“La furia refurtiva”, letta da Giacomo Cerrai

Riporto due note di Giacomo Cerrai, apparse a suo tempo sul suo ricchissimo sito “Imperfetta ellisse”, relativamente a LA FURIA REFURTIVA (allora inedita , ora per Vydia editore) e ad una sezione di essa (Da un’urgenza della terra-luce).

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(Mercoledì, 14 gennaio 2015)  Enrico De Lea – La furia refurtiva (inediti o quasi)

Enrico De Lea mi manda questo “manoscritto” che, da quel che ho capito, sarà il contenuto di un libro che verrà. Non del tutto inedito, dato che qualcosa si è già letto in rete, altro è stato ospitato in antologie o riviste e una delle sezioni (Da un’urgenza della terra luce) era già uscita a stampa nel 2012 (e ne avevo già parlato brevemente su IE – v. di seguito). Altri testi, prima separati (come i voli che trovate in uno dei post precedenti) sono stati uniti insieme. Un libro quindi che nasce dall’esigenza di raccogliere spunti, ispirazioni, tentativi espressivi altrimenti dispersi. E di fare anche, in un certo senso, “antologia” di sé. Poiché ho scritto in almeno tre occasioni sul lavoro di De Lea, rimando volentieri a quelle note (…), dato che credo che alcune delle cose segnalate rimangano sostanzialmente in piedi. In particolare, anche in questa raccolta, mi sembra di ritrovare:

  • una ancora marcata prevalenza del linguaggio come autentico “personaggio” della scrittura, come cordone ombelicale, ancora di salvezza, ragione di poesia, recupero di identità e altro ancora, come ad esempio il ri-radicarsi in una cultura che è “sua” ed insieme altra, lontana, irriproducibile. E quindi sostanzialmente nostalgica. Ma qui la lingua, se possibile, si fa ancora più alta, a tratti solenne nel suo incedere, quasi aulica.
  • un marcata assenza di qualsiasi influenza o ispirazione di carattere per così dire urbano. Questo concetto si lega da una parte a quanto detto sopra, dall’altra a quella “distanza” che segnalavo nelle note precedenti, distanza tra terra natia e terra di lavoro, distanza tra culture (e marcata dall’acculturamento dell’autore), distanza geografica, distanza tra linguaggio “normato” e linguaggio emotivo e degli affetti. Di concerto, il paesaggio non può che essere quello della terra natia, non certo quello lombardo (e il paesaggio è espressamente richiamato dall’esergo di Willem de Kooning: “Poi giunge un momento nella vita in cui si esce a fare una passeggiata, semplicemente. E si cammina nel proprio paesaggio”). Ancora, quindi, il nostos, inteso in senso – qui – più ampio.
  • all’opposto della distanza (ma non in maniera contraddittoria) c’è anche qui quell’ “avvicinamento” (alla cose, ai luoghi, agli emblemi, ai simboli) che marcava Da un’urgenza della terra luce (rimando ancora a quella nota), come un accostarsi di bolina a una riva familiare e indimenticata, un’Itaca perché no, che si vede avvicinarsi o riallontanarsi per qualche malevolo capriccio degli dei. Scrivevo allora: “Va da sé che ad ogni radicamento (od ossessione) corrisponde uno spaesamento, un luogo anche mentale in cui si “sta” ma non si “è”, un luogo che si cassa accuratamente dalla propria poesia e forse dalla propria biografia perchè la felicità è “laggiù” e “a quel tempo”. E da questo punto di vista la poesia di De Lea, se posso azzardare, è decisamente antimoderna o se volete felicemente strapaesana”. Lo confermo, precisando, se non fosse chiaro, che per quel che mi riguarda si tratta di un elemento di valore aggiunto.
  • una ancora forte “condensazione” (sì, proprio in senso freudiano) del linguaggio nonchè dell’immaginazione e del ricordo, continuamente ricostruito fino forse a “reinventarlo”, che fa sì che i testi talvolta acquistino un’aura onirica, come qualcosa di sognato in quell’area speciale che è la creazione poetica, collaterale e in conflitto con il quotidiano, segnato invece da una lingua d’uso, corrente, normativa.
Certo la scrittura di Enrico si è ulteriormente raffinata, asciugata ancora. Il suo rinnovamento e la sua “novità” (che però si allunga ora nel tempo) è sostanzialmente quella di una riscrittura in chiave moderna di una tradizione e di elementi culturali che proprio in terra di Sicilia hanno i loro fondamenti e i loro predecessori. Ri-scrittura talentuosa che in questa ipotesi di libro (che ha un’evidente carattere antologico) trova anche altri registri, altri paesaggi, altri fiati lirici, come nella sezione “Pause e licenze” nella quale anche si ammorbidisce l’asperità di una lingua che altrove ricerca un sapore arcaico o locale proprio in funzione del “ritorno a casa”; e una scrittura che torna talvolta ad essere “sottoposta – scrivevo altrove – al regime carcerario della forma chiusa, del metro, della rima”, dimostrando una innegabile capacità di utilizzare in chiave moderna i “contenitori” (“frottole”, ottave, distici “a dispetto” ecc.). Insomma con un ventaglio di chiavi che vanno da una “lingua non facile”  (S.Aglieco) che a volte mi ricorda Marina Pizzi e il suo precipitato verbale, a stupefacenti eco di Gadda (“Dalla consistenza della mappa / arborea s’affranca il causativo / ciottolo”), segno e conferma che per De Lea la lingua è materiale plastico e insieme nume tutelare e mito originario da cui è lecito aspettarsi (lui, noi) l’inaspettato.

