Pubblicato da: enrico de lea | novembre 28, 2008

Acque reali (da “Atelier” n.46/2007)

       “dies septimus nos ipsi erimus   (Agostino d’Ippona)

    

“E forse tutte le stagioni alzano a vessillo un nome,

     ma non hanno un senso”.           

                                                   (Emilio Villa)

                                                                 

                                                                           

                                                                           

 


          PRESTO ACCADE

Poiché non sanno

l’enigma del puro

proferire, del suo

freddo sentire di quell’anno,

presto accade

che l’arma del suo amare

s’arrenda, covi

ben due serpi di stile, in processione

luci dell’oscurato, da torrette.

 

                             


        ALBA

 

Con le solite sagome ad oriente,

ombre portatili all’occorrenza ostili,

questa mano non tesa e non più mozza.

 

 


          EX ORIENTE                        

 

Nel codice deperso del crinale

di levante erra,

verbo mercatorio e guerra, osteggia

altre sagome eremitiche, fedeltà

delle vigne al fodero corporeo.

All’abbeveratoio sosta, bestia

sul portale inviolato, il libeccio

nel sonno degli armenti.

 

                                     


                   DUE MARI

 

Infame dubbio del lanzatore[1]

se d’anima si tratti, con l’arma sbreccia

un vento d’acque, un coro inferno, quarto

di carne evaporato, stretto e sempre

tra feluca e luntro, lotta e tana

nella rema…

                           


          ATTESE LACUSTRI    

 

In essere la vacuità del volto,

il profilo narciso all’acquitrino,

gelata venatura contro il nero

e tramortito arido alle fonti.

Là, remigando placidi, le canne

scostano i rematori insonni,

appesi ad un’attesa di perenne

premonizione in mezzo ai fumi,

digiuni delle origini a un fortino.

 

                                     


IL VINO DEL DISTACCO

 

 

Il vino del distacco fluttua fatuo,

periplo delle coppe da falangi.

L’urna coi nomi amanti in una teca

assilla, obbedienza di torre

allo strapiombo, assisa scortica

le labbra di folate

ai rinforzi dell’erica e dell’alga.

 

                                     


ACQUE REALI

 

 

I lavoranti oscurano il pensiero

al sole, tengono l’ombra in tasca

coi fazzoletti marci di sudore.

La strada nuova aprono i picconi,

alla valle normanna già dirupi

fioriscono terrazze, acque reali.

Muovono i carri verso la marina,

i bordonari[2] si levano nell’alba.

Il folle zio Domenico è veggente,

urla gli incendi le miserie il secco.


L’EBREO DELL’INFANZIA

 

 

Morto alle morti innumeri

et in saecula cangiante,

fisso delirio

da plaga antemontana

di bosco e di palude,

lanciatore di dadi nei mercati

mediterranei, alla marina

Assuero[3] attendeva alla bottega;

solo, sopra una carrozzella all’alba

contemplava il mare       

del racconto di Odisseo,

eterna, infima reliquia

nel sole ritrovato,

nel tempo dell’uomo officiava

il tempo del giusto e del dovuto,

era l’orologiaio del paese.

 

                                     


          SACRIFICIO

                  

 

Nella stagione terrea, mascherata

dalla festa del santo patronale,

castrato sfornano, servono cipolle     

pescate nell’aceto delle bocche.

Non è difesa il nome sopra il marmo,

filo del mestruo che la mano squarta

e scosta sul marmo del macello,

potenza della pelle sfregata.

Avvolto in calde tele, il benedetto.

 

                                     


                   ESILIATI

 

 

Ad un certo passo del serro sortisce

dietro la rupe il cotogno –

la madre raccoglie furtiva quei frutti,

avverte i figli di serpi, mansuete

ma orride eppure, di traverso al viottolo.

Considera la fertilità della zolla,

ma il sole l’estate necessitano

l’anonimato del fondo rustico,

ed esordisce verbo

col tradire l’esilio.

 

                                     


                   DA SENTIERI                       

                           

 

Inavvertita neve sul mantello

del remoto camminante

nella notte del bosco, oscurità

d’assiso enigma per l’occhio che intravide

il verde astuto nei meriggi accesi,

palpebra appena vergine ad ogni alba.

Corrugata radice di passione,

il biancore profuso insiste, ancora,

via, pertinenza alla catena buia,

nero che tutto ingoia, sul limitare

del passo indagatore

e mai umile del camminante.

 

 


SEQUELA DEL PADRE 

 

1.


