QUATTRO PROSE

LE DUE AMERICHE

Non ricordo più da quanto tempo non mi stendevo all’ombra del sorbo, da dieci anni, forse, o molto di più, il salto oscuro, la timpa, l’accenno di prossimo dirupo, di quasi un’altra vita o di nessuna vita passata. Mio nonno Pietro, trovatello entrato alla ruota della Beata Eustochia di Messina e da lì uscito per avviarsi nella figliolanza vasta di Santo Parisi, che lo destinò a guardare le bestie sotto il Vernà, decise che qui a Filione dovesse crescere l’albero della famiglia, della casa dei Sorbara. Così, piantò il sorbo, la “sorbara”, che crebbe rapidamente fin dal suo primo viaggio in Argentina, forte di una insospettata vena d’acqua che da San Cosimo veniva giù fino a Scopelliti, traversando il terreno scosceso, reso ostinatamente piano a forza di muri a secco.

Ci ho dormito sotto stamani, nella prima alba, protetto dalle sue fronde minute ma fitte, e al risveglio ho inteso guardare voracemente lontano, dalla collina di Cucco e Filione, come mio padre a sette anni, come il padre che non sono.

Le due Americhe apparivano a mio padre bambino nei due picchi pizzuti del Capo di Sant’Alessio, che l’alba dello Jonio muta in un gigantesco, eterno sasso d’oro o d’argento (a seconda delle stagioni e delle condizioni del tempo), di cui, vanto degli eruditi locali, avevano scritto geografi di fama, da Tolomeo fino all’anarchico Reclus, come tanti avviluppato nella moda del tour per una Sicilia creduta una viva reliquia greca, sempre fuori dal tempo, dalla storia, dalla reale vicenda degli uomini e dei luoghi.

Donna Carmela Rocco, “sposata Sorbara”, asciutta madre dolorosa, alla solita, insistita domanda del bambino sulle contrade che vedevano vivere il padre lontano, segnava col dito fisso e sbrigativo, nei due spuntoni rocciosi del Capo a mare, “la Merica grande e quella piccola”, nel primo novecento le due più frequenti colonie dell’esilio delle braccia della gente di Casalvecchio. La sterminata pampa argentina, popolata da vaccari lesti di mano e di coltello (dove Pietro aveva rinunciato a tornare dopo un primo terribile soggiorno nei dintorni del Tucuman) e, al confronto, le delimitate città degli Stati Uniti e del Canada, dove taluno, messo ai margini dalla mite congrega dei paesani, aveva trovato facile impiego nella Mano Nera, come manovale della minaccia o come vettore di colli scottanti e indicibili: là mio nonno aveva trovato un lavoro di manovale nelle erigende linee ferrate ad Oswego, sull’Ontario, godendo della compagnia d’altri paesani.

Era là, intendeva persuadere il figlio la donna, in un attimo forse godendo di quella illusione, nel dolore asciutto della distanza, col dito puntato dalla cima di Cucco, da Filione, verso il Capo, che il mare lambiva come in una cartolina illustrata, era là suo padre, “nella Merica piccola”, la vera America, delle città e della ricchezza, e sarebbe certamente tornato appena possibile, non importava se ricco e prospero, ma col vestito buono da galantomo e l’incedere da padrone del proprio, non più da mitateri, da mezzadro, oppure da uomo di fede e di speranza, lui che, giunto dal brefotrofio vicino al Monte di Pietà, non era più l’eterno orfano “con solo la Madonna per madre”, com’era solito ripeterci da infante quasi centenario.

Viveva, mio padre bambino, Luciano Attilio Sorbara, nell’insidioso sogno di un sogno, nel ricorrente incubo di un incubo, dentro un’assenza divenuta un’altra orfanezza senza i segni del lutto, da cui tentava di salvarsi, come avrebbe fatto in futuro da ragazzo cresciuto a dismisura, abile nuotatore nello Stretto, per avventura sorpreso dal crampo improvviso nella rema inavvertita ed inesorabile.

Ma da qui, ragionava a voce alta il bambino, andare dal padre, vederlo, parlarci, passeggiare attaccato alla sua mano, da questo luogo di collina tra Filione e Pizzo Cucco, oltre il vallone e la fiumara, Pestarrivo, Rina, Fiumara d’Agrò, passando menzi menzi, in mezzo alle campagne, scansando veloce ogni viottolo sentiero mulattiera, così raggiungere la “Merica piccola” sarebbe stato un gioco facile facile, una camminata da ragazzo scaltro, dalle gambe lunghe e forti, un’avventura appena fuori di casa.

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LA CASA DELLO  ZORIO

Coltivo sempre i segni del disastro. E qui ci sono arrivato di corsa, come nei vent’anni di vent’anni fa, spedito, tutto d’un fiato correndo in salita per Via Ripida e Via Giordano Bruno, scartando i sassi sconnessi dell’acciottolato e quanto di urticante possa nascondersi tra le erbe spontanee di viuzze sempre meno battute, su, di corsa, fino all’icona in pietra cimino di Sant’Antonio Abate, dove facevano tanto curtigghio all’ombra.

