Pubblicato da: enrico de lea | luglio 17, 2011

Maria Grazia Calandrone sul Manifesto del 13.7

Nella poesia un alveare di ultrasuoni per tessere la rete della società
È nei versi che si forma quel tessuto di senso senza il quale rimarrebbe solo la scorza del mondo. Riflessioni a margine del dibattito in corso sul rapporto tra poeti e mercato.

Eccomi a ringraziare, da invisibile tra gli invisibili, Paolo Di Stefano e Andrea Cortellessa per i due importanti articoli sulla poesia che sono apparsi sul «Corriere della Sera» di domenica 10 e di lunedì 11 luglio scorsi. Il primo indagava l’evoluzione delle trame sommerse tra editoria e poesia e il secondo, proseguendo il pensiero esposto sul manifesto intorno ai poeti che nel maggio scorso misero provocatoriamente all’asta i proprio ultrainutili manoscritti in favore della cultura a L’Aquila, incoraggia a considerare la valenza conoscitiva della poesia citando le competenze collaterali di certi poeti e nominando finalmente una donna, Antonella Anedda.
Notavo infatti come Di Stefano avesse omesso integralmente la poesia femminile (probabilmente a causa dell’assenza di legami tra poetesse e «potere» editoriale), avvalendosi della sola Alda Merini per sostenere che la biografia del dolore della poetessa avrebbe reso indulgenti i lettori intorno alla debolezza di certi suoi versi. Non possiamo non essere d’accordo: Alda Merini, da un certo punto in avanti, prescindeva quasi dalla propria poesia, poiché incarnava, con l’intero suo corpo esposto, un archetipo della immaginazione occidentale, la invasata e santa fusione di scrittura e vita, insieme a quella tra la carne e lo spirito e addirittura tra la società dello spettacolo e lo spirito, ironica come fu nell’esporre le proprie nude e vive carni all’obiettivo di macchine fotografiche chissà quanto a loro volta innocenti. Ostentazione della carne che, agita da una poetessa avanti con gli anni, smentiva con coraggio e autoironia le rigidissime normative di rimozione dei segni annunciatori della morte proprie della società dello spettacolo. Inoltre, sapevamo tutti che le carni della Merini erano anche portatrici delle stimmate invisibili degli elettroshock. Dunque il gesto di Alda Merini fu un gesto politico.
Viene allora da chiedersi perché una biografia simile, per quantità di dolore e di umiliazioni comminate quale cura feroce del dolore (gli elettroshock), e già politicamente implicata come quella di Amelia Rosselli (figlia, lo ricordiamo, di Carlo Rosselli, assassinato in Francia con il fratello da mano fascista), non sia entrata nella poesia della sua autrice se non esposta da una lingua così personale da essere universale: Rosselli pose in opera una nuova lingua di tutti, il fondamento della lingua poetica delle generazioni future, ma tenne un atteggiamento completamente diverso nei confronti del proprio stato biografico, riversandolo tutto nella parola: tutto il trauma, lo slittamento delle piastre di una monumentale geologia privata di realtà e ossessione, si sono fatte la sua lingua fastosa, fastidiosa e piena di improvvise grida sentimentali, oscene e buffe, incespicanti nella inedita ghiaietta del lapsus, di una feroce richiesta d’amore sbattuta come uno straccio bagnato sulla faccia di chi la legge. Altrove, in altre incaute sterzate di Rosselli, siamo lambiti dalla lingua in fiamme di un insetto osceno.
La risposta a questa differenza di atteggiamento credo si possa individuare nella riflessione che segue: Alda Merini volle gettare il proprio corpo al macero per ribellione alla rimozione operata sul suo corpo dalla psichiatria: avete visto tutti come i corpi degli internati siano corpi disabitati, in cupo abbandono, e dunque la poetessa, giunta ad avere un’autorevolezza grazie al proprio lavoro, volle dar voce all’ormai quieto rogo del suo corpo. Il suo fu un raddoppiamento del gesto poetico, poiché fare poesia è già di per sé un’azione politica, proprio per l’emarginazione dal mercato che hanno evidenziato Di Stefano e Cortellessa, emarginazione tanto più evidente quanto più la cultura degli ultimi vent’anni ha formato l’immaginario visivo bidimensionale delle nuove generazioni, ove i genitori non abbiano tenuta alta la guardia a difendere le altre forme reali, ovvero tridimensionali, della comunicazione. Progresso è evolvere, non sostituire: una piatta immagine in movimento passivo non è una evoluzione della parola.
Dunque io auspico la convivenza parallela delle forme della comunicazione contemporanea, ben sapendo che la poesia è un profilo biologico e dunque ai poeti sarà inevitabile continuare a essere la rete parlante, invisibile e operosissima della società, l’alveare di ultrasuoni dove si tesse quel tessuto di senso senza il quale rimarrebbe soltanto la scorza del mondo, smembrata e priva di legamenti, perché la poesia serve a ricordarci – quando è altissima: a dimostrarci – che siamo tutti la stessa persona.
Il fondamento del fare poesia è una compassione etimologica e primaria, ovvero la identificazione con il bene e il male dell’altro. Come nelle esperienze di premorte: i premorti, tornati alla vita, raccontano che, nel rivivere le scene della propria vita, hanno sentito i sentimenti di tutti i presenti, il bene che hanno dato e il dolore con il quale hanno offeso quando sono stati vivi.
Così il poeta, ove la sua non sia «letteratura», formalismo, guscio sonante del suo solo ego. La poesia non è un’attività letteraria, è una evoluzione dell’io, una sua attività di estroversione, una radicale dimenticanza. Ebbene, credo che mai come oggi questa sia una faccenda memorabile, una dichiarazione di resistenza e, parafrasando Fenoglio, una questione pubblica.

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