25.
Ascensione del santo solitario
come un padre che si slarga
e libera una luce, contenta
tra gli ulivi. Quanto al pietrame
intorno, chiedersi – puer aeternus –
della perfezionata permanenza
delle case, dei facitori antichi
dall’occhio saldo, dalla mano ferma.
Con un occaso nel restauro
dei segni, con un disegno blando
nella commorienza nostra.
26.
Una nudità inconsueta dei viventi
perviene negli anni al niente
di alcuni mistici. Negli anni
ed all’improvviso, con l’inaspettato
esplodere del vulcano.
27.
Lo zelo della genitura molesta
ci riaccoglie, calca
di demiurghi di nuove ombre,
di mercatanti di venti sterili.
Dall’assolato versante della collina,
una divinità gravida tace negli stasimi
della terra, Gurni Cristuri Briga,
con l’oblìo dell’ansia e del sudore,
senza attesa di frescura e di sostanza,
d’un olio che lenisca ogni freno,
d’una lampa che dia luce ai figli morti.
28.
In un’ascesi che non ha memoria, nulla
del deserto, ma una sorte di arenaria spenta,
col raccolto paterno, col racconto spezzato
in un’arabia di ruderi, nel greto
degli olivastri, nati a salvazione ed a sembianza,
in cima e col teatro celeste, ancora nulla.
29.
Lumi notturni come una corona
cimiteriale, col novembre che taglia
i volti a sera e al sole cuoce. D’una
vita da continuare, d’una pena
e d’una gioia tutta da celare
raccomandano i morti e tutti i vivi
che nessuno osa giudicare, assolti
come la piena dal dirupo.
30.
Ad una notte affida la luce, la voce,
alla morte della fatua vicenda, alla cenere.
Lazzaro della tela, da un maldestro
sonno della stirpe, rinviene un padre,
dall’intramata tessitura, siede e spezza
un pane caldo e versa l’olio dentro.
Tutta la perdita in un tepore di farina.