escussioni, ovvero: epigrammi per avvocati stanchi ed altre seminobili professioni (di fede)

daumier

(consigli dal passato)
vita e contraddizioni
a questo mondo sono parenti
un po’ serpenti, sicché
l’avvocato, secondo le occasioni,
appare anarchico
col senso dello Stato,
in fondo – aristocratico
utopista, realista cinico
o rivoluzionario  atavico,
prete che si sente e vede
dire messa,
senza fedeli e senza fede
***
(senza)
salendo per le scale
del Palazzo
di Giustizia, come
il Bucefalo ippo-legale
di Kafka e Alessandro
Magno, l’evento
d’essere infine senza
tessera di riconoscimento,
magari buttato fuori,
si ritrova a guardare
corso di Porta Vittoria
cancellata, si siede
sulle scale e non vede
che il mare – il primo
dei suoi amori,
fuori dalla storia
***
(inno)
nella fratellopolis,
che bello,
ci vuole fratelli
d’italia e magari
a basso costo
di clan d’affari
di loggia piuttosto
– e avaro e pigro
il tempo che
non caccia o sloggia
***
(in aula)
tra il credito
formativo
e il debito
peggiorativo,
il discreto
discredito
furtivo
***
(augurali)
niente scuse, niente sconti
per nessuno,
non scendiamo né saliamo,
né andiamo per monti,
la piazza è la casa
della mano che ci diamo,
la stenta felicità
dell’agorà
***
(cenoni)
sobriamente
ordina le caselle
degli affetti
tra le crepes e le crespelle
di baccalà, con l’uvetta –
gli effetti
sono luci in città
di visioni di cenoni,
di abbuffoni
perfetti
***
(feste)
forse a Natale
si è più buoni –
solo perché si spengono
le televisioni
***
(perditempo)
capita che non ricordi
quanto detto al cliente
ossessivo – dirgli
piuttosto che scordi
il tempo, l’essere vivo
al presente,
galleggi nella
bolla del nulla
***
(rinvìo)
concorda controparte
su un rinvìo,
procrastinare l’arrivo
dell’orda, della sorte,
del giudizio di Dio –
in una pausa
della causa
fingersi vivo
***
(devi/vedi)
fa’ quel che devi,
è il vero punto:
non si vede –
in quel che si vede
in quel che non si crede –
appunto
quello che davvero
si crede
***
(le prove)
oggi, sì,
facciamo nuove
tutte le cose,
confondiamo le prove,
diciamo che ci siamo
***
(principi)
c’erano i mitici
principi del foro
col busto a perenne
memoria e futura,
bei tempi, i loro –
ma erano e sono
pure le bande del buco,
questioni di gusto,
di trapano,
di apertura
***
(vacanze)
niente rogne,
solo sole e niente,
Taormina nella mente,
per carità
nome di località
(rien con Cogne)
ovviamente
***
(smentite)
per i padri l’avvocato
se la faceva
“causi causi” – ma
c’era sempre un Lo Sardo
o La Torre in città
a smentire quella verità
***
(riforme)
sostituire le province e le regioni
d’imperio, con le legioni –
non sarebbe poi male
come riforma costituzionale
***
(riscossioni)
secco secco
a rate raglia
la cartella dello scecco –
equitaglia
***
(equi/talìa)
non ti curar di lor
ma guarda e tassa
***
(documentazione)
tempi di decadenza
o decadence,
ci manca il repertorio,
roba da canzonetta
persino la pandetta
***
(moralisti)
presto
salendo le scale
del tribunale
il bene saluta il male,
ma questo
ha le scatole piene
***
(raramente)
raramente c’è
quello/quella che
s’eccita
mentre cita
mentre diffida
e sfida
il perché
***
(conciliazioni)
mollare l’osso,
darla vinta,
all’istante
nonostante s’addivenga
a kafkarsi addosso
***
(in fondo)
come un giufà
di ieri
chiediamo il perché
dell’al di qua
***
(prescrizioni)
il medico pietoso
ci prescrive
che il mondo
si prescriva
***
(K.)
La Norma la Legge il Diritto: ci abbocchi.
Arriva il Signor Kafka e ti apre gli occhi.
***
(un deferente saluto)
l’assalto dell’assolto
che il giudice ha prosciolto –
lo stesso ora è ravveduto
e, visibilmente scosso,
non vede più rosso,
anzi gli manda
un deferente saluto
***
(incipit e fine)
per finire/iniziare la giornata
rivedere il mondo
come una cessata
materia del contendere


ego

 
I. (ego)

Ego, dirùto dimezzato sordo,
sto nello scuro – scuro scuro ! – e mordo.

