Pubblicato da: enrico de lea | novembre 21, 2017

breve e forse comica iscrizione

Farsi improvviso del silenzio,
in forza di un’astrazione, ma vicina vicina, la detta anima
e, certo certo, ancora prossima agli umori che nel passo
poco fuori della contrada abitata, stradella, carrareccia
s’intrecciano, nulla a che vedere con lo spirito –
del tempo, della storia, per non andare in alto, in alto –
e a modo usuale ci sia posto per l’insperata incarnazione.
Così, senza nominare, senza evocare, scendere
alla dimensione dei muri a secco, con le mani.
Sperare, insieme, in una breve e forse comica
iscrizione nel passo del paesaggio, riapparso in una notte.

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Pubblicato da: enrico de lea | novembre 15, 2017

Solchi

Si osano solchi della fonda terra,
Segni del sangue della vita vera,
Si traccia in una tregua, in una guerra
La strada del rifugio per la sera.

Alla fontana ci si disseta, specchia,
Rinviando all’indomani il colpo secco
Temuto, al caldo mite della casa vecchia
Risuona come il calcio di uno scecco.

Pubblicato da: enrico de lea | ottobre 18, 2017

il senso

Il senso deciso, ultimo delle cose, come un vento
Ladro, nascosto e feroce, con destrezza,
A un’ora qualunque, al preciso inatteso momento,
Così da smarrire il tempo in una brezza.

Pubblicato da: enrico de lea | ottobre 12, 2017

Gloria

La malinconia finale del Generale
sconta il perché dopo tanta gloria,
a Lepanto i galeotti decisero la Storia,
ma era dentro, dice al suo teschio, il vero male.

Pubblicato da: enrico de lea | settembre 20, 2017

morsi

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Sempre. Ci sono giorni.
Ne parli. Ci ritorni.
Giorni in cui si ricorda.
Vi accade che un morso morda.

***

Per favore, tu dimmi della notte.
In quale ombra a vuoto rotei gli occhi.
Io a nuoto l’attraverso, navigo per rotte
che annoto. Col conto dei rintocchi.
 

Ripropongo la recensione (originariamente uscita su “paneacqua”, rivista online non più operativa), di MICHELE ORTORE, della sequela/poemetto “Da un’urgenza de lla terra-luce”, apparsa nel 201 nei quaderni d’arte de La Luna, nella collana diretta da Eugenio De Signoribus, ed ora inserita nella raccolta La furia refurtiva -Vydia editore (e.d.l.)

***

All’interno della collana di poesia ed arte “Paesaggi”, curata da quello che forse è il nume più importante della poesia italiana contemporanea, ovvero Eugenio De Signoribus, il poeta siciliano Enrico De Lea presenta una raccolta-lampo di dieci testi: come suggerisce il titolo, un’urgenza coesa e intensa, un ventaglio di componimenti grazie a cui iniziare a conoscere la poetica di un autore che ha già diverse opere all’attivo (l’ultima, pubblicata pochi mesi prima di quella di cui vi parleremo, è Dall’intramata tessitura, Smasher Edizioni) e uno stile raffinato, riconoscibile, denso di riferimenti culturali.

Cominciamo subito dicendo che nella lettura di Da un’urgenza della terra-luce, nonostante le difficoltà nel penetrare la superficie porosa dei versi per afferrarne la ricchezza del contenuto, si sperimenta il vero piacere del trovarsi davanti al prodotto ben fatto, al manufatto in cui tanta cultura e tanta esperienza di vita sono diventati i cirri sottili di un’opera talmente cosciente da non dover più ostentare sé stessa: metà nuvola e metà scultura. Si procede tra i versi senza strappi, calandosi poco a poco nei tempi intimi e personali di un’immaginazione descrittiva, solitaria, quasi omerica per il ritratto fluido dei paesaggi e la cura nel restituire le ritmiche solenni eppure quotidiane delle terre cui appartiene. Come scrive Sebastiano Aglieco nella postfazione al precedente Ruderi del Tauro (L’arcolaio editore, 2009): «Il tutto nello sfondo – ma anche in memoria – di ruderi di città, di torri di avvistamento, luoghi di custodia, sbaragliati per sorte di Necessità antica, dea imperscrutabile e necessaria che i siciliani ben conoscono».

L’atmosfera dei versi di De Lea, come suggerisce Aglieco, somiglia al cammino di un pellegrino in cerca dei padri atavici, che alimenta le attese con l’ascolto del vuoto, in un paesaggio sulfureo e gramo di risposte. Tuttavia De Lea decide di non porsi nel tono salmodiante della preghiera -nel suo senso più vasto, anche laica-, ma di inseguire la precisione e la nettezza del rintocco: molti versi brevi, anche se non brevissimi (settenari, ottonari, novenari) con rare escursioni in eccesso; ma soprattutto un accostarsi di elementi colti sempre nella loro singolarità senza storia, senza mai la tentazione di legarsi in una narrazione. Il primo componimento della raccolta, ad esempio, introduce subito a questo millimetrico spostarsi dello sguardo (cinque versi su sei sono, non a caso, in enjambement), a questo disegnare mondi non con la forza di una visione spalancata, ma per parossistica lentezza e tenacia: «S’accosta, da un’urgenza / della terra-luce, nell’oscuro strappo / della volta, nel tremante / saluto della mano, / sul dorso un rossore / di nerbo, ustione, nutrimento».

