Pubblicato da: enrico de lea | luglio 29, 2009

lumina et semina (in valle d’Agrò)

SANY1360

Lumina et semina (in valle d’Agrò) – poemetto inedito 2007-2008

1.
Quarantena delle madri,
l’impastata notte di carbone e latte,
dietro il Coro, intorno alla fontana
delle mormoranti nostre brocche,
si tace del ritorno dell’acqua
a Selino, dopo anni di secca,
per la prossima festa, per la
devozione dell’urna al plenilunio.
Indugiare, sorelle, ave, nella conta dei morti,
pienamente parlare ed affidare
alla pazienza solare dei terrazzi,
è argento che il vivente strania, una fuga
ed un fiato montano improvviso.

2.
Ancora, una prece per mio padre,
ma l’assenza ha partorito ricche
le sofferenze del nostro canto, ma la presenza
ha avuto un cardine raccolto e una compresenza
abbiamo percepito, non un consumo
del tempo da bestie ruminanti, non
una voce che si sia perduta nella fuga.
Costanza del paesaggio, da Ciappazzi,
ove i morti hanno la luce ultima e aurorale,
e il fiume reca una sinuosa, femminile
grazia della fertilità, ma uccide nel corpo
i portatori, salvi per un giunco, un olivastro.
Dalle piene non una salvezza, ma un rifiuto,
e una perdita è la volontà d’ognuno.
Dove la storia non sia mai rinascita.

3.
Ci si conosce per un nome oscuro nella comunità,
un soprannome preso da una storpia andatura
o da un dileggio di parente odioso, per le madri
resta un affare di secoli passati ed a venire.

4.
Dalla vista della Montagna, ove la vigna ha avuto
un rapido espianto dall’erede esattore,
dalla Traversa dell’avo morto in febbraio
con l’amore del sole declinante nello sguardo,
fuggono ancora i muli e danno allarmi
di morte del freddo beato dei vecchi
alla luce lunare, il sangiuseppe del padre
alla madre del libro della tela.

5.
Fondato sullo storto, farnetico angolo del labbro,
si consegna al passo memore,
al cotto, al nero lavico ed all’arenaria,
spiega nell’estensione del percorso
dalla badia all’orto i lumi come
dispositivi, neri e gaudiosi lumi in valle.
Ma rappresaglia costante al papavero onesto,
ma assedio infinito ed al finito un empio
frutto della morente, della sorgente…

6.
Arrivarci, ai luoghi, e nel cavo una segreta
notizia – la fiera del desiderio d’alba,
anno per anno, con un foro al ciottolo
delle fondamenta, all’orazione un espianto
dell’arma dei monaci estinti, da Cesarea
al greto dei capri e degli ulivi.

7.
Vuoti come ombre, eppure sono
carne che vocifera, corpi di donna o d’uomo
con ogni alibi morale, cogli umori animali.
Per la semente, per la testimonianza
assente – il passo del dominio sui dirupi.

8.
Come una moneta di antico conio
che risuona a terra, nel distico
di un interstizio e lungo il tempo – nel tempio
sconsacrato d’ogni vicolo, senza
che un ciottolo leso e levigato possa
darsi pena della sottostante scure.

9.
L’ascensione dei morti lo affatica,
pavidi santi esausti scosta
dalla vista, allontana – questo drappello
fedele che è la vigna, dopo gli anni
tra i carruggi, le nebbie, i laghi crespi:
elevarsi e a sostegno il mandorlo
il ciliegio il noce a fuoco, col vicino
che devasta anni e zolle, con un volto
d’adulterio che lo fonda.

10.
Ancora i padri, ad accusarci.
Nel numero, nel nome,
nel novero degli anni.
Accusare, dovuto e meritato,
calpestare nel terriccio i favi
col miele fatuo, con l’eterna
diva del fausto falso.
Mercatura del belletto e dell’effetto…

11.
Con la costante abrasione
dei nomi sulle lapidi
procedono inermi al consumo dei giorni.
Giungono in settentrione voci sul paese
abbandonato a pochi vecchi senza ascolto,
ad altri che, irridenti e leggeri lupi,
ne sbranano le miserie, gonfiano e succhiano
la santa minna d’ostentato spreco.
Arriveremo ancora nell’umido dei solai, nelle cantine
ricolme – fuori dall’ingresso ci accucceremo
come cani pazienti, fiduciosi
nel ritorno del padrone e signore della casa.

12.
Dal passo della Granciara,
utero secco, pietra guanciale dei parti infimi.
In tre, questuanti una veglia
sul passato ed in cerca di cave,
di fornaci, di acciottolati miracolosi nella loro persistenza.

