Pubblicato da: enrico de lea | febbraio 9, 2016

favole anacoretiche/4

cropped-casalvecchio-900.jpg(i fuochi) 

abbiamo acceso una corona di fuochi circostanti,

delimitati dal prato raso e in secco, poche le sterpaglie,

forse per un augurale contrasto con la sera

che vede in lontananze muoversi le luci e scomparire

nel moto a inferno delle gallerie – abbiamo disperato

di riapparire, rinascendo a un uso delle mani

consueto, nuotando nell’aria scura della notte

materna, scacciando nei gomiti la forza

Pubblicato da: enrico de lea | febbraio 8, 2016

fotografie (inediti)

La poesia e lo spirito

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Ritrovo l’uomo nella foto del documento
creduto perso, che qualcuno nascose,
tra familiari a pane e sacramento
cresciuti. Non mi somiglia nelle pose
l’uomo che vi figura, né il suo tormento
né i suoi leggendari innesti di rose.
Ma saperlo, a volte, vicino e contento
di quel poco che gli sta per sfuggire,
a un morire non troppo consueto,
sostiene ritti se decade la materia delle cose.

Anche nelle foto erano diversi
i cinquantenni come mio padre, comunista
atavico in un tempo indefinito, persi,
ma non vinti, come altri in un ciclo
sempre a vista di natura e storia,
e felici, per poco o tanto
aver tenuto fede alla parola data
nello stesso tempo concesso.

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Pubblicato da: enrico de lea | febbraio 5, 2016

fotografie

cropped-cropped-cropped-paesaggio-222.jpg

Ritrovo l’uomo nella foto del documento
creduto perso, che qualcuno nascose,
tra familiari a pane e sacramento
cresciuti. Non mi somiglia nelle pose
l’uomo che vi figura, né il suo tormento
né i suoi leggendari innesti di rose.
Ma saperlo, a volte, vicino e contento
di quel poco che gli sta per sfuggire,
a un morire non troppo consueto,
sostiene ritti se decade la materia delle cose.

Anche nelle foto erano diversi
i cinquantenni come mio padre, comunista
atavico in un tempo indefinito, persi,
ma non vinti, come altri in un ciclo
sempre a vista di natura e storia,
e felici, per poco o tanto
aver tenuto fede alla parola data
nello stesso tempo concesso.

Pubblicato da: enrico de lea | gennaio 25, 2016

favole anacoretiche/3

(le mappe)

Ho approntato le mappe, per andare
nel dove del non vedere oltre – è stato un fermo-immagine infinito
il tempo tra le case che sbriciolano l’eterno morente
del cavarsi delle acque fino al canneto.
Si muovono corpi memoriali seguendo i segni, le coordinate del mezzogiorno
per non perdersi e restare fissi, dove
è rappresaglia per ogni fatica dell’anno morto avanzato a valle.

Pubblicato da: enrico de lea | gennaio 20, 2016

favole anacoretiche/2

(incendi)

foglie su foglie sull’arco della corte
incendiano del verde
di se stesse piene –
quale finestra in alto altro fuoco contenga,
la nascosta regione dell’astuto azzurro
di qualche visione – sulle distese
dei fazzoletti ventosi di furore
il mare appare muto, seppure un’eco
da lontano conceda protezione

Pubblicato da: enrico de lea | gennaio 11, 2016

favole anacoretiche/1

una sorta di dispersione
c’è – come dire – una sorta di dispersione
per aria o in terre conosciute, avìte,
delle acque seminali dei possessi,
possessi confinari, avari nel frutto, ma certi,
e vecchi di ruderi oltremonte,
cui andarono non rare, come oggi, cavalcature –
ma ne sappiamo dire, ne sappiamo forse
la loro rimarginabile sostanza
Pubblicato da: enrico de lea | dicembre 4, 2015

due vecchie-nuove natalizie e non

PER LA NOVENA

Nino s’alzava all’alba per la Novena,
pronto per le campane, già impomatato,
faceva entrate dalla porta laterale di Sant’Onofrio
ad uno ad uno i musicanti della banda civica,
avevamo poi insieme un calore nelle orecchie
dai sax, dai bombardini, dai clarini, dai tromboni
cantabili, quello del vecchio Fleri soprattutto.
Uscivamo con la nuova luce ed era tutto vero,
Natale tutto nei giorni prima della festa,
col pane caldo dell’alba e l’olio antico.

