Esperienza della poesia/2

(Rielaboro alcune risposte fornite ad un questionario di un sito di poesia- EDL)
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La scommessa della “poesia”, oggi, in Italia. Nonostante si limiti a vendite irrisorie, essa rappresenta sicuramente la parte più viva, vivace, ricca di presenze, fertile di intuizioni, della letteratura contemporanea: ciò, malgrado la perdita di nomi come Raboni, Luzi, Sanguineti, Zanzotto, Giudici; in ogni caso, sia dal punto di vista simbolico che materiale, credo che l’assassinio di Pasolini abbia rappresentato la cancellazione in Italia del poeta come figura pubblica, del suo ruolo “sociale”.
Gli autori di poesia, che abbiano maturato tale consapevolezza, rischiano di vivere uno stato di costante frustrazione, per il sostanziale misconoscimento della loro attività creatrice di realtà, di nuove aggiunte di senso inedito alla realtà…
Certo, coi nuovi strumenti, forniti dal web, mi pare che le possibilità di diffusione/comunicazione si amplino; tuttavia, con l’inevitabile avvertenza di una scarsa capacità selettiva da parte del lettore e di uno scarso senso dei propri limiti da parte di ciascun autore…

Sul punto ho maturato progressivamente un’idea-base: si è poeti in quanto c’è un grumo di parola necessaria da pronunciare, volta ad arricchire di nuovo senso il mondo, a ridare ad esso un senso ed un’unità originaria, a prescindere poi dalle possibilità reali di pubblicazione. Se poi si pubblica, per dirla con un detto siciliano, è “zucchero che non guasta bevanda”.
In qualche modo tener conto di quanto scriveva Sereni, in una delle sue essenziali prose: “lasciare che la parola scritta parli da sé, posto che ne abbia la forza”.
Aggiungerei anche: una poesia/parola scritta che sia sempre meno distante dall’oralità che ne è la scaturigine comunitaria (significativamente Lello Voce parla di “esilio dalla voce” per molta nostra poesia contemporanea), che non tema la contaminazione tra generi (poesia e musica, poesia e pittura, poesia e teatro), malgrado i rischi di operazioni pasticciate.
La tendenza alla fissazione di un canone è inevitabile, ma irrealistica. Visto il carattere multiforme del panorama poetico nel medesimo periodo storico credo che sconti un normativismo dannoso e poco fedele. Se prendiamo il Novecento, non mi pare che Cacciatore, Emilio Villa, Scialoia, Cristina Campo, Amelia Rosselli o Cattafi, solo a titolo esemplificativo, possano farsi rientrare nel canone, eppure c’è in essi la capacità di una “diversa” fedeltà alla tradizione che li rende unici, in cui le regole date sono rivoluzionate, in un irrituale ed “eversivo” rispetto (penso anche ai sonetti di Zanzotto o di Raboni).
“Il cittadino può essere democratico, il poeta non può che essere aristocratico”, mi piacerebbe condividere pienamente Mallarmé. Certo è un’espressione datata, ma forse c’è un fondo di verità. Oggi, ripeto, il ruolo sociale del poeta è sostanzialmente nullo: credo che il dualismo di Mallarmé debba essere declinato col fine di riconquistare spazi alla capacità di trascendere, di formulare nuove ed inedite aggiunte all’immaginario sociale, avendo la forza, in primis linguistica, di comunicare una realtà apparentemente non-comunicabile. La responsabilità fondamentale è quella di dire ciò, che con onestà intellettuale, si ritiene “necessario”, fondamentale, irrinunciabile.

Ciò comporta una certa “trance” creativa, che nasce anche da una lunga consuetudine con la parola, un’esperienza del mondo attraverso il linguaggio, una sorta di ascesi intramondana, che ha qualcosa in comune con l’anacoretismo classico, a prescindere da aspetti confessionali.
Danilo Kis parla del poeta come di uno gnostico-manicheo, che di fronte al caos del mondo nella sua caduta, intende ribadirne/ricostituirne l’unità originaria.
Una poesia che, a partire da dati apparentemente memoriali, archetipici, paesaggistici, storici, etc., in realtà “morda il futuro”, mettendo ordine nella caotica materia del mondo e dell’esistenza, attraverso la capacità di canto che ogni voce possiede. A tal proposito, mi ha sempre affascinato nel parlato siciliano il termine “scantu”, sinonimo di timore, terrore, ma anche, di “ammutolimento” e, per converso, il “canto” quale implicito sinonimo di coraggio dello stare al mondo. Ecco, in quest’epoca “scantata”, ammutolita di fronte al dominio dell’immagine vuota, il coraggio della poesia è quello di affermare una parola irrinunciabile, di autenticità dell’umano.
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Una precedente riflessione sull’argomento: “L’esperienza della poesia”

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