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(Giovedì, 15 novembre 2012 )  Enrico De Lea – Da un’urgenza della terra-luce

Enrico De Lea, di cui ho parlato in un paio di altre occasioni qui su IE, mi manda questo smilzo fascicoletto edito dall’Associazione culturale “La luna” (2011), di cui è direttore letterario Eugenio De Signoribus. Dieci brevi testi in tutto, una “sequenza poetica”, come ama chiamarla l’autore. Un termine ormai consueto nella poesia contemporanea, che anch’io in altre occasioni ho adottato, che sta a significare la rinuncia al poemetto, ad un’unitarietà che ormai non è di questo tempo frammentato, e insieme la volontà di aggrapparsi ad un filo di senso (o tòpico) che attraversa il nostro sentire e il nostro scrivere e in qualche modo quei frammenti riconnette.
Dice De Lea, dimostrando una perfetta consapevolezza del suo lavoro: “Sono testi – aventi come prestiti/pretesti fisici la costa e l’entroterra dell’area ionica prossima allo Stretto di Messina – con cui si tentano, forse da una distanza, profili di progressivi avvistamenti ed avvicinamenti ad una terra-luce, attraverso una parola arcuata tra passo collinare, bracciata e marea raggiunta o fuggita, un ossessivo, costante identificarsi coi luoghi resi luce e con la luce resa lingua e materia amata, una mitografla ctonia e naturale, in cui insiste anche la storia personale e collettiva”. Per altra via Enrico poi mi parla di “fantasia di avvicinamento ai “luoghi” “.
Mi è sempre piaciuta questa idea di avvicinamento, perchè da una parte suggerisce curiosità ed esplorazione, dall’altra implica un destino, quello cioè  – come nel paradosso dell’eleate Zenone – di un raggiungimento della meta mai definitivo. Tòpos quindi per me potente, a maggior ragione se lo si accosta al “luogo” (tòpos per eccellenza), area (non necessariamente fisica) in cui l’uomo si riconosce e forse si radica per sempre, costruendo quindi la sua propria “religio”.
Il radicamento mi sembra una delle costanti di De Lea, anche senza arrivare alla “ossessione” a cui egli stesso accenna. Ne avevo già parlato, mi sembra, a proposito di altri suoi lavori (v. QUI), in particolare “Ruderi del Tauro”, in cui – dicevo – c’è (a livello conscio e inconscio) una vera mitologia delle radici, dove tra l’altro il linguaggio ha un ruolo particolare, legando e insieme tenendo a bada le cose. Va da sé che ad ogni radicamento (od ossessione) corrisponde uno spaesamento, un luogo anche mentale in cui si “sta” ma non si “è”, un luogo che si cassa accuratamente dalla propria poesia e forse dalla propria biografia perchè la felicità è “laggiù” e “a quel tempo”. E da questo punto di vista la poesia di De Lea, se posso azzardare, è decisamente antimoderna o se volete felicemente strapaesana.
Ma qui c’è anche uno sguardo “doppio”, sia nel senso di cattura e resa della “luce”, sia del suo essere nel contempo esterno e interiorizzato, nonchè diacronico, poiché la distanza geografica o quella dislocazione che segnalavo in “Ruderi” spostano l’esperienza nel tempo e agiscono potentemente sul nostos e sul mito. Al doppio occhio, quello fisico e quello non solo memoriale e “distante” ma che  (anche) rielabora in soggettiva, bastano lacerti di realtà o vaghe suggestioni percettive per imbastire un quadro solidamente intramato con il linguaggio. Un occhio che non disvela frammenti di concretezza o li usa come correlativi oggettivi, ma che semmai ingemma quei frammenti in un pensiero o appunto in una nost-algia, che alla fine non è di De Lea ma è universale poichè il lavoro di “fasciatura” nel linguaggio degli elementi ispirativi è così accurato che l’io, in questi testi, si eclissa del tutto.