(07 dicembre 2010)

***

nessun Natale, nessuna festa nelle case dei vecchi soli,
l’albero rimasto a pezzi nei cartoni, le statuine nella cesta,
la televisione a palla prima di dormire, di ritorno dai figli
in festa – e la voglia di far l’alba in pace, di conquistarla –
dubbi che sorgono nella testa avvolta dalla sciarpa,
polvere in giro a testimonio della speranza che è transitata…

(27 dicembre 2011)

Pubblicato da: enrico de lea | ottobre 25, 2015

Tre testi per Lotta di Classico

Lotta di Classico, n.3 – di Massimo Sannelli, con tre miei testi

lotta-di-classico-3

Pubblicato da: enrico de lea | ottobre 19, 2015

Scavi tra Vernà e marina

Scavi tra Vernà e marina

(dalla mia raccolta DALL’INTRAMATA TESSITURA, Smasher edizioni, 2011)

Le fosse della neve di Mancusa
(forse altre ce ne saranno alla Traversa,
in faccia alla neve della Montagna)
facevano il paio all’epoca con le cataste
dei carbonai – e ce n’è, ce n’era di terra
da scavare per risparmiarsi il soffoco
funesto, e pure ora nel sole o in un’ombra
che a volte è il buio pesto.

Il nonno, il vecchio orfano, per l’età
più vicino a Garibaldi ed altri barbuti
incontrati sul sussidiario che ai nipoti,
ne vedeva certamente di neve
nella contrada Monaco, oltre Rimiti
degli eremiti dimenticati. Ci stava
rannicchiato in uno scavo anche la notte
a tenere le bestie, che facevano un caldo
tutto infanzia di scuro e madre ignota,
lui dalla ruota dell’Eustochia partorito,
da una scìa nell’oceano rinato, dietro il muro.

La rara pioggia scava, dentro il secco:
ci sono rare presenze in quel che resta,
il verde verso Rina e il grigio delle Rocche.
L’occhio divora tutto, non ha testa
ma sangue del possesso, verso il mare.
Non la parola, ma un lento procedere
dello sguardo, quasi un adorare.

Saranno state formiche od un fedele
gatto a scavare, nei pressi del melograno,
sopra l’Acqua Ruggia, intorno al sonno
improvviso dell’Onofria, improvviso e per sempre;
da poco aveva portato il vino buono
alla centenaria, aveva goduto della vista
del mare di fronte, attraversato lo Zorio
dei suoi immensi amori.

Siamo, nei padri, dentro le visioni
e, nelle madri, dentro carni e voci.
Come uno scavo d’aria dalle Rocche
precipita e ramifica al Bastione;
dopo che un vino d’alto ha consumato
la parola, ad un tacito decreto
della verzura consentiamo, restiamo
ben impiantati nella terra smossa
dai passi, dal passaggio degli umani
dopo il rasserenato dopopioggia.
Siamo, stiamo, con un corpo
di fatica estesa, da millenni.

In cima al paese, nel bosco
unico, sopra l’Acqua Ruggia,
avevano scavato il pozzo
nel dopoguerra, all’epoca
mitica di don Placidino: al lancio
dei sassolini risuonava di musiche,
quasi un Satie fatto da noi…Ora
è interrato, per un abbandonato
parcogiochi di bambini
che niente sapranno. Fortuna che
ancora più in alto, muta
nel paesaggio, resiste la rara
forza delle antiche cave, la maestà
terragna della Calcara.

Ho ripreso ad alzarmi all’alba,
per un passo nuovo,
quando il giorno sembra gravido
di promesse davvero prossime
ad essere mantenute
da un generoso spirito dei luoghi.
Da Selino, che, dopo lo scavo del traforo
per la fonte, è tornata l’acqua dell’infanzia,
il paese è, a quell’ora fresca, ancora
dentro un’ombra avvolta, un velo
che ogni minuto lume perfora,
e alle sue spalle è un rosso fuoco,
un vecchio oro
di passione dell’inizio. Non c’è,
mentre nel palmo delle mani bevo
per un avìto prestito o decoro,
alcun indizio del ricadere in una
stasi di generazioni, in una rinuncia
atavica. E, pure, dico “grazie” a quel poco
di luce originaria, a quel che vedo
e che ieri vedevo. Calmo, rientro
nei possessi che l’occhio raduna.

N.B. I toponimi/prestiti/pretesti talora evocati sono relativi a località del versante ionico del messinese, in particolare, alla Valle d’Agrò, a Casalvecchio Siculo, al territorio circostante, a cominciare dal monte Vernà, uno dei rilievi dei Peloritani.

Pubblicato da: enrico de lea | ottobre 11, 2015

#tre quartine#

                                           Presto, finché la lingua esiste (Rodolfo Wilcock)

Arance all’insalata smezzavano la mattina,
dalla zia sarta smorzavano taglio e cucito –
strambottavano sul compare e la vicina,
motteggiavano sulla prossima con lo zito.
15 MARZO 2015

Comprare pane e pasta per cuzzola
da donna Ninetta e don Carmelo, al forno
salendo all’Annunziata, dopo l’icona,
con l’olio il sale il gusto raro del ritorno.
15 MARZO 2015

Ripartire dal sangue, dalla voce dei morti,
riconoscerli in coro da dietro il muro
confinario, nel presente dei forti.
E scavare il passato per mordere il futuro.
19 MARZO 2015

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