ego

 
I. (ego)

Ego, dirùto dimezzato sordo,
sto nello scuro – scuro scuro ! – e mordo.

II. (chi sogna)

Chi sogna l’insubordine è perduto –
il capitale a schermo, il corpo muto.

III. (voilà)

Voilà, il vuoto delle immagini ha convinto,
qualche orrido sciamano s’è ritinto.

IV. (contro)

Tra canto e scanto ammutolivo, dietro
i lampi notturni – mi sobbalzava il vetro.

V. (falsi riflessi)

Provo a fissarla, dall’alba ad ora tarda:
l’immagine – che guardo – non mi guarda!

VI. (verso Damasco)

Caddi improvviso, per scherzo di natura,
rimodellai una dote da questura
“.

VII.  (Briga, Giampilieri)

L’approdo, assiso Paolo, ha il predicato nei paraggi

dei massi – ed uno al centro della cala dei naufragi!

VIII. (dove)

Mi dissetavo ad un’acqua di ieri,
dispersa coi dispersi, a Giampilieri.

IX. (gnostica)
D’altronde, inferno – unico e secondo –
inferno che s’inferna, resta il mondo.

X. (nos)
Dentro, vagarci, assenze-essenze minerali,
la solita devozione ai fuochi ancestrali…

Sole e lutto (di Josep V. Foix)

foix

Sole e lutto, con che atavica veste,

attraverso spesso la più nera desolazione,

il prato trascurato,  la montagna tagliente,

e gorghi profondi che mi fermano, astuti.

Dove sono? mi dico. Per quale vecchia terra,

o cielo morto, o mute transumanze,

pazzo, chiesi? E verso quale stupore di luce

nascosta, vado con la sconfitta del viandante?

Eterno e solo, m’è presente il paesaggio

pasciuto del millennio, e non m’è ignoto l’ignoto:

a tutto sono nato; nel deserto più asciutto

o sulla cima innevata, ritrovo un luogo, quello

del mio vagabondaggio. E Dio in agguato

per possedermi in tutto. O il diavolo, il tranello.

Incerti passi nel paesaggio

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Neanche quest’anno è stata la ventura

D’oltrepassare il mondo della vecchia

Strada provinciale e andare verso l’alto

Sconfessando il cimitero panoramico

 

Io e l’amico dovevamo andare verso

Antichi acciottolati, forse d’età romana,

Sul crinale dei piccoli dorsi montan

iDa decenni divenuti terre ignote

 

Sarà forse, non è stato, all’alba

Mi sono limitato a incerti passi

Della vista nel paesaggio dei padri

E delle madri – i volti incastonati

 

Tra gole e macchie di bagolari

O querce, o, a proprio sopravvissuto

Sfarzo, nelle isole argentee degli ulivi –

L’alba posseduta in via esclusiva

 

Con un mito di luce è stata danza

Della visione e vi ho tracciato volti

Presi da un ergastolo ignoto, da un esilio –

Con le piene essiccate il tempo estinto.

***

“Poesia di strada” – Licenze Poetiche 2010 (Macerata)

escussioni (epigrammi per avvocati stanchi)

