Pubblicato da: enrico de lea | febbraio 26, 2012

Rilettura del “Magnificat” (Luca 1, 46-55) – di Giovanni Raboni

(dalla rivista “FOGLI -Informazioni dell’Associazione Biblioteca Salita dei Frati – Lugano” – n.24 . aprile 2003)

http://www.fogli.ch

Nell’ambito degli abituali cicli di letture bibliche organizzate in biblioteca, il 5 novembre 2002 è intervenuto il poeta milanese Giovanni Raboni con una sua testimonianza, conclusa con la lettura di un’inedita riscrittura della pagina evangelica.

(…)

Magnificat te, Domine – ti esalta
l’anima mia, Signore,
e in te che sei la mia salvezza
si rallegra il mio cuore

perché sul niente che era la tua serva
hai posato lo sguardo
e ogni generazione che verrà
mi chiamerà beata.

Lui che è potente, lui che santo ha il nome
e diffonde la sua misericordia
di generazione in generazione
su quanti ne patiscono terrore
ha fatto per me grandi cose

e ha usato la potenza del suo braccio
per sventare le mire dei superbi
e cacciare dal trono gli arroganti
e sollevare i deboli

e ha colmato di cibi e di bevande
chi aveva fame e sete
e lasciato che i ricchi
andassero via a mani vuote

e ha soccorso Israele, sua creatura,
secondo la promessa
anticamente fatta ai nostri padri
d’avere in eterno pietà
della stirpe d’Abramo.

***
Come tutti i momenti nevralgici (ma quali non lo sono?) del racconto evangelico, anche Luca 1, 46-55 sembra riprodurre in un minimo spazio l’intero arco semantico della grande partitura cui appartiene. Questione, si può supporre, di struttura molecolare, identica nel frammento e nell’insieme: cioè, in altre parole, del sistema di echi interni, di assonanze profonde che fa di ciascuno dei Vangeli – come, del resto,di ogni autentico capolavoro letterario, non importa se e fino a che punto “progettato” per essere tale – un organismo in cui tutto si tiene e si risponde, in cui ogni parte riecheggia e “miniaturizza” il tutto. Cosa può fare un povero artigiano della parola di fronte a tanta perfezione? Il primo impulso è quello della riscrittura; ripetere, ripronunciare ciò che è di per sé irripetibile e forse impronunciabile.
(GIOVANNI RABONI)

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