Essere Giufà

Una figura dell’immaginario mediterraneo (maschera di sempre, non di un Carnevale che ignoriamo), con la sua arte di buonanulla e di saggio, di stupido e di geniale, è spesso in ciascuno di noi.
Nel tempo dell’infanzia in Sicilia capitava di sentirlo citare, Giufà, con le sue prodezze o trovate di eterno ingenuo, e dai racconti o cenni di adulti ed anziani emergeva quest’archetipo anarchico di un radicale No (anzi uno NZHU!, pronunciato muovendo lentamente, ma decisamente, mento volto occhi verso l’alto), quest’essere un nulla delle cose che smentisce il nulla delle convenzioni/convenienze sociali.
Ecco, inventiamo (anche nel senso latino dell’ inventio, del ritrovamento) sempre un nostro irrinunciabile Giufà, nell’esigenza (nel dovere, forse, tuttavia poco consono al Giufà delle varie tradizioni mediterranee) di una parola che azzeri le forme tradite e tramandate, le esalti nella loro forza originaria, riaffermando la verità radicale delle cose ultime.
Giufà, o Giohà, o Nureddin Hojià, nelle varie scansioni mediterranee (dalla Sicilia ai Balcani, dalla Turchia alla tradizione ebreo-sefardita etc.) è un fondo il gemello solare del melvilliano Bartleby, che osa il no dell’irrisione attraverso un sì dell’esagerazione, dell’estremizzazione della follia normativa dell’assetto sociale. In fondo, l’arte di Giufà, in apparenza solo il culto dell’ozio, vuole (ma “vuole” davvero?) essere (meglio: accade che sia) in realtà l’esaltazione di una maschera di verità che smascheri.

Le verità passeggiate

(ripropongo un testo già apparso sul blog di Giacomo Verri, nella sua rubrica sui libri “tanto amati”)

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Mi fa piacere scrivere della passeggiata, anzi de La passeggiata, di Robert Walser, in uno con la mia, le mie passeggiate di un tempo e poi di ogni tempo, in fondo.

La mia ciclica, ripetuta passeggiata in un villaggio che so bene – in un paese dove non mi trovo per caso, ma perché non mi ci stacco neanche essendone lontano ad almeno un giorno di viaggio -, a un certo punto della mia vita s’incrociò felicemente col racconto di questo geniale, svagato e jemenfoutiste grafomane svizzero.

Non vi dirò il nome della mia Bienne, un borgo siciliano di collina di fronte al mare, dove però passeggiando, per lo Zorio o la Badia, sul Bastione o nella Piazza Vecchia, dove tutto “può avvenire, e io credo che in realtà sia avvenuto”.

Leggervi, con La Passeggiata, quanto avrebbe potuto darmi ogni passeggiata per il paese, tracciando una traccia di consapevolezza nella confusione dei diciannove anni, la durezza del mondo nella leggerezza svagata e disillusa, il raggiungimento di quelle “verità passeggiate” che mio padre, senza conoscere Walser o Musil, aveva conquistato senza darlo a vedere.

Walser, Rilke, Kafka, il loro barocco mitteleuropeo, e poi i boemi Seifert, Holan, Hrabal, mi avevano guarito da un certo inevitabile regionalismo (l’illuminismo sciasciano mi aveva fino a quel momento dato fondamenta solide, credevo), per farmi approdare ai grandi disillusi cosmopoliti siciliani Cattafi e Ripellino.

Ma, a parte tale inciso da lettore, Walser mi era diventato un invisibile familiare. Le passeggiate di mio padre, ancor più delle mie, sapevano certo cogliere, nei particolari della fontana dell’Acqua Ruggia (in realtà l’Acqua di Ruggero II) e dei capperi che vi crescevano sopra, l’incanto a portata di mano, perché si poteva vedere tutto sempre con occhi nuovi e trattare il mondo in modi nuovi, malgrado la vanità del tutto.

E così l’ironia anticlericale di Carmelo Nicolino, che irrideva al culto idolatrico dei santi, diventava poesia quando serio si commuoveva elogiando l’armonia della Grande Mente che tutto sovrastava e amorosamente abbracciava.

Si andava in giro per il paese, annusando gli odori più forti, di frittole, vino, stoccafisso, acciughe. Strambottando magari sull’ultima tresca amorosa, ma senza scandalo, perché anch’essa era bellezza.

C’era spazio, nella luce che accarezzava le case ed i volti, per la poesia – ed io mi ci ritrovavo con Walser, barocco d’oltralpe, speravo almeno candido come il giovane Lo Schiavo, bracciante in Cristuri, che, superata la nostra valle alla volta della Bafìa per la visita di leva, si cuntava, ebbe a chiedere e a chiedersi: “ma allora il mondo continua?”.

 

Olona

Alla curva del fiume, all’intravisto
e torto suo corso sottostante,
canale a metà perso si rivela
dalla sua nascita per le tessiture,
tra casamenti e traffici non cessa
ogni remoto senso, dal contorno
accettabilmente umano, il muro,
o il vuoto, sopraggiunto, senza soste
un muco né storia né natura.
Da una sospensione meridionale tuttavia
si sperava in un memento vitale
inaudito, da sibilate sillabe di futuro,
da maestranze intemerate e discoste
dal trafugamento di qualche giorno.

(dalla raccolta inedita “Anime di carne”)

ancora

in verità, non bastano quelle passeggiate
assieme, altre ne vorrei ancora, e ripetercele
in quest’eterno le parole,
e all’ombra e al sole
godere della frescura che accarezza,
e ancora glorificare la nostra altura
dinanzi al mare, la brezza – tu lo sai, sorridi,
e da queste parti rimani,
fraterno, ieri come domani

resiste, persiste

resiste, persiste, in questa compresenza

d’amore delle voci –

ad ogni chiacchierata, battuta, motteggio,

conversazione, assieme a te, tra noi e tutti voi

(un voi che non ci basta, ché ci ricomprendete

tutti dentro un noi, un noi d’ennesimo abbraccio),

vive il continuo dell’apertura oltre le croci,

la fiumara in piena, del giardino,

verzura, assoluto paesaggio

del nostro comune discorso ininterrotto…