Nella notte del padre si contempla
il pharmakon
[4] l’olivo e il raro volto
e presso l’arco di pietra cimino
l’occhio dissecca e albeggia.
A lenimento della scala estesa,
echi dal sonno, unguenti, nello specchio
la barba incolta che vaneggia. Assedia
la casa della silente veste
mattiniera, usi d’acqua, disvela se profila
alterno fiotto oceano al dolore,
picco ad altare d’isola, foresto
al capo roccioso dei padri,
da valle moritura.
 

 


2 .


Il sole delle tortore
ristora il padre, in ombra ulivo
e pertica attorta.
Fruschi non mali
[5]
con la pernice esclusa
e il cacciavento esangue,
salva il seminatore il bel commiato
all’alba, commercia con la tenebra, concima.
 

 


3.


Ora, dunque, restaurare,
avverso il risolino
eterno del teschio,
spargere a piene mani per il mondo,
valletta o corte stracca,
ora della scorza e patronimico.
 

 


4.


A redenzione della cieca guida,
prono ad escutere i tocchi
della mezza campana dell’arme –
la corsa del cane ringhiante,
il tinnito del sasso focaio –
s’addice a siffatto tempo
l’assorta sufficienza augurale,
retrocedendo sino
alla sanità dei passeri,
ai massi anzi il proscenio ionico.
Da manca, ché l’alba sgomenta,
lucus deserto del padre.
 

 


5.


Dato all’ombra di Cesare
il fruscio d’arcolaio, indossa
il magro saio, spoliazione
delle valli antemarine.
Flagellante solerte, si percuote.
 

 


6.


Per il libero essere del marmo
intonso
s’è nutricato il dio, falco
appaiando e regio falconiere.
Il ginocchio del pellegrino
interra, in grembo,
genera capretti.
Alla caccia, alla caccia,
l’ultima tenebra
dei valloni coi cavalli
bardati, i padri all’alba
assediano,
ove infame la quiete del tempio…
 

 


7.


All’artefatto graffito riconduce
della soppressa soglia familiare,
sappia che a mercatura si riduce
pianto in un padre, che non stagna
tempo della gerbia
[6], malgrado l’animale
sfrontato sibilante regni.
 

 


8.


Il corpo della voce trema
alla vista del mare dei padri,
cala l’oblio sull’odio necessario
ed a voi, utenti dell’illuso teatro,
par finalmente sceneggiata pace.
 

 


9.


Trema la terra senza il padre, trema,
promessa ostesa,
d’un qualsivoglia frutto del verbo,
fèrula cannizzo scanno
palma astuta d’ombra…
 

 


10.


Passio omiletica della cava
virtù, porge l’uovo della diruta
casa, passato l’oltre del padre
innervato, nell’asse del ciliegio.
Chiedi pure, soror, al profetante Giovanni,
allo scalzo precorde, al morto luminoso.
 

 


11.


Conserva l’olio per la carità dei morti,
per la pelle del silenzio consolante.
Dal nerbo ustorio
l’abito risuona, la contrada
dei legni, la via petrosa al sole.
Siano i veri, i procedenti a un fine,
penombra del muschio paterno,
narrativa del verbo senza carne.

 

 


 LASCITI DELL’ANACORETA

  

I.

 

ci siamo – abbandono la stele, lascio alla vita dei ragni la virtù, sospingo

tutta la memoria dietro il masso muscoso: non c’è mondo,

c’è il rantolo dello sconosciuto,

dell’ignota presenza che non nomino – seppi: nominare è morte e polvere,

ché in questo annullarmi alla congrega vivo, amandola di pura assenza,

come una vitale persuasione, una resa completa…

poi, vederli dall’alto, lumini in moto perenne nel vallone, sapere di questo amore

che senza abbraccio vede ogni istante,

egoista del trascendere del legno,

offre una specie di ragione che si piega, un’elezione di qualcosa che sorregge

e spegne, accende e polverizza –  ora impasto il fango, fratello, vanamente erigo

muri a secco…


II.

 

capro sul crinale delle contrade, sino al Sant’Elia che il sole

nascose nella preghiera, ho vituperato i sentieri ed ho mutato

il passo – c’era il respiro della neve e le anime dei morti

che s’addensavano, uccelli che non svernano…

qui, cavavano pietre per le case umane, e oltre l’umano,

che non fu pensato – attraverso il vino dei posteri, 

nella sembianza della ricchezza agraria…

ma come la stretta nella lacrima del padre

che non possiede, ma apre alla vallata, alla marina… 
      

VOYAGE

 

La sposa, nell’idillio provenzale,

crebbe il muffito, eccitazione

del battente azzurro.

