colte al volo # 2

RENDIMENTO SCOLASTICO (propensioni)

“Non è certo una ciminiera” ( M. a proposito di un alunno)

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3 pensieri su “colte al volo # 2

  1. NINO MARTOGLIO POETA
    Ecco la copia manoscritta originale della poesia dedicata dal Martoglio alla nonna fatta pervenire da una lettrice . La poesia riporta il titolo originale: “‘Nnamurata” ed è datata 1/9/’902

    L’amuri

    Mamma, chi veni a diri ‘nnamuratu?

    – …Vóldíri… un omu ca si fa l’amuri.

    – E amuri chi vóldiri? – …E’ un gran piccatu;

    è ‘na bugía dí l’omu tradituri!

    – Mamma…, ‘un è tantu giustu ‘ssu dittatu…

    ca tradímenti non nn’ha fattu, Turi!

    – Turiddu?… E chi ti dissi, ‘ssu sfurcatu?

    – Mi díssi… ca prí mía muria d’amuri!

    – Ah, ‘stu birbanti!… E tu, chí ci dicisti?…

    – Nenti! … Lu taliai ccu l’occhi storti…

    – E poi?… – Mi nni trasii tutta affruntata!…

    – Povira figghia mia! … Bonu facisti! …

    E… lu cori? – Mi batti forti fortíi…

    – Chissu è l’amuri, figghia scialarata!

    (Da il portale del sud a cura di M.Allo)

    Nato a Belpasso (Catania) il 3 dicembre 1870 – Morto a Catania il 15 settembre 1921

    Nino Martoglio, a soli 19 anni esordì nel giornalismo pubblicando a Catania il settimanale politico-letterario-umoristico edito dal 1889 al 1904 D’Artagnan, interamente ideato e scritto da lui, avente lo scopo di discutere arte, letteratura, teatro, politica, ecc.. L’iniziativa ebbe notevole successo, anche perché Martoglio vi presentò le sue prove poetiche, genuinamente dialettali e intrise di una comicità immediata. Questi versi gli meritarono l’elogio di Carducci e la popolarità nella città etnea. Nel 1901 decise di volgersi al teatro, nel tentativo di riportare alle platee di tutta Italia il teatro dialettale siciliano, che l’attore Giuseppe Rizzotto aveva divulgato anni prima. Avendo scoperto alcuni attori isolani dotati di una dirompente vis comica, nell’aprile del 1903 debuttò con la compagnia da questi formata e da lui diretta, al Teatro Manzoni di Milano.

    Il suo linguaggio è semplice e scorrevole, e nonostante il bagno nei canti popolari, ha qualcosa di letterario, di fine, come il linguaggio digiacomiano che è il vero modello a cui si rifà; e anche quando il Martoglio descrive, la descrizione non è mai fine a se stessa, vibra sempre dei sentimenti dell’autore. E grazie alle eccezionali capacità degli interpreti (Giovanni Grasso, Marinella Bragaglia, Angelo Musco), le opere di Martoglio raggiunsero ben presto una straordinaria notorietà. Il primo volume fonografico a veder la luce fu ” O scuru o’ scuru ” (1895); in tutto quattordici sonetti dialogati, genere iniziato cinque anni prima da Nino Pappalardo con ” Siciliana “, ma che il Martoglio porterà a vera forma d’arte. Ancor prima che apparissero in volume i sonetti di “‘O scuru ‘o scuru”, sul D’Artagnan erano apparsi molti dei sonetti raccolti poi col titolo di Lu fonografu; si tratta forse dell’opera migliore del Martoglio, certamente della più nota e della più caratterizzante. Il giornalista, l’umorista e l’autore di teatro si fondono nel poeta, ne affinano la sensibilità, ne smorzano quel certo tono melodrammatico di cui parla Luigi Capuana; I suoi primi testi, I civitoti in pretura e Nica, costituirono l’inizio di un’intensa attività che si esplicò nella composizione di una ventina di commedie, alcune delle quali in lingua italiana. Nel 1903 organizzò e diresse la Compagnia drammatica siciliana. Cominciò così a fiorire quel teatro dialettale siciliano di cui Grasso, incupendo le tinte, sarebbe stato l’espressione tragica e Musco, con l’estemporaneità delle sue battute, l’espressione comica e beffarda sino al delirio buffonesco.