Ci sono tutti, i segni, qui allo Zorio: le case si sono svuotate nel tempo. Tutto è ruzzolato giù verso la marina, da Rina fino alla fiumara. Come un sasso che staccandosi e cadendo tira via il successivo e uno dopo l’altro fanno valanga, il quartiere, come il resto del paese, è rimasto una roccia polverosa e nuda.
Oggi ci arrivo con il mio disastro. Le case sono vuote ed anche la mia casa è vuota. Sia quella in cima al vicolo, di fronte al vecchio calvario, la casa dei miei, di mio padre da ragazzo e poi da vecchio, dei Sorbara, sia la mia casa dentro, inabitata forse da sempre, con fantasmi transitori a illuderla di essere davvero una casa.

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SAPERE DI GIOVANNI
Qui siamo salvi, i vivi e i morti, per un quasi. Ciascuno sa dell’altro, vivente o di alcune generazioni precedenti, tantissimo, ma non tutto; sa soltanto quasi tutto. Così ogni umano qui trova un’inconsapevole salvezza dall’occhio e dal giudizio altrui in quel“quasi”, che impedisce la perfezione della conoscenza totale, spietata, di esseri portati a realtà di natura.

Per anni mi sono permesso la consueta pennica nella sala da pranzo di casa Resta, dove rimanevo a lungo, nella frescura pomeridiana, sulla cassapanca dei corredi matrimoniali delle figlie rimaste nubili, le schette della famiglia. Facevo un po’di fatica ad addormentarmi, per la durezza del legno, così prima di appisolarmi restavo a fissare la stanza circonfusa da una penombra che lasciava intuire il terrazzo assolato. Sulle strette ante della vetrina si rifletteva la foto di un giovane dal volto ancora acerbo, i cui tratti delicati e quasi femminei non lasciavano intuire che fosse più che ventenne a quell’epoca, qualche mese prima della sua scomparsa.

Da un passato dal cielo grigio come le rocce calcaree delle Rocche, mio zio Giovanni Resta guardava la penombra di fine agosto, nello stanzone immutato nel tempo, la sala buonache chiamavamo il camerone. Il suo volto, rimasto quello di un ragazzo, per sempre giovane, tuttavia, come iniziavo a dubitare, chissà se davvero “caro agli dèi”.

In casa era sparita a prima vista ogni traccia della sua presenza, i suoi libri, i suoi appunti, i suoi esperimenti da studente di ingegneria elettrica, gli apparecchi radio che costruiva artigianalmente per farne dono alle amiche. Era pure sparito il fucile da caccia di mio nonno, l’oggetto ritenuto quasi reo dell’irreparabile avvenuto nella masseria di contrada Giovannella a Misitano; il coro greco del lutto era stabilito, poiché solo il destino era la causa del fatto, certo, solo un destino.

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NEL SOFFIO DELLA CITTA’

La città mi ha insegnato infinite paure / una folla una strada mi han fatto tremare / un pensiero talvolta – spiato su un viso”. Citare Pavese, come facevo un tempo, credo fosse assolutamente improprio, circa la mia esperienza della città, di una città in particolare. Eppure ci fu un tempo in cui credevo che quei versi rispecchiassero gli anni del mio arrivo.

L’avevo immaginata, dall’alto del Bastione del santo anacoreta (la piazza principale del paese dell’infanzia), come lo specchio luminoso dello Stretto, una Cariddi pacificata e quieta, illuminata da una vivacità gaudente e gentile. In effetti la città, la sua gente, tutto appariva confermare quella mia aspettativa; eppure, i versi di Pavese imponevano un lato d’ombra alla luce in cui vivevamo, o ne sorgevano irrimediabilmente; o, ancora, più verosimilmente, con quel “la città mi ha insegnato” ponevano al centro del mio sguardo la città e quanto essa avesse da dirmi. La città aveva tanto da dire a ciascuno di noi, e la sua essenza vera era nel ciuscio che vi circolava, non in una comune brezza, ma in un continuo soffio, da organismo dotato di respiro vitale, dai due mari, dalle due terre, dalle colline e dalle erte, dai valloni e dai dirupi, dalle armacìe e dai sentieri, un soffio che la pervadeva tra le vie squadrate e larghe, figlie del lontano sisma, e che la animava rinfrescando o sferzando i volti secondo la stagione.

L’avevo intravista, la città, superato il capo di Alì, per la prima volta dall’alto del camion OM di  Pietro Chillemi da Fadarechi con cui traslocavamo e non dal fondo della berlina di mio padre; sullo sfondo del paesaggio – ora aperto al mondo, ora ristretto ad abbraccio – tutto lasciava immaginare che ci fosse un ulteriore paesaggio aperto alla visione; in effetti, volevo sempre vederci dell’altro, in un luogo, oltre il luogo.