Pastelli sbavarono oltre cornici, 

allo sguardo le bestie

insaccarono il lume delle corti.

Dall’antifinestra della movenza  

sfocò, corse le spore, il gesto tratteggiato…


 

 

            CAPO SANT’ALESSIO

 

Col sonno delle basiliche primeve,

aguglia mora, cuspide, malaria,

per un nodo di roccia quale un capo

malfermo nei riflessi d’argento,

volge il viandante, nella sovrana morte

dell’eremo, ad un passo dall’eremo

e dal ponte smarrito. Per un nodo

di roccia, la salvezza dell’estimato

pesce e la conchiglia a un’acqua,

albergo e pio ricetto a un tempo

dona la nulla valle, la quieta morte

si smentisce nella lingua dei padri.

 

 

 DOMANDA

Se l’aria della sera  ci portasse

il sapore salato dal capo sul mare, aleggiando

sugli uliveti dei padri, riusciremmo forse,

noi, aggrappati ad una forza del rito,

a dirci ancora felici di una pace antica,

di un quieto movimento dell’occhio?


 

NOTIZIA:

 

Enrico De Lea (1958, Messina) ha pubblicato la plaquette “Esercizi vitali” nel 1988

e la raccolta “Pause” nel 1992. Vive a Legnano (MI).

Sue poesie sono apparse sulle riviste Wimbledon (1992) e “Specchio” (2003).

Collabora alla stampa locale con recensioni ed interventi vari.


[1] “lanzatore”, “feluca e luntro”, “rema”: nella pesca del pescespada nello Stretto di Messina, sono, segnatamente: il lanciatore di fiocina; le due barche utilizzate, entrambe con un albero per l’avvistamento della preda; infine, il moto alterno della corrente marina dallo Jonio al Tirreno, e viceversa.

[2] bordonari: da “bordone”, basto per gli animali da trasporto; trattasi di trasportatori di sabbia ed altro materiale per l’edilizia, che si avvalevano solitamente in collina, per sentieri e mulattiere, di muli, cavalli, asini.

[3] “Assuero” : Assuero Trezzi era un orologiaio ebreo che negli anni Sessanta viveva a Santa Teresa di Riva, nel messinese, sulle rive dello Jonio. A causa di una malattia infantile si muoveva su una carrozzella, con cui era stato portaordini nella Resistenza nel Piemonte orientale, da cui proveniva, per le Brigate Giustizia e Libertà ed il Partito d’Azione. Per chi l’ha conosciuto un’ostinata rappresentazione della libertà morale.

[4] “pharmakon”: in greco classico indica sia il veleno che l’antidoto, il farmaco nell’accezione moderna, in un’inevitabile unione ciclica degli opposti…

[5] “fruschi non mali”: nella cultura orale della Sicilia orientale i “mali frusculi”, o “mali fruschi”, erano (sono ancora?) le vaganti e non ancora pacificate anime dei morti, secondo una memoria ovviamente remota…

[6] “gerbia”: termine di derivazione araba (“giarbiah”), tuttora usato nelle varie parlate siciliane, per indicare un vascone per irrigazione, ovvero qualsiasi altro tipo di invaso artificiale o naturale di non vastissime dimensioni; nelle campagne distanti dal mare nei decenni passati la “gerbiah” era l’utero ed il mare delle battaglie infantili.

 

Annunci

Responses

  1. ciao, Enrico…
    la tua silloge va letta lentamente, vorrei soffermarmi a lungo su alcuni versi, i particolarissimi lemmi,
    per comprenderne l’arcaico significato…
    intanto le pregusto con l’immenso piacere che mi da il
    leggerti.

    p.s., mi ricordi un pò Francesco Messina…
    la tua poesia ha l’eleganza della sua scultura.
    Ciao

  2. C’è la terra e c’è un mondo che si tengono in bilico nella memoria: memoria che lascia cresca, parola dopo parola, una visione. Perchè c’è un anelito mistico in questi versi. Del resto la tua poesia Enrico è alta, per lettori attenti, partecipi di un mondo di cui si mettono in ascolto.
    Ancora complimenti e un caro saluto.
    Nadia A.

  3. siamo in vacanza è…ogni tanto ci vuole!
    good bye
    C.

  4. qui a Messina diciamo “gebbia”.

    quanta richezza dalla fusione dei popoli, ma ancora non lo abbiamo imparato, chissà se un giorno …

    ho letto le tue poesie con attenzione e vi ho trovato una profondità di pensiero espresso con semplicità assolutamente elegante.

    tornerò a leggerti ancora.

    (Legnano è una bella cittadina vi ho trascorso un anno piacevolissimo)


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: