Pubblicato da: enrico de lea | febbraio 28, 2010

cinque frottole

(frottola del cainita)

Se intravedo la luna ed il castello,

ricordo pure il luogo del coltello.

Lo gettai tra roccia e spino, senza cura:

dopo il sangue ed i gridi c’è premura

di cancellare ogni traccia di ferita

e girare un nuovo foglio della vita.

E’ un libro chiuso la casa nella piazza –

del mio nemico cancellai la razza:

ora, a chi passa innanzi, tutto tace

su quella sera da bestia rapace.

Più non ricordo per cosa alzai la mano

e la premetti con la lama da lontano

sul padre, sulla madre e sulla figlia,

purgando il borgo da quella famiglia.

Ora ritorno, con l’accento straniero,

e ritrovo il paese vuoto e nero:

se ne parlò, nel bar, di quel delitto,

ora è silenzio, anzi, il locale è sfitto.

***

(frottola di don Juan)

E’ la freddezza delle antiche amanti
un corpo d’arenaria allo scirocco.

Mi limito a scostare i grani tra la barba
che il vento infuria al viso, scosto

pure l’aria dal bronzo delle lastre:
vinsi battaglie e guerre e mi riposo

guardando il mare – sapevo navigare
tra carne e nulla, sapevo che davanti

c’era il faro, il dio benedicente il porto,
ora un lago di ferro rugginoso e chiuso.

***

(frottola del non più)

S’attiene, ripetendosi, al fiore di quel niente
che fu infanzia gemito ferita,
proclama-invoca un’altra non più vita,
sed rimasuglio di memoria, sprazzi
e morti creduti ancora in giro nel paese…
Cerca, s’aggrappa a un motto dell’inizio,
all’amen incipitario alle sue passioni giovani,
umane, eppure febbri insane al censo
di famiglia, un no che salvi
dagli agguati finali di un qualche dio demente…
Ascoltavo ed ascolto e sono il legno
capace d’affondare col carico pesante,
liberazione alle acque delle madri.

***

(eterna frottola, un po’ mortale, del restare in piedi e dello star seduti)

Sempre, in fondo, il conflitto che si svela
è tra il seduto e chi, in piedi, anela

a un posto in cui a riposo stia la schiena,
avendo, innanzi, più calma per la scena

del mondo da godere, da osservare
non limitandosi ritto ad invidiare

chi in sala già per tempo s’è seduto,
chi del suo culo svelto è compiaciuto.

– Seduto è – dicevano gli anziani
significando il comodo domani

già anticipato nell’attimo presente
anche al più fesso, al più buonaniente…

***

(novella frottola dello stress e dell’asceta in ozio)

Gnostico fui, campai nella Tebaide,
finchè non diedi spazio a certe laide

supposizioni sopra il mondo attivo,
non domino, ne fui anzi captivo.

Sicché partii di là, dalle mie Rocche –
ora in auto in coda alle mie nocche

tamburellanti il vetro non risponde,
nè la gazza al tamburo sulle sponde,

nè le dita sul banco e sul bicchiere.
Ebbi a fuggire, pensa, solo per vedere…

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