Pubblicato da: enrico de lea | giugno 20, 2008

Piccola storia del nomadismo zingaro (di Francesco Pullia)

dal sito www.liberaperta.it ho tratto questo interessante articolo sui nomadi, sui quali la nostra ignoranza è tanta, ma tanto dotata di sicumera (e.d.l.)

E’ probabile che il termine rom provenga dal sanscrito dxomba, con cui nell’antica India venivano designati gli artisti, in particolare cantanti, ballerini, attori, percussionisti. In lingua romanì (romanì chib o romanès), rom significa uomo. Così vengono ormai generalmente chiamati i nomadi, specialmente quelli stabilitisi nell’Europa del Sud e dell’Est, anche se coloro che nel tardo medioevo giunsero in Occidente preferiscono il nome di Sinti, da Sindh, regione del Pakistan occidentale, attraversata dal fiume Indo, dalla quale partirono anticamente.  Cerchiamo, anche attraverso racconti leggendari, di saperne di più. Si narra che in origine fossero uccelli. Un giorno trovarono un campo pieno di cibo. Mangiarono tanto finché non furono più in grado di riprendere il volo. Giunse l’inverno, le ali si seccarono e gli uccelli si trasformarono in uomini.Un mito li vuole creati, insieme, dal Puro Del (Dio) e dal Beng, avversario di Dio e, nello stesso tempo, suo collaboratore.Il Beng si immerse nel fiume Rosalia da cui raccolse il fango con cui forgiò due statuette. Fu però Dio, il Puro Del, ad imprimere la vita. Nacque così la prima coppia, Damo e Yehwah. Dai due esseri nacquero, oltre al genere umano, le stelle (che, per i Rom, sarebbero umani finiti in cielo).  Secondo un’altra tradizione, gli antenati vivevano con Sinpetri, Dio, il Puro Del.  Un antenato, Pharavoro, però si ribellò e cercò di sostituirsi a Dio. Alla guida di un suo esercito attraversò un fiume le cui acque si aprirono per richiedersi poco dopo. A salvarsi furono in pochi, costretti da quel momento a spostarsi di continuo e nascondersi.E, ancora, vengono attribuiti ai Rom addirittura i chiodi con cui fu crocifisso Gesù. Si dice, infatti, che i soldati romani dovettero ricorrere proprio ad un fabbro d’estrazione zingara dopo avere ucciso gli ebrei che avevano opposto il loro diniego. L’artigiano aveva appena forgiato i primi tre chiodi che ebbe la visione dei suoi colleghi ebrei uccisi. Lo implorarono di non proseguire il lavoro. Nonostante tutto, egli continuò imperterrito a fabbricare il quarto chiodo senza riuscire, tuttavia, a raffreddarlo. Anzi, si accorse che diventava sempre più incandescente e minaccioso. Inutilmente si mise in fuga. Ovunque andasse, il chiodo lo inseguiva. Ed ogni volta, doveva rimettersi in viaggio, così continuamente, all’infinito. Miti e leggende a parte, i cosiddetti zingari sembra abbiano origine dalle migrazioni, nell’arco di quattro secoli, tra il 250 e il 650 d.C., di alcune popolazioni dell’India nord-occidentale verso la Persia. Nel Libro dei Re (Shah Nameh) il poeta persiano Firdusi racconta dell’arrivo di diecimila musicisti indiani che il re Bahram-Gor avrebbe ottenuto in dono dal suocero, re di Camboya, in India. Per lo storico arabo Hamzah d’Isfahan i musicisti erano dodicimila. Chiamati Zott, furono inviati a Bahram-Gor (che regnò dal 430 al 443 d.C.) dal suocero Shengul, re in India.  Si tratta di testimonianze che confermano, comunque, lo spostamento verso la Persia di un certo numero di indiani esperti nella musica e nello spettacolo, molto probabilmente progenitori degli attuali Rom. Nella seconda metà dell’ottavo secolo alcune colonie si spostarono in Armenia. Al dodicesimo secolo risale la prima testimonianza della loro presenza nell’impero bizantino. Qui vennero chiamati athingani, dal nome di una antica setta eretica da cui deriva la parola zingari. Erano visti con sospetto perché dediti alla magia. Agli inizi del XV secolo, compagnie di Rom, che affermavano di essere egiziani e condannati ad un pellegrinaggio di sette anni per scontare un peccato di apostasia, apparvero in Europa. Esibivano una lettera di protezione del re Sigismondo e del papa e vennero accolte bene, ricevendo denaro e protezione. Ben presto suscitarono qualche sospetto e diversi rom furono accusati di furti. Una cronaca bolognese risalente al 1422 riporta la prima testimonianza dell’arrivo dei Rom – per la precisione di una banda guidata dal duca Andrea – in Italia.  