(scantu)-

non havi nuddhu vantu,
mathri mia, mathri mia,
e si scancia cantu cu scantu,
a canzuna – e puru llamìa

(trad., libera:
non c’è nessun vanto, / lo giuro su mia madre (oh, cara),/ e si scambiano il canto e lo spavento /nella parola, che sempre implora

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Breve lettera dalla frescura

albero

Mi nascondo. Nel fondo dello Zorio, nel catòio più fresco ci possa essere. Per ciascuno il proprio è sempre il catòio più fresco, l’utero più sicuro per l’olio il vino il pane.
Fuori c’è tanto, tanto fuoco. Qualcuno, un maligno – non il Maligno -, ha inteso ucciderci ulivi e pergole, per uno sbenno una guardata un debito un affare perso.
Mio padre l’anno scorso l’aveva salvato il vicino confinante che ci gratta le armacìe per allargarsi; quest’anno abbiamo pulito al raso il campo, che ci puoi apparecchiare e mangiare.
Ma non sai se salvarsi dal selvatico sia il miracolo, perché anche un fuoco diventa selva danzante, perché neanche le case a grappolo possono essere difesa e nido.
Anche il nido muore con ogni albero.

SUONO DEL VENTO PRIMO (diario/5-6)

OLYMPUS DIGITAL CAMERAL’individuo-calore dal buio saggia la sorte,
volge da parte il peso del lenzuolo,
si fa leggero nell’aria senza colore,
si rotola, simula da terra come un volo
poi diviene nel fresco l’individuo-chiarore,
cerca oltre sé un noi senza catena e ruolo.
Per tali fatti tace ma sommuove il vento
e si ripete nella luce dell’evento.

Ma presto la forma discendente delle case
non è che la forma sospesa di foglie
che musicano, note di brezza, in alto rase
dalla luce che la collina raccoglie
intera, uno spartito che vibra di pause
d’arenaria e di rivolo nascosto,
di spine in gloria del viottolo avamposto.

al limite#

Al limite, come in un gesto idiota,
incidere nel muschio sopra il muro
segni in una lingua a se stessi ignota,
epigrafi né al passato né al futuro.

(Roversi)#

A casa, a Messina, tra viale Cadorna
e Santa Barbara, da Bologna riviste e fogli
di poesia per la realtà che non torna,
era la difficile felicità – e non la cogli.

Dieci distici

I. (ego)

Ego, dirùto dimezzato sordo,
sto nello scuro – scuro scuro ! – e mordo.

II. (chi sogna)

Chi sogna l’insubordine è perduto –
il capitale a schermo, il corpo muto.

III. (voilà)

Voilà, il vuoto delle immagini ha convinto
la nazione – è l’orrido sciamano, ch’è dipinto.

IV. (tolstojana)

Giusto, giustissimo, oggi calpestare l’oblìo;
di più: contro un potere lercio riaffermare un Dio.

V. (Pasque)

Pasque di mia passione: il viola alle Madonne
in chiesa – per strada, sulle gonne.

VI. (canto fermo)

Tra canto e scanto ammutolivo, dietro
i lampi notturni- mi sobbalzava il vetro.

VII. (falsi riflessi)

Provo a fissarla, dall’alba ad ora tarda:
l’immagine – che guardo – non mi guarda!

VIII. (verso Damasco)

Caddi improvviso, per scherzo di natura,
rimodellai una dote da questura.

IX. (un masso a Briga Marina)

Approdato, qui assiso Paolo ha predicato –
e noi vicini, da De Luca, col gelato.

X. (alla fontana)

Mi dissetavo ad un’acqua di ieri –
dispersa coi dispersi di Giampilieri.

nota alla IX. : il Bar De Luca è una mitica gelateria nel messinese, a poche decine di metri da un’antica chiesa che ricorda l’approdo di Paolo di Tarso in Occidente.