fosse

27 Giu 2019

geometra delle nebbie, mensor tenebrarum,
fallito frumentario, ammassa nelle fosse
il bianco freddo, l’acqua impietrita delle nevi
sotto castagni inospiti, l’origano spicciato
ad Occidente, innalza un vano sguardo
alle poiane discendenti alle fontane,
all’uomo al passo, alle ombre sempre brevi

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Su “La furia refurtiva” – una nota di ENZO CAMPI

14 Giu 2019

da BOLOGNAINLETTERE – MAGGIO 2017 (per il premio omonimo – segnalazione sezione Raccolte edite), una nota di Enzo Campi sul mio La furia refutiva (Vydia editore, 2016)(EDL)
***
Vale per De Lea lo stesso discorso fatto con Marina Pizzi, relativamente ad una voluta, lucida e ostentata fedeltà verso se stesso. Così come per la Pizzi difatti, anche la scrittura di De Lea è riconoscibile, perfettamente riconoscibile. È sempre una questione di peso. Il peso dell’angoscia esistenziale, che caratterizza indelebilmente la scrittura pizziana, qui lascia il passo al peso di una terra-madre da rivendicare. La terra, nello specifico, è quella siciliana, una terra che De Lea rende ricca di fonemi e sintagmi che sembrano estirpati direttamente dal limo, ovvero da quell’epidermide, per così dire, impastata che offre protezione alle radici come per preservare la loro essenza sotterranea, e che si erge a supporto essenziale della sua poetica. Leggendo De Lea viene spontaneo pensare a un calco, per l’appunto plasmato direttamente nel fango, nell’humus della terra che lo ha generato e alla quale egli ritorna, pedissequamente e instancabilmente, con i suoi gesti letterari. Bonacini, nella prefazione, cita dal testo il sintagma: “polvere senza peso”, ed è questa una sorta di medaglia verbale, perché – nemmeno tanto paradossalmente – per tenere-a-sé una cosa, per preservare la prossimità con una certa cosa bisogna amarla a tal punto che ci si può concedere il lusso di polverizzarla ma, beninteso, non per distruggerla. Anzi, così facendo, si entra, metafisicamente, in essa, la si possiede cioè fin nelle sue piccole particelle. Ed è anche questo il senso di un’altra medaglia verbale che scrissi, nel 2011, nella postfazione di un’opera di De Lea che vinse un premio letterario da me coordinato. La parola in questione è “infinitesimi”. Cosa sono gli infinitesimi? Essi rappresentano le minime varianti che ripropongono l’uguale ridefinendolo. Sono le parti che, polverizzate, possono riplasmare il tutto. Ma, attenzione, gli infinitesimi sono, anche e soprattutto, figure, figurazioni. E la scrittura di De Lea si evolve e si caratterizza proprio mettendo al lavoro le figure. Solo una breve occorrenza per renderci conto di come questa sia una peculiarità del suo fare poetico: “nel fuoco degli intarsi, ritratto / e onnipotenza del legno, erige / altare breve al morto, / lare di roccia, icona madre / al figlio”. Detto questo, bisogna però notare che La furia refurtiva, a differenza delle opere precedenti, sembra leggermente più aperta, sembra predisporsi, come dire, a una fuoriuscita che (come disse a suo tempo Alessandra Pigliaru, in una sorta di illuminata veggenza) possa proiettare l’autore “verso un plurale che dissolve l’aderenza dell’io”. L’io-terra-madre, per quanto ancora radicato, si dichiara cioè disponibile al viaggio. E De Lea, più di quanto abbia fatto in passato, sembra che in quest’opera abbia edificato una sorta di ponte verso un futuro linguistico, che è ancora da tracciare. Come si evince da questi sette versi che suonano, per l’appunto, come monito per un divenire: “ trasformate tutte le possibili / avvertenze in avvertimenti, trasferiti i segni / i sensi le direzioni ed i divieti, porsi / domande per non trovar risposta, / forse c’è carne e volto per risposte / degne – avvertire che gli aldilà son tanti / come le attese e le pietre, in primis qua”, dove la “trasformazione” (ovvero il divenire) diventa “trasferimento” dei dati sensibili (quelli già acquisiti nel passato), dove le risposte inevase possono, forse, ricercarsi nella “carne” e nei “volti”, dove, infine, gli “aldilà” si nutrono comunque delle “pietre” con le quali ci si è già incontrati e scontrati.
Enzo Campi


L’elenco degli averi (inediti)

3 Mag 2019

La poesia e lo spirito

*

Ci si accinse a un’intima guerra,
Ristretti al passo di un ballo empio,
Ci spinse a nessun mare nessuna terra
Disperanza di pace sullo scempio.