daumier

(consigli dal passato)
vita e contraddizione
a questo mondo sono parenti
un po’ serpenti, sicché
l’avvocato, secondo l’occasione,
è un anarchico
col senso dello Stato,
in fondo – un aristocratico
utopista, un realista cinico,
un rivoluzionario  atavico,
un prete che si vede
dire messa,
senza fedeli e senza fede
***
(senza)
salendo per le scale
del Palazzo
di Giustizia, come
il Bucefalo ippo-legale
di Kafka e Alessandro
Magno, l’evento
d’essere infine senza
tessera di riconoscimento,
magari buttato fuori,
si ritrova a guardare
corso di Porta Vittoria
cancellata, si siede
sulle scale e non vede
che il mare – il primo
dei suoi amori,
fuori dalla storia
***
(nella polis)
l’inno, che bello,
ci vuole fratelli
d’italia e magari
di clan d’affari
di loggia piuttosto
– e avaro e pigro
il tempo che
non caccia o sloggia
***
 (in aula)
tra il credito
formativo
e il debito
peggiorativo,
il discreto
discredito
furtivo
***
(augurali)
niente scuse, niente sconti
per nessuno,
non scendiamo né saliamo,
né andiamo per monti,
la piazza è la casa
della mano che ci diamo,
la felicità
dell’agorà
***
(cenoni)
sobriamente
ordina le caselle
degli affetti
tra le crepes e le crespelle
di baccalà, con l’uvetta –
gli effetti
sono luci in città
di visioni di cenoni,
di abbuffoni
perfetti
***
(feste)
forse a Natale
si è più buoni –
solo perché si spengono
le televisioni
***
(perditempo)
capita che non ricordi
quanto detto al cliente
ossessivo – dirgli
piuttosto che scordi
il tempo, l’essere vivo
al presente,
galleggi nella
bolla del nulla
***
(rinvìo)
concorda controparte
su un rinvìo,
procrastinare l’arrivo
dell’orda, della sorte,
del giudizio di Dio –
in una pausa
della causa
fingersi vivo
***
(devi/vedi)
fa’ quel che devi,
è il vero punto:
non si vede –
in quel che si vede
in quel che non si crede –
appunto
quello che davvero
si crede
***
(le prove)
oggi, sì,
facciamo nuove
tutte le cose,
confondiamo le prove,
diciamo che ci siamo
***
(principi)
c’erano i mitici
principi del foro
col busto a perenne
memoria e futura,
bei tempi, i loro –
ma erano e sono
pure le bande del buco,
questioni di gusto,
di trapano,
di apertura
***
(vacanze)
niente rogne,
solo sole e niente,
Taormina nella mente,
per carità
nome di località
(non quello di Cogne)
ovviamente
***
(smentite)
per i padri l’avvocato
se la faceva
“causi causi” – ma
c’era sempre un Lo Sardo
o La Torre in città
a smentire quella verità
***
(riforme)
sostituire le province e le regioni
d’imperio, con le legioni –
non sarebbe poi male
come riforma costituzionale
***
(riscossioni)
secco secco
a rate raglia
la cartella dello scecco –
equitaglia
***
(equi/talìa)
non ti curar di lor
ma guarda e tassa
***
(documentazione)
tempi di decadenza
o decadence,
ci manca il repertorio,
roba da canzonetta
persino la pandetta
***
(moralisti)
presto
salendo le scale
del tribunale
il bene saluta il male,
ma questo
ha le scatole piene
***
(raramente)
raramente c’è
quello/quella che
s’eccita
mentre cita
mentre diffida
e sfida
il perché
***
(conciliazioni)
mollare l’osso,
darla vinta,
all’istante
nonostante s’addivenga
a kafkarsi addosso
***
(in fondo)
come un giufà
di ieri
chiediamo il perché
dell’al di qua
***
(prescrizioni)
il medico pietoso
ci prescrive
che il mondo
si prescriva
***
(K.)
La Norma la Legge il Diritto: ci abbocchi.
Arriva il Signor Kafka e ti apre gli occhi.
***
(un deferente saluto)
l’assalto dell’assolto
che il giudice ha prosciolto –
lo stesso ora è ravveduto
e, visibilmente scosso,
non vede più rosso,
anzi gli manda
un deferente saluto
***
(incipit e fine)
per finire/iniziare la giornata
rivedere il mondo
come una cessata
materia del contendere

due (inediti)

avvertire

trasformate tutte le possibili
avvertenze in avvertimenti, trasferiti i segni
i sensi le direzioni ed i divieti, porsi
domande per non trovar risposta,
forse c’è carne e volto per risposte
degne – avvertire che gli aldilà son tanti
come le attese e le pietre, in primis qua
***

qui

la nota qui che elude a vista
l’ascolto, il punto dove
chiude l’eco il tramortito
altrove, ed oltre l’oltre
dell’altrove, qui,
nel raggio – nella reconquista
dell’occhio silenzioso – di un paesaggio