Pubblicato da: enrico de lea | novembre 2, 2007

(lasciti dell’anacoreta)

santonofrio.jpg 

I.

ci siamo – abbandono la stele, lascio alla vita dei ragni la virtù, sospingo
tutta la memoria dietro il masso muscoso: non c’è mondo,
c’è il rantolo dello sconosciuto,
dell’ignota presenza che non nomino – seppi: nominare è morte e polvere,
ché in questo annullarmi alla congrega vivo, amandola di pura assenza,
come una vitale persuasione, una resa completa…
poi, vederli dall’alto, lumini in moto perenne nel vallone,
sapere di questo amore
che senza abbraccio vede ogni istante,
egoista del trascendere del legno,
offre una specie di ragione che si piega, un’elezione di qualcosa che sorregge
e spegne, accende e polverizza – ora impasto il fango, fratello,
vanamente erigo
muri a secco…

II.

capro sul crinale delle contrade, sino al Sant’Elia che il sole
nascose nella preghiera, ho vituperato i sentieri ed ho mutato
il passo – c’era il respiro della neve e le anime dei morti
che s’addensavano, uccelli che non svernano…
qui, cavavano pietre per le case umane, e oltre l’umano,
che non fu pensato – attraverso il vino dei posteri,
nella sembianza della ricchezza agraria…
ma come la stretta nella lacrima del padre
che non possiede, ma apre alla vallata, alla marina…

* Questo testo è apparso all’interno di una breve silloge, “Acque reali”, pubblicata sul n. 46/2007 di “Atelier”.

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