Pubblicato da: enrico de lea | novembre 16, 2010

La nota critica di Rosa Pierno – Premio di poesia “Lorenzo Montano 2010”- Verona (finalista)

Enrico De Lea “Ruderi del Tauro” L’arcolaio Edizioni, 2009***

Pare, leggendo la raccolta di Enrico De Lea, “Ruderi del Tauro”, di sentire sulla pelle il meriggio opprimente e arso di una campagna senza vento, in quelle ore lunghissime in cui il tempo si dilata fino a divenire un miraggio e le cose, perdendo il senso della contingenza, risultano irrorate dalla passione del percipiente che associa a ogni sostantivo un inatteso attributo volto a frantumare tale compatta ambientazione per innestarla con un’atavica memoria: “ Passio omiletica della cava / virtù, porge l’uovo della diruta / casa, passato l’oltre del padre / innervato, nell’asse del ciliegio”. In questo intarsio continuamente movimentato, nessuna parola ristagna o s’indurisce, ma immediatamente cede il passo a quella che segue, pur se semanticamente distante. Se “nominare è morte e polvere”, pure parlare è sponda, è muro che si erge. Un continuo costruire e decostruire con le parole la propria visione morale. In una farandola di specchi che si frantumano e si ricompongono, variando continuamente il paesaggio contro cui s’inscena il soggetto, scopriamo che il ricordo risale dalla materia stessa, che è quello dell’intera umanità: è questo che crea l’alternanza della voci, il dialogo fra cultura e natura: “Avvalla nelle gole / il fuoco dei verbaschi / la dismisura dei morti”. Inevitabile sarà, allora, anche la sovrapposizione fra natura e corpo. Sarà come chiudere un cerchio per la religiosa lettura che, appunto, prefigura una saldatura tra la natura umana e tutti gli altri elementi: “l’albero / dei mortali figurò la croce / al volto arso del morente, / quale eccessiva traccia del paesaggio”. Ecco, dunque, che la ricomposizione è stata raggiunta: che ogni cosa appare segno di qualcosa d’inesprimibile. Che se il linguaggio può solo mostrare è fra le sue pieghe che bisogna cercare. Una poesia densissima e barocca, nonostante la propria scabra e spigolosa apparenza.

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