Pubblicato da: enrico de lea | ottobre 26, 2007

da “lapoesiaelospirito.wordpress.com” del 17.1.2007

“Covai frasi, covai parole”.
(Stefano D’Arrigo)

(scillecariddi)

Risibili alle passioni del rapace
falcidiato volto,
la presa pur convinta della mano
e il mesto freddo della pietra
lavica, come di profilo
calcidese o messenio, mercatante,
profugo da un mare,
per cui levare l’acqua all’occasione
d’umiliato controllo, debito
all’occhio ionico, tra brume.

(a mero sacrificio)

La fiera arsura,
senza meno, ma l’animo,
o malanimo del grappo,
la confessione della nota
dentro, nel viscerale pozzo,
per, sull’ara occitanica, immolare…
Preciso indizio
di percezione, là
dove annotta, nel palmo
l’orda, il gabbo:
Sia scure! Sia partenza!
Sentenza
della smemoratezza, per l’incluso.
Rovista, è lampo,
la breve sua costante cenere.

(disciplina)

Breve sterminio
di nuvole accagliate, ingenuo germina
ma tiene l’osservanza dell’acciuga.
Brezza al bastàso massimo, carèna
mastra sulla barra dell’ossesso.

(agorà)

Le falsità di Atene sa adombrare,
la carie dell’omino lucente e frenetico,
sebbene sia del giunco proverbiale
per nessun flettere di fiumare sacre.

(ingressus est)

Redime,
la carità del verbo, il torso ostico…
Per l’evo della consolazione
dal pietrame raccoglie
l’apparenza dei lauri, sorpresa
d’alto dileggio
contro il monte. Forte
delle palme, fa ingresso tra lame.

(contrada Ponte)

Scandisce il nervo
egemone tra avari cocci
del ponte consolare, l’ansa
necessaria rasenta
la policromia del rudere –
altra vita e cimelio
il capro del suo pasto
forsennato. Mira,
sì freddamente, per l’aceto.

(lastricato)

Incalza, mitiga
il gradone basaltico
per l’estro d’assenza del lupo.
Con l’ansia che suole
nel viaggio,
noccioli lo crebbero all’urto
per l’erosione delle fortune.

(migrazione)

A tessere il dominio
della trafittura,
l’evoluzione dell’adorno
pasce il verbo, martirio
madre della fondazione, pone
l’ordine dorico, vero
ponente dell’otre enfiato.

(insula)

Nasìda, o romitaggio
istrionico, dal secco
assimila il modo dell’archetto,
famelica sua piaga da stilita.
Udendo il veto
nei veli parentali,
funge un greto barocco
per il santo acceso.
Nel fuoco degli intarsi, ritratto
ed onnipotenza del legno, erige
altare breve al morto,
lare di roccia, icona madre
al figlio.

(veste d’attesa)

Scatena la pendola preagonica,
abito di serale tradimento.
Traendo da ginocchia e spalla
il solco d’escoriazione, frana
la notte duale, mirando il forte
e l’arco dell’ascesa.

(ottobrina)

Corta voglia del gatto è tramutare
d’eccellenza, per il patto
dell’innesto calcareo.
Infoiato annusa nel quadrato
foglie secche, non sospetta
replica di sorgenti, col vino
dentro il fresco del carrubo.
Prossimo di calvario, svia
dal contorno delle case,
ripristina lo sgorgo
del resecato torto,
degli averi.

(assolo)

Credenza dei clarini,
erosione dei tocchi
d’ossidiana.
Solerte elevandosi ai gelsi
proruppe in scale ai dirupi,
con quale dimestichezza l’efebo
delle sue argille.

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