otto suffragi del bianco

***
sembra che a notte appaiano colori
incogniti dal bianco dei lenzuoli,
dalle camicie dei padri appese all’aria,
con mollettoni ai dolori quotidiani,
lavate con la cenere e la sabbia,
sbiancate col limone dopo allappi
alle bocche delle insalate forti
del bianco callo in aceto e pepe rosso…

***
c’è costanza negli esseri del mondo:
in questo mondo il lino alla fontana
merita polso forte nel pestarlo,
qui, sotto i gelsi neri e il rossomora,
ci siamo chiesti dell’origine dell’acqua –
forse tutto il paese una sorgente,
come certezza del grigio,
nascituro acciottolato…

***
all’apparenza, quella della morte
detta in vacanza, si sventolano dai fili
lunghi cotoni, partecipi dell’incarnato
che vuole cipria e lavanda, e vuole il vino,
ma quello buono, che fa sangue…
e poi diviene il bianco nascosto
di piante varie della macchia, un altro
verde apparire, e cieco al cielo dell’alba
incolore e tutta da colmare dei nostri riaccesi
segni, sensi, precipitosi indizi di vita…

***
nel rossore dell’alba discreta
e poi potente, il bianco di padri e madri,
le bianche vesti, la camicia delle anime
sorprese, mutagnolo sentore di nuove voci,
ci sono croci argentate da intravedere –
ci sono serri da attraversare rossi
in volto, cantilenando mali e buone erbe,
da un vento tutto dalle case, augurali…

***
prego, non ci si parli della bianca
carta-campagna e della nera semenza,
nera traccia spermatica di notte,
forse notte di storia, sicuramente non luce
avanzante, ma che è vera tutta, nell’orto
della zia, vicino, e nel primissimo iota rosso
dell’alba fissata – l’oro dello squarcio marino
a quell’ora al comando dell’occhio,
luminescente dosso del primo mattino

***
sono reali gli esseri assopiti
in penniche profonde come grigi
mausolei di roccia calcarea,
pronta a disfarsi in bianco
latte-calce per case avìte –
e ci sono rossori elementari
avanti agli esseri, di carne,
e di verde vincente sul sereno,
e con segni indelebili, cicatrici
delle more e dell’uva sulle braccia,
a regolare l’incedere notturno

***
un inchiostro non nostro, ma di sangue
atavico, a fugare oppure vincere
il grappolo di nulla-notte-buio
che la zia centenaria temeva, bramando
sempre quel – di prima luce – sì, quel primo chiarore
ancora bianco bianco, e rosso appena poi, e giallo oro
come una lampa d’olio ai morti-dèi delle famiglie
nelle case in penombra perlustrate

***
o come si affacci il viola di un sudario
a statue, e si rinvenga luce a poco a poco
ai sottopassi, gallerie per acque conosciute,
da cavi interni per le forme di capra,
dal sale che è vittoria vitale e salva il mare
nemico e lontano, notissimo allo sguardo
ed alla mano intenta, di vedetta, dall’alto,
il bianco estivo che s’arrotola oltre i polsi

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