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DUE RIFLESSIONI

La poesia e lo spirito

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(ripropongo in un unico testo, con alcune variazioni, due mie rifessioni apparse nel 2014 e nel 2015 sul mio blog, Da presso e nei dintorni, e sul sito Carteggi letterari)

I.

“Poiché i versi non sono – come crede la gente – sentimenti; essi sono esperienze”.
A suo tempo, arrivai a Rilke ed al suo “Malte” per il luminoso tramite delle traduzioni e degli scritti critici di Giame Pintor, e poi di Furio Jesi, meteore intellettuali e morali, la cui scomparsa da giovani lascia forse immaginare e rimpiangere un diverso presente.

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Essere Giufà

Una figura dell’immaginario mediterraneo (maschera di sempre, non di un Carnevale che ignoriamo), con la sua arte di buonanulla e di saggio, di stupido e di geniale, è spesso in ciascuno di noi.
Nel tempo dell’infanzia in Sicilia capitava di sentirlo citare, Giufà, con le sue prodezze o trovate di eterno ingenuo, e dai racconti o cenni di adulti ed anziani emergeva quest’archetipo anarchico di un radicale No (anzi uno NZHU!, pronunciato muovendo lentamente, ma decisamente, mento volto occhi verso l’alto), quest’essere un nulla delle cose che smentisce il nulla delle convenzioni/convenienze sociali.
Ecco, inventiamo (anche nel senso latino dell’ inventio, del ritrovamento) sempre un nostro irrinunciabile Giufà, nell’esigenza (nel dovere, forse, tuttavia poco consono al Giufà delle varie tradizioni mediterranee) di una parola che azzeri le forme tradite e tramandate, le esalti nella loro forza originaria, riaffermando la verità radicale delle cose ultime.
Giufà, o Giohà, o Nureddin Hojià, nelle varie scansioni mediterranee (dalla Sicilia ai Balcani, dalla Turchia alla tradizione ebreo-sefardita etc.) è un fondo il gemello solare del melvilliano Bartleby, che osa il no dell’irrisione attraverso un sì dell’esagerazione, dell’estremizzazione della follia normativa dell’assetto sociale. In fondo, l’arte di Giufà, in apparenza solo il culto dell’ozio, vuole (ma “vuole” davvero?) essere (meglio: accade che sia) in realtà l’esaltazione di una maschera di verità che smascheri.

