Breve lettera dalla frescura

albero

Mi nascondo. Nel fondo dello Zorio, nel catòio più fresco ci possa essere. Per ciascuno il proprio è sempre il catòio più fresco, l’utero più sicuro per l’olio il vino il pane.
Fuori c’è tanto, tanto fuoco. Qualcuno, un maligno – non il Maligno -, ha inteso ucciderci ulivi e pergole, per uno sbenno una guardata un debito un affare perso.
Mio padre l’anno scorso l’aveva salvato il vicino confinante che ci gratta le armacìe per allargarsi; quest’anno abbiamo pulito al raso il campo, che ci puoi apparecchiare e mangiare.
Ma non sai se salvarsi dal selvatico sia il miracolo, perché anche un fuoco diventa selva danzante, perché neanche le case a grappolo possono essere difesa e nido.
Anche il nido muore con ogni albero.

SUONO DEL VENTO PRIMO (diario/5-6)

OLYMPUS DIGITAL CAMERAL’individuo-calore dal buio saggia la sorte,
volge da parte il peso del lenzuolo,
si fa leggero nell’aria senza colore,
si rotola, simula da terra come un volo
poi diviene nel fresco l’individuo-chiarore,
cerca oltre sé un noi senza catena e ruolo.
Per tali fatti tace ma sommuove il vento
e si ripete nella luce dell’evento.

Ma presto la forma discendente delle case
non è che la forma sospesa di foglie
che musicano, note di brezza, in alto rase
dalla luce che la collina raccoglie
intera, uno spartito che vibra di pause
d’arenaria e di rivolo nascosto,
di spine in gloria del viottolo avamposto.

Dieci distici

I. (ego)

Ego, dirùto dimezzato sordo,
sto nello scuro – scuro scuro ! – e mordo.

II. (chi sogna)

Chi sogna l’insubordine è perduto –
il capitale a schermo, il corpo muto.

III. (voilà)

Voilà, il vuoto delle immagini ha convinto
la nazione – è l’orrido sciamano, ch’è dipinto.

IV. (tolstojana)

Giusto, giustissimo, oggi calpestare l’oblìo;
di più: contro un potere lercio riaffermare un Dio.

V. (Pasque)

Pasque di mia passione: il viola alle Madonne
in chiesa – per strada, sulle gonne.

VI. (canto fermo)

Tra canto e scanto ammutolivo, dietro
i lampi notturni- mi sobbalzava il vetro.

VII. (falsi riflessi)

Provo a fissarla, dall’alba ad ora tarda:
l’immagine – che guardo – non mi guarda!

VIII. (verso Damasco)

Caddi improvviso, per scherzo di natura,
rimodellai una dote da questura.

IX. (un masso a Briga Marina)

Approdato, qui assiso Paolo ha predicato –
e noi vicini, da De Luca, col gelato.

X. (alla fontana)

Mi dissetavo ad un’acqua di ieri –
dispersa coi dispersi di Giampilieri.

nota alla IX. : il Bar De Luca è una mitica gelateria nel messinese, a poche decine di metri da un’antica chiesa che ricorda l’approdo di Paolo di Tarso in Occidente.

L’esperienza della poesia (un breve appunto)

“Poiché i versi non sono – come crede la gente – sentimenti, essi sono esperienze”. A suo tempo, arrivai a Rilke ed al suo “Malte” per il luminoso tramite delle traduzioni e degli scritti critici di Giame Pintor, una di quelle meteore intellettuali e morali, la cui scomparsa da giovani (penso a Gobetti, a Michelstaedter, ad Antonia Pozzi, a Furio Jesi) lascia immaginare e rimpiangere un diverso presente.
Leggevo Rilke sulle panchine nei pressi della Batteria Masotto, sul lungomare di Messina, dinanzi all’antica Torre di San Raineri, un asceta d’origine germanica quivi giunto nei primi secoli dell’era cristiana.
Rilke – e la sua prosa, più degli stessi versi – era l’esperienza del mondo attraverso la poesia: il distanziarsi, il trascendere e l’esser dentro, quest’eterna, ciclica oscillazione tra la consapevolezza pratica e comunicativa e la coltivazione-possessione di una voce altra, di una possibilità di altre virtù del linguaggio, che subissasse la lingua dell’utile e della legge. In fondo, credo che quel poco che si riesce a scrivere nasca dal tentativo di ricostituzione di un’unità dell’origine del mondo, franto nella storia e nella sua vicenda. E’, la poesia, giocata sul margine della bellezza, dell’etica e della compresenza di vita e morte, un’esperienza diversa del mondo, di cui si sperimentano i segni ed i fenomeni, per ricostruirne un amoroso e persuaso senso.