Una volta ambientatomi, la città e il suo soffio divennero una continua scoperta. Certo, sopravvivevo malamente alle “tavole dei nessi” che imperavano nell’istituzione che ancora recava il fregio Regio Ginnasio Liceo; ma, specialmente, rassicurando formalmente mio padre che mi raccomandava “Pietro, mettiti sotto”, stavo sempre un po’ sopra, sopra, a respirare e a farmi godere quel ciuscio, quel soffio di vita inesplorata.

Esso recava buone nuove e conteneva un mondo. Era lo stesso soffio, accennato o trasformato in vento insistente, che si poteva cogliere restando negli immediati dintorni, tra le case intorno ai laghi e i giardini di limoni verso Briga e l’intera riviera ionica.

Dopo un primo periodo di sbandamento, infatti, ne fui coinvolto, in vagabondaggi spacciati per passeggiate. Fossi solo o in compagnia, dovevo attraversare la città dentro quel soffio, e girarla in tutte le direzioni, salire a piedi ai forti o al castello dei giganti, passare nei borghi dei Saddei, dei Catalani o dei Veneziani, degli orafi e degli spadari, nel soffio continuo che la attraversava, assaporarlo in faccia intriso di odor salso e di nepitella dei colli.

A un certo punto mi resi conto, o, meglio, sentii che quel soffio, quel ciuscio, non era sufficiente, con gli odori, i profumi, le spore, le essenze che portava attraversando lo Stretto. Piuttosto, avrei dovuto riempirlo di qualcosa che ne confermasse la virtù, come l’oliva di sarmura in certi piatti, l’oliva che in collina spesso diveniva l’unico companatico, col pane caldo e il vino spillato. Io, dentro al ciuscio della città, scelsi la voce dei poeti a frequente companatico del soffio.

Aveva voglia un amico di mio padre, Filippo Gualtieri, che incrociavo sempre in via Dogali – dove alloggiava in una pensione, già casa chiusa, ospite vitalizio della titolare – a richiamarmi alla realtà con una tiritera d’origine catanese (“Pietro non tirare pietre etc. etc.”), vedendomi svagato e come sospinto da un niente.

Oggi parrebbe qualcosa di impensabile, straordinario, eppure allora in periodi miti e tiepidi la città diventava una sorta di capitale cosmopolita della poesia; il Vann’Antò, all’apparenza paludato premio ospite delle sedi universitarie, era tuttavia l’occasione del miracoloso passaggio del mite stato maggiore della poesia. Scoprii, poi, che ci erano passati parecchi dei poeti che avrei letto, e che lo stesso premio brillava in una virtuosa competizione con l’Etna-Taormina dove, più o meno un decennio prima, erano stati protagonisti Dylan Thomas e Vladimir Holan… Non avevo parole man mano che apprendevo, spinto dal soffio della città, la sorpresa di una comunità fondata sulla parola, su un ciuscio che si faceva musica.

Sedevo spesso, come altri ragazzi, alla base dei monumenti, in particolare in centro, sotto il Don Giovanni d’Austria, il Gran Bastardo di Carlo V, ad adocchiare di traverso i bronzi con le varie fasi della battaglia di Lepanto, dove le navi variavano di posizione come note musicali sullo spartito della Storia, ora fissata nel soffio dello Stretto.

Una sera, ancora chiara, – avevo in mano il Malte Laurids Brigge, e centellinavo la lettura guardando la gente che passava davanti ai Catalani – al monumento s’avvicinarono due signori, assai distinti, come avrebbe detto mio padre. Non mi era distinguibile la loro età: gli adulti sembravano tutti ad un’altezza indistinguibile e irraggiungibile.

Eppure i due signori avevano una conversazione che stava bene dentro il soffio della città, raggiungendo subito la mia fame di parola. Quello, apparentemente più anziano, stempiato, con la pipa, i baffi quasi a mostacci e le basette ottocentesche, narrava della statua, delle lastre bronzee relative all’antica battaglia e di ciò che era un tempo la città, all’altro, fascinoso, dal pallore nordico, con la barba e i lunghi capelli candidi.

Qualche sera dopo, non ricordo in quale aula dell’università, mi ritrovai ad assistere alla premiazione del Vann’Antò. Scoprii che in fondo il soffio della città era stato capace di fissarmi dinanzi, per pochi attimi, le figure di Bartolo Cattafi e Giovanni Raboni.

Anni dopo, incontrando il poeta dalla barba candida, tramite un amico, al nord, non osai fargli menzione di quell’episodio, né di un ragazzo di sedici anni che leggeva Rilke sotto la memoria bronzea di Lepanto. Mi limitai solo a sentirlo evocare con emozione la presenza dell’amico siciliano. E ricordai solo, a me stesso, di averli seguiti con l’occhio, mentre si allontanavano verso il Duomo, contro il soffio che veniva giù dai colli.

Era lo stesso soffio che poteva spingermi a chiedermi cosa ci fosse oltre la stazione marittima e al di là della falce del porto. E questo fu il guaio, come dovetti poi ammettere, portato, dall’inganno del soffio, a ritrovarmi a vivere poi in tutt’altre contrade.

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