II. (chi sogna)

Chi sogna l’insubordine è perduto –
il capitale a schermo, il corpo muto.

III. (voilà)

Voilà, il vuoto delle immagini ha convinto,
qualche orrido sciamano s’è ritinto.

IV. (contro)

Tra canto e scanto ammutolivo, dietro
i lampi notturni – mi sobbalzava il vetro.

V. (falsi riflessi)

Provo a fissarla, dall’alba ad ora tarda:
l’immagine – che guardo – non mi guarda!

VI. (verso Damasco)

Caddi improvviso, per scherzo di natura,
rimodellai una dote da questura
“.

VII.  (Briga, Giampilieri)

L’approdo, assiso Paolo, ha il predicato nei paraggi

dei massi – ed uno al centro della cala dei naufragi!

VIII. (dove)

Mi dissetavo ad un’acqua di ieri,
dispersa coi dispersi, a Giampilieri.

IX. (gnostica)
D’altronde, inferno – unico e secondo –
inferno che s’inferna, resta il mondo.

X. (nos)
Dentro, vagarci, assenze-essenze minerali,
la solita devozione ai fuochi ancestrali…


Sole e lutto (di Josep V. Foix)

foix

Sole e lutto, con che atavica veste,
Sovente attraverso la più nera desolazione,
Il prato trascurato, la montagna tagliente,
E gorghi profondi che mi fermano, astuti.

Dove sono? mi dico. Per quale vecchia terra,
O cielo morto, o mute transumanze,
Pazzo, chiesi? E verso quale stupore di luce
Nascosta, vado con la sconfitta del viandante?

Eterno e solo, m’è presente il paesaggio
Pasciuto del millennio, e non m’è ignoto l’ignoto:
A tutto sono nato; nel deserto più asciutto

O sulla cima innevata, ritrovo un luogo, quello
Del mio vagabondaggio. E Dio in agguato
Per possedermi in tutto. O il diavolo, il tranello.


Incerti passi nel paesaggio

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Neanche quest’anno è stata la ventura

D’oltrepassare il mondo della vecchia

Strada provinciale e andare verso l’alto

Sconfessando il cimitero panoramico

 

Io e l’amico dovevamo andare verso

Antichi acciottolati, forse d’età romana,

Sul crinale dei piccoli dorsi montan

iDa decenni divenuti terre ignote

 

Sarà forse, non è stato, all’alba

Mi sono limitato a incerti passi

Della vista nel paesaggio dei padri

E delle madri – i volti incastonati

 

Tra gole e macchie di bagolari

O querce, o, a proprio sopravvissuto

Sfarzo, nelle isole argentee degli ulivi –

L’alba posseduta in via esclusiva

 

Con un mito di luce è stata danza

Della visione e vi ho tracciato volti

Presi da un ergastolo ignoto, da un esilio –

Con le piene essiccate il tempo estinto.

***

“Poesia di strada” – Licenze Poetiche 2010 (Macerata)


troppo#

Troppo, come fosse un dio malato, sostenere
il mondo, averne cura perché esista ancora,
prima generazione all’ultimo dovere,
dopo il chi ha avuto ha avuto di regola finora.


vecchi#

Vecchi che a non dire “sbrighiamoci a morire”
di motivi buoni ne possono trovare,
per esempio il tressette da finire,
le spalle al monte, gli occhi fissi al mare…


due (inediti)

avvertire

trasformate tutte le possibili
avvertenze in avvertimenti, trasferiti i segni
i sensi le direzioni ed i divieti, porsi
domande per non trovar risposta,
forse c’è carne e volto per risposte
degne – avvertire che gli aldilà son tanti
come le attese e le pietre, in primis qua
***

qui

la nota qui che elude a vista
l’ascolto, il punto dove
chiude l’eco il tramortito
altrove, ed oltre l’oltre
dell’altrove, qui,
nel raggio – nella reconquista
dell’occhio silenzioso – di un paesaggio


otto suffragi del bianco

***
sembra che a notte appaiano colori
incogniti dal bianco dei lenzuoli,
dalle camicie dei padri appese all’aria,
con mollettoni ai dolori quotidiani,
lavate con la cenere e la sabbia,
sbiancate col limone dopo allappi
alle bocche delle insalate forti
del bianco callo in aceto e pepe rosso…

