(l’ordine della casa)

entro, mi muovo al buio, attendo
ed apro le finestre, intento, tocco
l’ordine della casa, la permanenza
dei nostri cari, non per sempre morti

perché amati, scorti fino a toccarne
la linea l’anima con la coda dell’occhio – come te
tutti vicini, nel cuore nella carne
nell’inesausto fuoco nell’essenza


maturazione

E non esiste fine, solo maturazione

piena di un frutto che illumina

e si fa presente come una vittoria

infinita, l’amore contro il tempo

– questo, nostro – di sempre.

E si ritorna, si avanza

nell’abbraccio che ritorna.


io non sapevo

io, flagellante il petto mi percuoto,
perché dopo quel tempo il mondo è vuoto
eppure non è vuoto:
sapendo non sapevo il bene
assieme, nella gioia comune,
apparecchiata calda ed usuale,
era quel bene che permane, albero e seme,
e pranzo di Natale


ancora

in verità, non bastano quelle passeggiate
assieme, altre ne vorrei ancora, e ripetercele
in quest’eterno le parole,
e all’ombra e al sole
godere della frescura che accarezza,
e ancora glorificare la nostra altura
dinanzi al mare, la brezza – tu lo sai, sorridi,
e da queste parti rimani,
fraterno, ieri come domani


resiste, persiste

resiste, persiste, in questa compresenza

d’amore delle voci –

ad ogni chiacchierata, battuta, motteggio,

conversazione, assieme a te, tra noi e tutti voi

(un voi che non ci basta, ché ci ricomprendete

tutti dentro un noi, un noi d’ennesimo abbraccio),

vive il continuo dell’apertura oltre le croci,

la fiumara in piena, del giardino,

verzura, assoluto paesaggio

del nostro comune discorso ininterrotto…


esco, rientro

esco, rientro – nel chiosco dell’allora

con le granite e le parole apparecchiate,

sulla tavola perennemente conzata

nella nostra ora luminosa, fratello


stupore

m’arresto sulla soglia del non mio stupore,

è lo stupore del tuo saldo volere – sole e tepore

che è da costruire,  saldare ed innestare,

di ramo, di colonna,

di cuneo conficcato dentro, senza timore

dello scacco, e avanti avanti…

 


finestre

Sono gravidi di quelle transumanze dal fascino remoto

gli istanti o i tempi lunghi delle tue finestre,

quelle di pecore impensate sull’asfalto

verso uno stabbio calmo, di prato prossimo al fiume,

ad un altro passaggio, senza furia di tempo,

in cui restiamo, in cui non ci perdiamo.


il tuo giorno

(anche il tuo giorno, in questo finire del maggio,
in questo sfinire, come una rinascita)

di questo tuo piacere
che è vivere appieno
vorremmo consacrare,
con la brace fuori la porta
e l’origano come l’incenso,
con la pesca nel vino
e la bocca che ti chiama di nuovo –
sempre sapendo la tua risposta
felice, che risuona nella nostra casa


ricchezza

entro nella casa ricca della tua persona
come entro nella campagna ricca del tuo svelto andare
perché so solo entrare nel paesaggio ricco
del tuo sguardo e del tuo occhio pieno

nego che tu qui non sia nel tempo ricco
affermo, anzi consacro, stipulo il persempre
che oltre il tempo vince – le luci sottostanti
alla nostra collina illuminano questi passi

per i quali passiamo persistendo