
di luce originaria, a quel che vedo
e che ieri vedevo. Calmo, rientro
nei possessi che l’occhio raduna.

N.B. I toponimi/prestiti/pretesti talora evocati sono relativi a località del versante ionico del messinese, in particolare, alla Valle d’Agrò, a Casalvecchio Siculo, al territorio circostante, a cominciare dal monte Vernà, uno dei rilievi dei Peloritani.

Dispersi (memoria del 1 ottobre 2009)#

Spero che al mattino sia riemersa
in alcuni l’idea colorata del primo ottobre,
un tempo come il nuovo inizio del mondo
con la scuola dopo il mare e la lunga estate.

Dalla sabbia nei pomeriggi assolati
vedevamo alberi nel folto
sopra Giampilieri e Briga,
pini marittimi ed ulivi contro l’oro
e l’azzurro delle albe sfuggite,
dispersi nei decenni persi, alberi morti
in un fuoco o nell’arsura di una secca madre.

Forse in nessuna
madre raccolti, o sepoltura in un mare
reso nera madre, i dispersi
umani nelle voci
troppo fuse al fango, alti in acque
che assaltarono le soglie dei portoni –
ed ora fatti luogo, altare di furia e fuga
dallo stanco mito
cui mai apparterranno queste
case spogliate delle voci.

(01 ottobre 2010)