(improvvisi dei morti, degli amati)

Conteggiamo i congedi
in rassegnata furia
in ostinata vestizione
in una persistente ragione
di muschio, alga di fiume,
perseverante lichene sulla tegola,
come orazione dell’ammutolito,
nascere o cessare l’infinito ciclo
nel medesimo fiato che disfece,
nel moto d’impazienza
dell’occhio che registra
il passato come un nulla che è stato.

Al dunque nero del mondo
cui s’impreca, con la pena
mai infera, ma in esso ben assisa
e, pure, solo nell’assenza da esso,
si ritorna alle madri, a quel tacere
cui si cela, alle ripetizioni
da scoperta o illusione, salvi
ad un resurrexit poco dopo le fonti,
destinate dalla speranza
al suo indecifrabile contrario: ci permane
accarezzata da soffi di parole
ogni fronte divenuta marmo, irresistibile
alla calce, alla cenere, alla polvere
d’una mano d’esordio che sospenda
il silenzio nella definizione
dell’acqua sorgiva, dell’alphaomega
che sia flusso eterno.

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