Da un’urgenza della terra-luce è un’opera calcarea (aggettivo frequente e importante nella poetica dell’autore), perché frappone piccole ma enormi densità di attenzione, come se vedessimo tutto con gli occhi di una bestia non troppo più alta del suolo, il muso e lo sguardo chino, a conoscere la realtà da quel ristretto (ma puntuale, coraggioso) campo visivo. Per evitare fraintendimenti: in realtà la poesia di De Lea respira storia, perché nasce da un orizzonte mitico; ma proprio perché mitica, si tratta di una storia che s’intuisce nella temperatura dei versi, nel ritmo dello sguardo; non viene mai evocata direttamente, come se affrontarne il volume etereo significasse corromperla. La necessità antica dei siciliani, per De Lea, sta tutta vicino a Messina e allo Stretto, nell’area ionica che al poeta ricorda l’infanzia ma soprattutto le ustioni di una terra in cui memoria e sangue sono indissolubili («l’impasto familiare di sangue e seme», VIII). Una memoria, rispetto ai precedenti lavori dell’autore, ancor meno antropomorfa, simile a un muschio invisibile posato sulle rocce e i calcari: gli elementi umani trovano spazio solo in un paio di testi (in IV, ad esempio, si affacciano «Case con luminose udienze»), ma anche nella presenza non segnalano mai uno iato dal paesaggio; si sciolgono subito nel tutto, tanto da far pensare di non essere mai stati davvero umani, ma soltanto antropiche metafore del naturale -da cui allora non sono mai davvero nate! Eppure il paesaggio si aggruma in antri e si spacca in fenditure, come non saziato da sé stesso: forse è per le «attese di una luce intera» (VIII), forse è per le assenze in attesa di essere assorbite («Il selciato di mastri scalpellini, / forse provenienti da altre valli, e poi svaniti come un popolo / di voci», IX), o per l’ineluttabile contraddizione di un’eredità che si concede solo a patto della rinuncia («concede eredità, rinunce / agli avi, ai successori», X).

E torniamo all’impressione da cui siamo partiti: da una parte la tranquillità che avvolge la lettura, grazie alla sapienza diluita nella costruzione di versi che si portano dietro tanti libri e tanti autori (Bartolo Cattafi, solo per citarne uno); dall’altra l’inquietudine di una vicinanza alle cose talmente insistita da spaccarsi, da rivoltarsi in metafisica, la metafisica di una poesia che sa e vuole rimanere ignota, come ci è ignota l’essenza del calcare e dell’arenaria. Una duplice genetica da cui nasce forse l’urgenza del titolo: per cercare nella pulizia del testo quell’equilibrio che, oltre i confini della pagina, sfugge con troppa velocità.

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Enrico De Lea, Da un’urgenza della terra-luce, Ass. Culturale La Luna, 2011

Per acquistare il libro, è possibile scrivere alla Segreteria dell’Associazione Culturale La Luna – e-mail: lyciaa@libero.it, specificando nell’oggetto “all’attenzione dell’Ass. La Luna”

Pubblicato da: enrico de lea | settembre 10, 2017

Boschi di Boemia

Nei boschi di Boemia, nel nome di confine
L’edulcorata, quasi innocua fine,
Ci si inoltra la notte in neri viaggi,
Ci si accuccia nel buio, come ostaggi.

Pubblicato da: enrico de lea | settembre 1, 2017

dalla media estate

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*
Per caso andavamo, io, in un sonno assorto,
Io e mio padre la domenica mattina,
All’approdo dei pescherecci al porto,
A una manna di pesci, all’altomare prossimo
al centro di Messina.
*
In collina eravamo bianchi,
Scendevamo al mare con un passaggio,
Risalendo sporchi di sale e stanchi,
I dodici anni un atto di coraggio.

In collina eravamo anche stanchi
Del tempo fermo nel solito raggio
Dell’abitudine, ma col paesaggio negli occhi
Nascevamo sempre a un eterno maggio.
*
I padri archiviavano i torti
nella pace a terrazze degli orti,
una pace a portata di mano,
all’alba, quand’era più piano l’umano.

Pubblicato da: enrico de lea | luglio 10, 2017

Breve lettera dalla frescura

albero

Mi nascondo. Nel fondo dello Zorio, nel catòio più fresco ci possa essere. Per ciascuno il proprio è sempre il catòio più fresco, l’utero più sicuro per l’olio il vino il pane.
Fuori c’è tanto, tanto fuoco. Qualcuno, un maligno – non il Maligno -, ha inteso ucciderci ulivi e pergole, per uno sbenno una guardata un debito un affare perso.
Mio padre l’anno scorso l’aveva salvato il vicino confinante che ci gratta le armacìe per allargarsi; quest’anno abbiamo pulito al raso il campo, che ci puoi apparecchiare e mangiare.
Ma non sai se salvarsi dal selvatico sia il miracolo, perché anche un fuoco diventa selva danzante, perché neanche le case a grappolo possono essere difesa e nido.
Anche il nido muore con ogni albero.

Pubblicato da: enrico de lea | giugno 30, 2017

Guardare sempre dall’alto del commiato

albero
Guardare sempre dall’alto del commiato: si salutino isole-sorelle o la Montagna, o i vortici e le fere tra le due terre nel Canale, c’è sempre questo andare verso l’alto, l’alto di un oltre che smarrimmo.
Così si saluta e si parte, nell’attesa di un ritorno, che sia fatto di nuova luce cui attingere, della stessa luce, sempre uguale e sempre nuova.
Un po’ più a sud della città, in passato, l’alto era il Sant’Elia, il luogo degli anacoreti dimenticati: mio padre mi ci portò, da ragazzo, a raccogliere origano ed asparagi, e, già che c’ero, a gettare l’occhio distratto sulla visione. Anche allora la sera prendeva il sopravvento, perché felicità e distacco erano sposi.

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