Le verità passeggiate

(ripropongo un testo già apparso sul blog di Giacomo Verri, nella sua rubrica sui libri “tanto amati”)

°°°

Mi fa piacere scrivere della passeggiata, anzi de La passeggiata, di Robert Walser, in uno con la mia, le mie passeggiate di un tempo e poi di ogni tempo, in fondo.

La mia ciclica, ripetuta passeggiata in un villaggio che so bene – in un paese dove non mi trovo per caso, ma perché non mi ci stacco neanche essendone lontano ad almeno un giorno di viaggio -, a un certo punto della mia vita s’incrociò felicemente col racconto di questo geniale, svagato e jemenfoutiste grafomane svizzero.

Non vi dirò il nome della mia Bienne, un borgo siciliano di collina di fronte al mare, dove però passeggiando, per lo Zorio o la Badia, sul Bastione o nella Piazza Vecchia, dove tutto “può avvenire, e io credo che in realtà sia avvenuto”.

Leggervi, con La Passeggiata, quanto avrebbe potuto darmi ogni passeggiata per il paese, tracciando una traccia di consapevolezza nella confusione dei diciannove anni, la durezza del mondo nella leggerezza svagata e disillusa, il raggiungimento di quelle “verità passeggiate” che mio padre, senza conoscere Walser o Musil, aveva conquistato senza darlo a vedere.

Walser, Rilke, Kafka, il loro barocco mitteleuropeo, e poi i boemi Seifert, Holan, Hrabal, mi avevano guarito da un certo inevitabile regionalismo (l’illuminismo sciasciano mi aveva fino a quel momento dato fondamenta solide, credevo), per farmi approdare ai grandi disillusi cosmopoliti siciliani Cattafi e Ripellino.

Ma, a parte tale inciso da lettore, Walser mi era diventato un invisibile familiare. Le passeggiate di mio padre, ancor più delle mie, sapevano certo cogliere, nei particolari della fontana dell’Acqua Ruggia (in realtà l’Acqua di Ruggero II) e dei capperi che vi crescevano sopra, l’incanto a portata di mano, perché si poteva vedere tutto sempre con occhi nuovi e trattare il mondo in modi nuovi, malgrado la vanità del tutto.

E così l’ironia anticlericale di Carmelo Nicolino, che irrideva al culto idolatrico dei santi, diventava poesia quando serio si commuoveva elogiando l’armonia della Grande Mente che tutto sovrastava e amorosamente abbracciava.

Si andava in giro per il paese, annusando gli odori più forti, di frittole, vino, stoccafisso, acciughe. Strambottando magari sull’ultima tresca amorosa, ma senza scandalo, perché anch’essa era bellezza.

C’era spazio, nella luce che accarezzava le case ed i volti, per la poesia – ed io mi ci ritrovavo con Walser, barocco d’oltralpe, speravo almeno candido come il giovane Lo Schiavo, bracciante in Cristuri, che, superata la nostra valle alla volta della Bafìa per la visita di leva, si cuntava, ebbe a chiedere e a chiedersi: “ma allora il mondo continua?”.

 

Olona

Alla curva del fiume, all’intravisto
e torto suo corso sottostante,
canale a metà perso si rivela
dalla sua nascita per le tessiture,
tra casamenti e traffici non cessa
ogni remoto senso, dal contorno
accettabilmente umano, il muro,
o il vuoto, sopraggiunto, senza soste
un muco né storia né natura.
Da una sospensione meridionale tuttavia
si sperava in un memento vitale
inaudito, da sibilate sillabe di futuro,
da maestranze intemerate e discoste
dal trafugamento di qualche giorno.

(dalla raccolta inedita “Anime di carne”)