Dal 1492 cominciano i problemi in Europa. La Corte spagnola, infatti, emana il primo bando di espulsione dei Rom e la Dieta di Augusta – 1498 – afferma il principio che non è reato colpire gli zingari. D’ora in avanti è un susseguirsi di divieti ed espulsioni. Nel 1841 l’italiano Francesco Predari pubblica un libro in cui definisce gli zingari come “rettili umani”. Il pensiero scientista e positivistico dell’Ottocento condividerà sostanzialmente questo giudizio. Per Cesare Lombroso, ad esempio, quella dei nomadi è una “razza di delinquenti” che bisogna estinguere. Nel 1935 la Germania hitleriana emana le leggi di Norimberga per la difesa della purezza della razza e nel 1938 dispone il censimento e la schedatura degli zingari e dei nomadi. Fu istituito anche un “Centro di ricerche scientifiche sull’ereditarietà” con lo scopo di dimostrare la presunta diversità degli zingari. Iniziarono così nel 1936 le deportazioni a Dachau. Nello stesso anno, per ripulire Berlino in occasione delle Olimpiadi molti furono internati a Marzahn e ad Auschwitz. Il nazismo ricorse anche alla sterilizzazione forzata.  Con il “decreto di stabilizzazione” (1939) si obbligavano gli zingari a non abbandonare mai più il luogo allora occupato e con un altro del 1940 se ne ordinava la deportazione in Polonia. Il 16 dicembre 1942 fu infine promulgato il “decreto di Auschwitz” (Auschwitzerlass): dovevano essere internati senza alcuna considerazione né del grado di purezza razziale (era stato infatti facile dimostrare che, essendo di origine indiana, erano sicuramente ariani), né del paese di provenienza. Porajmos (“devastazione”) è il termine con cui i Rom chiamano lo sterminio della loro gente attuato dai nazisti. Ne furono assassinati più di cinquecentomila (qualcuno parla di un milione e mezzo) ma, a differenza degli ebrei, è stato negato loro ogni risarcimento per le persecuzioni subite. Si consideri che nella sentenza del processo di Norimberga un solo capitolo si riferisce a questo massacro. Nei paesi comunisti non hanno, d’altronde, conosciuto sorte migliore. Nel 1956 Krusciov vietò il nomadismo e condannò a cinque anni di lavori forzati chiunque non si fosse adeguato. Provvedimenti simili furono adottati in Bulgaria, Cecoslovacchia, Polonia, Ungheria, Romania. Attualmente nel nostro paese vivono duecentomila zingari, in maggioranza stanziali.  Ecco uno spaccato dei loro gruppi tratto da un servizio pubblicato alcuni anni fa dal settimanale “Avvenimenti”: I SINTI. Prevalentemente giostrai e nomadi: sono presenti in molti quartieri periferici, dove, specie in primavera, mostrano le loro attrazioni. Le famiglie si contraddistinguono seconda della regione di provenienza. Abbiamo quindi: Sinti marchigiani, lombardi, piemontesi.I ROM ABRUZZESI. Giunti in Italia sul finire del 1300, diffusisi nelle regioni centromeridionali e, in particolare stanziatisi in Abruzzo, raggiungono la capitale nel periodo tra le due guerre. Sono loro che abitano in prevalenza nella famosa baraccopoli del Mandrione. Oggi, in parte abitano nelle case popolari di Nuova Ostia e Spinaceto, in parte hanno case di loro proprietà, specie lungo la Tuscolana e all’Anagnina.I ROM LOVARA E KALDERASA.Giunti in Italia agli inizi del secolo derivano il loro nome dal mestiere di allevatori di cavalli (in ungherese lob = cavallo) e di indoratori e lavoratori del rame (calderai). Abitano in case e in roulottes.I ROM KHORAKHANA E KANJARJA. Provengono dalle regioni centromeridionali della ex Jugoslavia. I primi sono musulmani, i secondi cristiani di rito ortodosso. La loro immigrazione, iniziata negli anni ’60, continua tuttora e si è intensificata con la guerra civile in Bosnia. Sono, per così dire, la spina nel fianco delle amministrazioni locali, in quanto non si riesce a dare loro quei servizi necessari previsti dalla legge.I ROM RUDARI. Originari della Romania, anche loro giunti attraverso la ex Jugoslavia in Italia negli anni’60. Vivono in accampamenti meglio organizzati lungo la Tiburtina e la Collatina. Si occupano della lavorazione del rame, sono musicanti e vendono fiori per la strada.I KAULJA. Di recentissima immigrazione, provengono per lo più dalla Francia, ma sono orignari dell’Algeria. Poverissimi, si aggregano talvolta ai Khorakhané con i quali condividono la stessa fede religiosa.I CAMMINANTI SICILIANI. Originari della Sicilia orientale, sono venditori ambulanti. Vivono per lo più in baracche.  Come si evince, si tratta di una realtà estremamente composita e complessa che non può essere compresa in modo approssimativo e secondo stereotipi fomentati dal mondo della (mala)informazione.  Per essere in grado di potere meglio affrontare la situazione problematica (che indubbiamente c’è, ma non da ora), e che sta assumendo preoccupanti connotazioni drammatiche rischiando di diventare incontrollabile, non ci si può di certo affidare a momentanee ondate emotive, alimentate e cavalcate esclusivamente per scopi politici e per mera demagogia.  Occorre prevenire e combattere, certo, ogni deviazione criminale senza, però, cadere in pericolosi isterismi. Il modo migliore per fronteggiare qualsiasi degenerazione è dato dalla creazione di occasioni di conoscenza e dall’approfondimento storico e culturale. Se non vuoi vedere – recita un detto zingaro- a che serve una stella? 

 

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