13.
In agguato un paternoster sulle labbra,
dalla visione ad oriente
dei santi taumaturghi nel settembre,
dal lazzaretto e dalla pieve
del santo seppellito.
Affidare al mare, senza un nome,
le ombre temibili del sonno,
invocando protezione, madre nera,
all’abbraccio dell’alba.

14.
Tentare l’ascensione
tra i sentieri invasi dalla storia,
dalle siepi di spine trionfanti.
Attrezzare non le mani,
ma il soffio con cui resisti
al sangue, ai graffi,
alle benvenute ferite.

15.
Con occhi ieri accecati
scoprire il verminaio
sotto il pietrame liscio, ora svelato.
Tutto, tutto sia capovolto
delle fatuità del solco seminale.
Tutto, tutto, il dio che vi persuade e tenta.

16.
Lo sguardo all’ava torna, alla madre
senza figlio. Caffè dell’alba e scongiuro
in faccia al mito che ignora,
sentire di una luce indivisa, piena.

17.
Nei volti si rivelano i volti
di madri e padri, ieri figli
alla fontana dietro il Coro.
Fateci ancora attingere, figli,
proteggeteci, in questo buio,
estinguete una sete
violenta di generazioni.

18.
Il fuoco dalla ferita
improvvisa del mare.
Trema la brocca del latte
sull’infante e sulle poche case.
E poi, dilavaci paternamente,
il mestruo del vallone
a liberarci da ogni colpa,
possessione della terra che abbranca.

19.
Neri suoni a costruire case,
dove l’acqua possiede il corso
dei corpi nell’agire. Nel mistero
della fondazione originaria,
dagli occhi verso oriente
l’ulivo con la vite ed ogni pietra
nell’utile erigersi.
Per vie d’acqua il legname
che tradimmo.

20.
Sabbia da costruzioni in cima,
tempio settembrino delle giovani carni,
le prime castagne con la banda.

21.
Con un sembiante di rappresaglia,
di volto morsicato, appeso, groppo
trattenuto da un sotterraneo immaginato
tra il portale barocco e la gobba eterna
delle colline dinanzi, ad un braccio dalle acque
della visione, è il sonno che precipita
nella coltre meridiana, il tessuto avìto
di calore, da telai nascosti, da richiami.

22.
Ah, segnature, lumi
della presenza, ai padri
in pura contraddizione d’eterni figli, nella valle
invochiamo un’assenza salvatrice
con una voce nascosta, incipitaria
d’una fine di roccia e di calcare.
Una minerale e silente accoglienza,
il tepore delle braccia che si ritrovano.
Il cunto e la canzone della febbre.

23.
Mater dolorosa e fiacca,
deipara la mole della madre,
la fata la velata la reina
del ciottolo valgo e d’un sabato tardivo.
Con la scienza capitaria del maggio
all’infanzia del vespero floreale
accadono la costanza dei gelsi
e una seta del ritorno in vita.

24.
Se mendicando il nome del padre
lo benedice, lo raccoglie e geme,
si chiede lungo un viottolo che i sassi
levigatezza assommino al muschio novello,
all’antico seme.

25.
Ascensione del santo solitario
come un padre che si slarga
e libera una luce, contenta
tra gli ulivi. Quanto al pietrame
intorno, chiedersi – puer aeternus –
della perfezionata permanenza
delle case, dei facitori antichi
dall’occhio saldo, dalla mano ferma.
Con un occaso nel restauro
dei segni, con un disegno blando
nella commorienza nostra.

26.
Una nudità inconsueta dei viventi
perviene negli anni al niente
di alcuni mistici. Negli anni
ed all’improvviso, con l’inaspettato
esplodere del vulcano.

27.
Lo zelo della genitura molesta
ci riaccoglie, calca
di demiurghi di nuove ombre,
di mercatanti di venti sterili.
Dall’assolato versante della collina,
una divinità gravida tace negli stasimi
della terra, Gurni Cristuri Briga,
con l’oblìo dell’ansia e del sudore,
senza attesa di frescura e di sostanza,
d’un olio che lenisca ogni freno,
d’una lampa che dia luce ai figli morti.

28.
In un’ascesi che non ha memoria, nulla
del deserto, ma una sorte di arenaria spenta,
col raccolto paterno, col racconto spezzato
in un’arabia di ruderi, nel greto
degli olivastri, nati a salvazione ed a sembianza,
in cima e col teatro celeste, ancora nulla.

