Sapere di Giovanni

Qui siamo salvi, i vivi e i morti, per un quasi. Ciascuno sa dell’altro, vivente o di alcune generazioni precedenti, tantissimo, ma non tutto; sa soltanto quasi tutto. Così ogni umano qui trova un’inconsapevole salvezza dall’occhio e dal giudizio altrui in quel “quasi”, che impedisce la perfezione della conoscenza totale, spietata, di esseri portati a realtà di natura.

Per anni mi sono permesso la consueta pennica nella sala da pranzo di casa Resta, dove rimanevo a lungo, nella frescura pomeridiana, sulla cassapanca dei corredi matrimoniali delle figlie rimaste nubili, le schette della famiglia. Facevo un po’di fatica ad addormentarmi, per la durezza del legno, così prima di appisolarmi restavo a fissare la stanza circonfusa da una penombra che lasciava intuire il terrazzo assolato. Sulle strette ante della vetrina si rifletteva la foto di un giovane dal volto ancora acerbo, i cui tratti delicati e quasi femminei non lasciavano intuire che fosse più che ventenne a quell’epoca, qualche mese prima della sua scomparsa.

Da un passato dal cielo grigio come le rocce calcaree delle Rocche, mio zio Giovanni Resta guardava la penombra di fine agosto, nello stanzone immutato nel tempo, la sala buona che chiamavamo il camerone. Il suo volto, rimasto quello di un ragazzo, per sempre giovane, tuttavia, come iniziavo a dubitare, chissà se davvero “caro agli dèi”.

In casa era sparita a prima vista ogni traccia della sua presenza, i suoi libri, i suoi appunti, i suoi esperimenti da studente di ingegneria elettrica, gli apparecchi radio che costruiva artigianalmente per farne dono alle amiche. Era pure sparito il fucile da caccia di mio nonno, l’oggetto ritenuto quasi reo dell’irreparabile avvenuto nella masseria di contrada Giovannella a Misitano; il coro greco del lutto era stabilito, poiché solo il destino era la causa del fatto, certo, solo un destino.

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