Di quanto non sappiamo ci dirà
Forse un infinito padre jonico,
Ci dirà una madre d’amore senza pietà,
Una carne un nulla un tempio laconico.

Ci si limita alle sante
Suppliche a un paesaggio,
All’ingresso del tempio,
Usciti dall’inverno,
Alle anime-pietre, alle anime-piante
Nel solito e usato raggio,
A una costante invenzione dell’eterno.

Da quello zero iniziale
Di natura, di viventi e umani,
Non il falso il vero
Il bene il male,
Ma il tratto sincero
Del latrare dei cani.

_

Insomma, si ha una somma senza fine
di luoghi della mente,  dei passi, dell’oblìo, 

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CANZUNA I NOTTEGGHIORNU

2 Apr 2019

u viaggiu ‘rristau longu,
aunni sì e aùnni ièri,
longu e senza fini comu ‘n ciumi,
‘mparissi smicciannu lumi
dop’a nuttata,
tempu sdirrupannu e sonnu,
addhritta – cimiddhiannu,
cuntannu chiddhu chi s’ha vittu,
mmucciannu i mani o pettu
nto friddu chi scurri
nt’a ‘ll’uri senz’uri –
rispigghianusi nt’a navi,
non parìa veru, u Sthrittu


restituzioni

17 Gen 2019

(restituzioni)

Il fontanone che sbrecciato sgorga
t’ancorò, santo, all’orto scarlattiano –
falso magister sempre ed anarchista
comodamente, con i gatti intorno…

(04 maggio 2007)

 

Suonavano campane forse a morto
per un recondito non corrisposto amore
ma bene si celava lo sfavore
si nascondeva bene, il legno storto.

(5 ottobre 2018)

 

 

Scale di Santa Barbara,
La città il mondo
Fuori dalle persiane, un accenno
Ironico, magari su un esilio,
Ieri oggi più o meno vago,
Se dai Palazzi insistono
Le grida disumane.

Tema da Pisacane,
Silone, anarchici e Capolago.

Poi, avvertire la lissa l’estrema
Stanchezza della mente,
Sia Capolago o capo di niente.

 

(15 ottobre 2018)

 

Per cannatella e asparagi
Con Alberto raddrizzavamo sentieri,
Poi, muschio per Bambinello e Magi,
E sto arrivando, arrivo, non era ieri.

(25 novembre 2018)

 

Penso all’estrema santità dei lupi
Che annusano l’erbe d’alte campagne,
Che muti squarciano carni dei tempi cupi,
Che ululano dolore senza scusa senza lagne.

(29 novembre 2018)

 

Pecorai da Fondachelli in erbaggi
Trattavano, per tuma e per ricotta,
E per olio, in cambio d’altri formaggi.
Su Misitano, altri, eremiti, lontani dalla lotta

(23 dicembre 2018)

 

Il giorno di Natale, dai nostri morti,
Invaso dalla luce dell’Agrò
E di fiori selvatici nell’aria
Sua calda sorti,
E della rinascita con noi,
E d’altro, l’altro che non so.

(25 dicembre 2018)


Uscire presto

19 Nov 2018

anto

(Antonello da Messina, part., Museo di Bucarest- Sibiu)

*

Uscire presto a Messina per i Santi,
Piove, non è bello, si arriva a Muricello,
Da sempre, e non è triste, coi Morti davanti,
Là vicino c’era Mollica, e Pirandello.
(1 novembre 2018)

Si cunzava, da vivi e morituri, la sera dei Santi,
Una cena tardiva ai morti di famiglia,
Quelli che ci guardavano festanti
O seri, dai muri, da un tempo che ci somiglia.
(3 novembre 2018)

Tasta la fronte ed è un dio di febbre,
E un dio, o Dio, si lancia
Nella tromba delle scale, a capofitto,
Un Dio mortale, che fugge e lascia
Il mondo al suo male di essere tale,
Vivo e corroso, un Dio
Amoroso, sconfitto.
(8 novembre 2018)


Scale di Santa Barbara

23 Ott 2018

 

Scale di Santa Barbara,
Messina il mondo
Fuori dalle persiane, un accenno
Ironico, magari su un esilio,
Ieri oggi più o meno vago,
Se dai Palazzi insistono
Le grida disumane.
Tema da Pisacane,
Silone, anarchici e Capolago.
Poi, avvertire la lissa l’estrema
Stanchezza della mente,
Sia Capolago o capo di niente.