29.
Lumi notturni come una corona
cimiteriale, col novembre che taglia
i volti a sera e al sole cuoce. D’una
vita da continuare, d’una pena
e d’una gioia tutta da celare
raccomandano i morti e tutti i vivi
che nessuno osa giudicare, assolti
come la piena dal dirupo.

30.
Ad una notte affida la luce, la voce,
alla morte della fatua vicenda, alla cenere.
Lazzaro della tela, da un maldestro
sonno della stirpe, rinviene un padre,
dall’intramata tessitura, siede e spezza
un pane caldo e versa l’olio dentro.
Tutta la perdita in un tepore di farina.

31.
Ancora un’ascesi del paterno
raccolto, in un’arabia di ruderi
solenni, manca l’abbraccio
che impasta ulivi ed uomini.
Senza che sia risorto il costruttore
del secco casamento, un nulla di pietre
nel greto delle piene, una consolazione
da olivastri, giganti pronti
a nessuna salvazione del morente.

32.
Qui non è segno raro, come
un destino che infine è tanta parte
che scusa, che una madre un padre
restino i vecchi orfani d’un figlio,
di giorno in giorno preso
da un oscuro fuoco e divorato.
In una casa vista dalle Rocche,
estraneità del tempo del cieco,
Biagia e Peppino sopravvissero a Giovanni.

33.
Nuove, forse nuove consolazioni di ciliegi a Mitta,
dai patronali fondi dei Puzzolo, dove l’acqua
riporta, rinascendo a dignità sorgìve.
Non ancora, non più
sapere del caruso e del calcio d’asino
sulla sventatezza accesa. Ci siamo –
è la frescura, l’aria ove
finito ed oltre ci rimbrottano.

34.
La nudità del piede, del calcagno vizzo non conosce
se non il masso, i suoi secchi licheni.
Da Cristuri alla Fornace, a Pragò
l’occhio raccoglie il manto
di cui artefice è il merlo, o la ciaula,
con il seme malfermo nel becco.
La quercia roverella, il bagolaro, invadono
tutte le armacie dell’uliveto ch’era un monte
e un mondo, andato in una fiamma
non di roveto ardente, ma di sperpero deserto.

35.
Lumi, segnali, segni, signature,
semi di luce, sementi del chiarore
illùne, un’assenza nel guscio,
nella vagina asciutta della terra,
insediamo per verba gli atti
dell’ostinazione della presenza vana, liberiamo
lo sguardo, ammutoliamo con i nostri morti.

36.
Remote piante dell’“a poco prezzo”
d’un velo che si squarcia, recante mercanzia
del rimpianto sgranato allo strapiombo
della Granciara, sempre un volto accompagna
ogni ritorno, un canto irriducibile al calcare
della cava obliata, dello scalpello smesso.
Un consenso di sguardi ci contorna
ed una lama bionda dall’oriente.
Ad un commiato prossimi nel vino
che riconsacra il sonno e nuove veglie.

37.
Una riduzione del vento
ad un respiro, ad un silente
bassocontinuo: un’ora piena
di vestigia innominate
s’appressa al sonno meridiano.
Rechiamo ai morti di Ciappazzi
non i fiori, ma le erbe delle alture,
nepitella ruta menta origano finocchio,
ad alleviare il peso del paesaggio.
Amici levano l’occhio ad un saluto –
uguali siamo un prodotto ed una merce.

38.
Nomi d’eremitaggi o di giudecche
abscondite, nomi di possidenze, un vuoto
d’aria nell’incendio, una ricchezza
di fuga nella brezza assicurata
lungo il vallone che porta a Rina.
Chiediamo lumi sul sentiero del pesce.

39.
L’anacoreta chiama tutti,
anche alla distrazione
degli averi, al tradimento
dell’ora presente. Ieri un padre
recita gratitudine del figlio
ritrovato nel ritorno: ieri, padre.
come una corona di sacro spino.

40.
Fontana ultima alla brocca e sorgente,
dove riappare il chiarore iniziale, da
insaccare per risarcire la fine del viaggio.
Aggiungono le madri altre parole,
note, nomi come cose, che premono
tra l’odore prossimo del forno, ostie
somministrate dalle donne,
da deglutire senza masticare
nel paese-altare antemarino.
Nomi da proferire come scale in pietra
che il piede nudo ascolta, divenuto
la leggerezza dell’infamia,
il segno del tradire degli eredi.

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Responses

  1. ciumbia

  2. mi sono piaciute immensamente!
    splendida raccolta.

  3. Splendide!

    Cosa rappresenta la foto? la volta di un santuario…?

    Ciao Enrico

    • si tratta della volta di una chiesa (SS. Pietro e Paolo d’Agrò)


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