    Come autore, Martoglio pose in scena una Sicilia colorita e credibile, trovando i suoi personaggi fra il popolo e, seppur non vigoroso creatore di caratteri, si mostrò però abile inventore di vicende movimentate e di dialoghi scoppiettanti. Nino Martoglio fu un vittorioso. Vinse tutti gli ostacoli, tutte le diffidenze, tutte le gelosie. Il teatro siciliano difatti, vive: ha ormai un larghissimo repertorio e una fin troppo numerosa schiera di attori. E finché vivrà, vivranno per la delizia dei pubblici del mondo, Mastru Austinu Misciasciu del S. Giovanni Decollato (1908), caricatura di una religiosità popolare ingenua, Don Cola Duscio del L’aria del Continente (1910), rappresentazione satirica dello snobismo di un borghesuccio isolano che affetta disprezzo per le usanze e le abitudini siciliane, e i vari personaggi di Scuru, Sua Eccellenza, Il Marchese di Ruvolito, Taddarita, Nica e Capitan Sèniu. Il suo nome è legato principalmente a due opere composte per Musco: San Giuvanni decullatu (1908), caricatura di una religiosità popolare ingenua, e I maestri del Martoglio, anche per il sonetto dialogato, sono da ricercarsi a Napoli, dove lavoravano il Di Giacomo e il Russo, dai quali trae spunti d’ambiente e contrasti sociali che fa rivivere nelle scene della sua Catania, soprattutto ” ‘O fùnneco verde “(1886) del Di Giacomo è il suo modello. Anche il grande Luigi Pirandello subì il fascino dell’attivismo di Martoglio e cedendo alle sue insistenze scrisse nel 1916 direttamente in dialetto Pensaci, Giacuminu! e Liolà, due lavori che nello stesso anno vennero messi in scena dalla compagnia di Angelo Musco. Nello stesso tempo il grande agrigentino scrisse due commedie in dialetto, sempre per la compagnia di Musco: ‘A birritta cu’ i ciancianeddi (Il berretto a sonagli) e ‘A giarra (La giara). Bisogna anche dire che Pirandello scrisse in collaborazione con Martoglio ‘A vilanza (1917) e Cappiddazzu paga tutto (1917) messa in scena soltanto nel 1958. Un intreccio fecondo, dunque, in un momento irripetibile attraversato dalla Sicilia negli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento.

    Meno conosciuta, ma valida e memorabile, fu anche la sua attività cinematografica. Nel periodo dal 1913 al 1915 Martoglio si dedicò alla regia, diresse quattro films, tra i quali Teresa Raquin e Sperduti nel buio (considerato il miglior prodotto della nascente cinematografia italiana) , films muti ricordati nella storia del cinema italiano per la loro originalità e intensità espressiva, collegata al naturalismo dialettale di cui l’autore aveva dato già larga prova nel teatro. Nel pieno fervore della sua attività lo colse la morte: per uno sciagurato incidente, aprendo per sbaglio una porta che dava in una tromba d’ascensore nell’ Ospedale Vittorio Emanuele di Catania per visitare il figlio malato; è cosa di tale e tanta crudeltà, che veramente fa disperare e inorridire.

    Martoglio riuscì a descrivere una Sicilia arcaica, inconfondibilmente legata a costumi e situazioni ataviche, ma nello stesso tempo in costante fermento e in capillare evoluzione.

    Malgrado ciò, e sebbene Vittorio Emanuele Orlando lo definì felicemente il <>, la critica lo denigrò spesso, relegandolo in una posizione alquanto secondaria, ai margini di una cultura considerata erroneamente produzione artigianale e di basso profilo.

    Martoglio, in realtà, fu il testimone adatto a rappresentare un’epoca in continua evoluzione; in altre parole l’autore rappresentò una Sicilia fortemente colorita e credibile, identificando i suoi personaggi tra il popolo e mettendo in scena dialoghi e vicende gustose, movimentate e scoppiettanti.

    Dicevamo dei giudizi non particolarmente lusinghieri rivolti dalla critica nei suoi confronti; quantunque l’autore si ritrovò ad essere osteggiato da gran parte della critica, dimostrò un grandissimo animus pugnandi che gli permise di superare brillantemente tutti gli ostacoli, le diffidenze, le numerose quanto inutili gelosie.

    ARTISTA POLIEDRICO ED ORIGINALE ,Nino Martoglio riuscì ad eccellere come pochi praticamente in tutte le occupazioni lavorative in cui fu impegnato; egli fu un giornalista puntuale e preciso, un inimitabile poeta, un fine dicitore, un commediografo stimato dal pubblico, un capocomico battagliero, finanche un regista cinematografico innovativo e un critico cinematografico talvolta severo, tal’altra indulgente e generoso.

    L’autore condivideva la tematica dei vinti, già abbondantemente trattata da scrittori del calibro di Capuana, Verga e De Roberto, ma ricusando recisamente i toni eruditi, retorici, a volte enfatici della lingua. Il suo linguaggio riproduce il tono dialettale e schietto, sincero e plebeo, adottando di tanto in tanto espressioni culte e provocando quindi un’esilarante deformazione grottesca.

    L’autore siciliano conferisce alla parlata dialettale un’importanza che risulta determinante nel rendere attraverso il registro siciliano il costume, l’indole, gli ambienti preferiti dei siciliani.

    Attraverso un gran numero di spropositi linguistici, di clamorose deformazioni lessicali, di gustosi qui pro quo, Martoglio dibatte svariati argomenti, riferendo di avvenimenti di politica municipale, di mondanità contadina e folclorica, di istanze socialisteggianti, di iniziative sociali, di conflitti di classe.

    Tutto questo enorme materiale viene sempre descritto da Martoglio con una bonaria, assai godibile ironia.

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    Cordialmente

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