Roberta Borsani su alcuni miei testi

Roberta Borsani sul suo blog “La fata centenaria” ha scritto (il 21 giugno 2010) sulla sequenza poetica “Lumina et semina”, apparsa poi, nel libro, col titolo “Neri e gaudiosi lumi in valle”

“Lumina et semina” di Enrico De Lea (note a margine)

Ogni poeta ha la sua musa, non dichiarata magari. La musa che ha ispirato la raccolta inedita (purtroppo) di Enrico de Lea Lumina et semina (in valle d’Agrò) somiglia a una di quelle Madonne nere, dal volto bello ma segnato. Una Madonna della rassegnazione, del latte che scarseggia e va tesaurizzato. Una “Mater dolorosa e fiacca”.
Il poeta fa invece pensare a un Perceval, che tale madre ha abbandonato, portandosi dietro un senso di colpa sottilmente straziante. E insieme alla colpa l’idea che solo lontano dal fiuto infallibile di una simile Era, “impastata notte di carbone e di latte”, vedova di splendore e di stelle, ci si possa sottrarre al richiamo mortale del mondo primordiale, atavico, in cui le cose si muovono solamente in circolo, e non c’è futuro che non sia identico al passato. Tutto ruota qui, intorno all’Omphalos, dove vivi e morti si incrociano senza stupore, salutandosi appena, fugacemente, come conoscenti abituali.
Di questo mondo il poeta è figlio, impietoso come sanno essere i figli, disvelatore di segrete contraddizioni (“scoprire il verminaio sotto il pietrame liscio, ora svelato”) e al contempo carico di colpe ereditate e nuove, ma sempre necessarie, da purificare attraverso il fuoco. “E poi, dilavaci paternamente/ il mestruo del vallone/ a liberarci da ogni colpa”.
Su questa terra “elementare”, dove tutto è “seme”, anche la luce; su questa terra bianca, gialla, rossa e nera, aleggia spumosa e leggera l’infanzia, amica gentile di ogni rinascita e di ogni primavera: “Con la scienza capitaria del maggio/all’infanzia del regno floreale/ accadono la costanza dei gelsi/ e una seta del ritorno in vita”. La memoria, da ancestrale, tribale e mitica, si fa lirica e personale. Quasi (ma mai del tutto ) intima.
Le parole, il ritmo e i suoni si adattano via via al rappresentato, assumendone la forma ora cupa, secca, densa, ora pastosa e soffice, luminosa: di una luminosità fuori dal tempo, dolorosa. Alla Van Gogh.
Le scelte lessicali e le complesse, talvolta ardite costruzioni sintattiche si ergono sopra l’umile semplicità del mondo rappresentato, ripendendone però l’ architettura senza vezzi. Questo non è il mondo rurale pascoliano, pieno di rimandi e liquide corrispondenze, ma quello scolpito di un certo Quasimodo, essenziale e senza retorica. Vicino talvolta al Terribile, eco della tragedia.
Perceval sta cercando, come risulta anche nella bella raccolta Ruderi del Tauro (ed. L’arcolaio, 2009), un linguaggio virile, adulto, aspro se necessario, che sappia però farsi vicino alle cose, capace di accarezzarle, senza tradirne le suggestioni. Come se in questo figlio un po’ difficile e brusco, anche la madre saccheggiata e abbandonata possa infine trovare la giusta collocazione e il riposo. Alle madri terribili di questi luoghi sferzati dalla luce e dal vento si rivolge il poeta auspicando “(possa)darvi pace questa nostra dimenticata e confusa voce/ di scaglie petrose/ battenti sul dirupo”. E se la madre è in pace, il figlio, Perceval, è assolto.
Ma il tribunale del cuore, si sa, è implacabile. La sua assoluzione non è mai definitiva. Perché certe colpe sembrano non avere fondo. Pensavi di averne colmato lo squarcio, di aver appianato la superficie, cancellato anche i segni, levigato la cicatrice. E invece c’era un buco in fondo: l’occhio eternamente aperto di un imbuto. Presto il nostro poeta tornerà a scrivere, a cercare nelle parole il farmakon che possa lenire il dolore della sua gente, dei suoi avi, dei morti prima di loro e della terra che tutti li unisce e li stringe. Noi aspettiamo. Anche perché la voce di questa valle bella e tradita, indimenticabile e dura, ce l’abbiamo tutti nell’anima e volentieri ascoltiamo chi “balsamicamente” la intona.