Inserito da: enrico de lea | Giugno 16, 2009

l’ultima poesia di Gabriele D’Annunzio

(Premessa: il Vate, il Retore, il Comandante del Carnaro a parecchi di noi è apparso sempre ostico ed indigesto,… epppure, eppure leggete questi versi…)

Qui giacciono i miei cani
gli inutili miei cani,
stupidi ed impudichi,
novi sempre et antichi,
fedeli et infedeli
all’Ozio lor signore,
non a me uom da nulla.
Rosicchiano sotterra nel buio senza fine,
rodon gli ossi i lor ossi,
non cessano di rodere i lor ossi
vuotati di medulla
ed io potrei farne
la fistola di Pan,
come di sette canne
i’ potrei senza cera e senza lino
farne il flauto di Pan,
se Pan è il tutto e
se la morte è il tutto.
Ogni uomo nella culla
succia e sbava il suo dito:
ogni uomo seppellito
è il cane del suo nulla.


Risposte

  1. nonostante il lirismo sempre alto dei suoi versi
    qualcosa in questa sua riesce a toccare
    anche le corde basse del sentire…
    in quel rodere dei cani, sotterraneo
    c’è tutta la solitudine umana

    ciao Enrico


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