***
c’è costanza negli esseri del mondo:
in questo mondo il lino alla fontana
merita polso forte nel pestarlo,
qui, sotto i gelsi neri e il rossomora,
ci siamo chiesti dell’origine dell’acqua –
forse tutto il paese una sorgente,
come certezza del grigio,
nascituro acciottolato…

***
all’apparenza, quella della morte
detta in vacanza, si sventolano dai fili
lunghi cotoni, partecipi dell’incarnato
che vuole cipria e lavanda, e vuole il vino,
ma quello buono, che fa sangue…
e poi diviene il bianco nascosto
di piante varie della macchia, un altro
verde apparire, e cieco al cielo dell’alba
incolore e tutta da colmare dei nostri riaccesi
segni, sensi, precipitosi indizi di vita…

***
nel rossore dell’alba discreta
e poi potente, il bianco di padri e madri,
le bianche vesti, la camicia delle anime
sorprese, mutagnolo sentore di nuove voci,
ci sono croci argentate da intravedere –
ci sono serri da attraversare rossi
in volto, cantilenando mali e buone erbe,
da un vento tutto dalle case, augurali…

***
prego, non ci si parli della bianca
carta-campagna e della nera semenza,
nera traccia spermatica di notte,
forse notte di storia, sicuramente non luce
avanzante, ma che è vera tutta, nell’orto
della zia, vicino, e nel primissimo iota rosso
dell’alba fissata – l’oro dello squarcio marino
a quell’ora al comando dell’occhio,
luminescente dosso del primo mattino

***
sono reali gli esseri assopiti
in penniche profonde come grigi
mausolei di roccia calcarea,
pronta a disfarsi in bianco
latte-calce per case avìte –
e ci sono rossori elementari
avanti agli esseri, di carne,
e di verde vincente sul sereno,
e con segni indelebili, cicatrici
delle more e dell’uva sulle braccia,
a regolare l’incedere notturno

***
un inchiostro non nostro, ma di sangue
atavico, a fugare oppure vincere
il grappolo di nulla-notte-buio
che la zia centenaria temeva, bramando
sempre quel – di prima luce – sì, quel primo chiarore
ancora bianco bianco, e rosso appena poi, e giallo oro
come una lampa d’olio ai morti-dèi delle famiglie
nelle case in penombra perlustrate

***
o come si affacci il viola di un sudario
a statue, e si rinvenga luce a poco a poco
ai sottopassi, gallerie per acque conosciute,
da cavi interni per le forme di capra,
dal sale che è vittoria vitale e salva il mare
nemico e lontano, notissimo allo sguardo
ed alla mano intenta, di vedetta, dall’alto,
il bianco estivo che s’arrotola oltre i polsi


Un e-book (quasi un rimario da luoghi noti)

Raccolgo in formato PDF un po’ di distici, ottave, voli, rime sparse e perse, etc., apparsi in rete.

Da presso e nei dintorni – quasi un rimario da luoghi noti.


Dieci distici

I. (ego)

Ego, dirùto dimezzato sordo,
sto nello scuro – scuro scuro ! – e mordo.

II. (chi sogna)

Chi sogna l’insubordine è perduto –
il capitale a schermo, il corpo muto.

III. (voilà)

Voilà, il vuoto delle immagini ha convinto
la nazione – è l’orrido sciamano, ch’è dipinto.

IV. (tolstojana)

Giusto, giustissimo, oggi calpestare l’oblìo;
di più: contro un potere lercio riaffermare un Dio.

V. (Pasque)

Pasque di mia passione: il viola alle Madonne
in chiesa – per strada, sulle gonne.

VI. (canto fermo)

Tra canto e scanto ammutolivo, dietro
i lampi notturni- mi sobbalzava il vetro.

VII. (falsi riflessi)

Provo a fissarla, dall’alba ad ora tarda:
l’immagine – che guardo – non mi guarda!

VIII. (verso Damasco)

Caddi improvviso, per scherzo di natura,
rimodellai una dote da questura.

IX. (un masso a Briga Marina)

Approdato, qui assiso Paolo ha predicato –
e noi vicini, da De Luca, col gelato.

X. (alla fontana)

Mi dissetavo ad un’acqua di ieri –
dispersa coi dispersi di Giampilieri.

nota alla IX. : il Bar De Luca è una mitica gelateria nel messinese, a poche decine di metri da un’antica chiesa che ricorda l’approdo di Paolo di Tarso in Occidente.