Pubblicato da: enrico de lea | ottobre 19, 2015

Scavi tra Vernà e marina

Scavi tra Vernà e marina

(dalla mia raccolta DALL’INTRAMATA TESSITURA, Smasher edizioni, 2011)

Le fosse della neve di Mancusa
(forse altre ce ne saranno alla Traversa,
in faccia alla neve della Montagna)
facevano il paio all’epoca con le cataste
dei carbonai – e ce n’è, ce n’era di terra
da scavare per risparmiarsi il soffoco
funesto, e pure ora nel sole o in un’ombra
che a volte è il buio pesto.

Il nonno, il vecchio orfano, per l’età
più vicino a Garibaldi ed altri barbuti
incontrati sul sussidiario che ai nipoti,
ne vedeva certamente di neve
nella contrada Monaco, oltre Rimiti
degli eremiti dimenticati. Ci stava
rannicchiato in uno scavo anche la notte
a tenere le bestie, che facevano un caldo
tutto infanzia di scuro e madre ignota,
lui dalla ruota dell’Eustochia partorito,
da una scìa nell’oceano rinato, dietro il muro.

La rara pioggia scava, dentro il secco:
ci sono rare presenze in quel che resta,
il verde verso Rina e il grigio delle Rocche.
L’occhio divora tutto, non ha testa
ma sangue del possesso, verso il mare.
Non la parola, ma un lento procedere
dello sguardo, quasi un adorare.

Saranno state formiche od un fedele
gatto a scavare, nei pressi del melograno,
sopra l’Acqua Ruggia, intorno al sonno
improvviso dell’Onofria, improvviso e per sempre;
da poco aveva portato il vino buono
alla centenaria, aveva goduto della vista
del mare di fronte, attraversato lo Zorio
dei suoi immensi amori.

Siamo, nei padri, dentro le visioni
e, nelle madri, dentro carni e voci.
Come uno scavo d’aria dalle Rocche
precipita e ramifica al Bastione;
dopo che un vino d’alto ha consumato
la parola, ad un tacito decreto
della verzura consentiamo, restiamo
ben impiantati nella terra smossa
dai passi, dal passaggio degli umani
dopo il rasserenato dopopioggia.
Siamo, stiamo, con un corpo
di fatica estesa, da millenni.

In cima al paese, nel bosco
unico, sopra l’Acqua Ruggia,
avevano scavato il pozzo
nel dopoguerra, all’epoca
mitica di don Placidino: al lancio
dei sassolini risuonava di musiche,
quasi un Satie fatto da noi…Ora
è interrato, per un abbandonato
parcogiochi di bambini
che niente sapranno. Fortuna che
ancora più in alto, muta
nel paesaggio, resiste la rara
forza delle antiche cave, la maestà
terragna della Calcara.

Ho ripreso ad alzarmi all’alba,
per un passo nuovo,
quando il giorno sembra gravido
di promesse davvero prossime
ad essere mantenute
da un generoso spirito dei luoghi.
Da Selino, che, dopo lo scavo del traforo
per la fonte, è tornata l’acqua dell’infanzia,
il paese è, a quell’ora fresca, ancora
dentro un’ombra avvolta, un velo
che ogni minuto lume perfora,
e alle sue spalle è un rosso fuoco,
un vecchio oro
di passione dell’inizio. Non c’è,
mentre nel palmo delle mani bevo
per un avìto prestito o decoro,
alcun indizio del ricadere in una
stasi di generazioni, in una rinuncia
atavica. E, pure, dico “grazie” a quel poco
di luce originaria, a quel che vedo
e che ieri vedevo. Calmo, rientro
nei possessi che l’occhio raduna.

N.B. I toponimi/prestiti/pretesti talora evocati sono relativi a località del versante ionico del messinese, in particolare, alla Valle d’Agrò, a Casalvecchio Siculo, al territorio circostante, a cominciare dal monte Vernà, uno dei rilievi dei Peloritani.

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