SICILIA – poesia ed aree d’intervento – l’area messinese ( di Giuseppe Zagarrio)

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Già pubblicato sul blog “Carteggi letterari” (il 27.9 scorso), ripubblico qui un estratto da un saggio-inchiesta di Giuseppe Zagarrio, a suo tempo apparso sulla rivista SALVO IMPREVISTI – N.1 Gennaio-aprile 1975 (EDL)
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L’area messinese

(…)l’area messinese, dove più tipico appare l’interesse per le strutture formali piene, e dunque si afferma una spiccata disponibilità ad accogliere le spinte d’avanguardie (vuoi nazionali che europee e cosmopolite). Non a caso si tratta dell’area dove è maturata l’opera di Lucio Piccolo e con essa la spinta di quel barocchismo (estro, luminescenza, vagabondaggio nel labirinto delle immagini, continuum di espressività, umorosa disposizione all’autoanalisi e alle reazioni interiori) a cui si possono richiamare le varie proposte della più recente poesia messinese: l’amaro cosmopolitano di Bartolo Cattafi, il denso emblematismo figurale di Nino Crimi, l’ambiguo (anti)mitologismo di Melo Freni; e sarebbe giusto aggiungere, per il settore degli sradicati, il visualismo provocatorio di Emilio Isgrò, il funambolismo cittadino di Basilio Reale o quello memoriale di Giuseppe Longo. Qui la condizione è quella di una conoscenza contestativa che risolve i rapporti col chiuso limite della realtà (isolana, ma di un’isola emblematicamente universale) attraverso gli strumenti della fuga, e tuttavia d’una fuga che si garantisce dalle soluzioni evasive nella misura in cui si tiene stretta ai propri connotati ironici. Per noi è proprio questa misura di ironia a determinare la stessa validità di quella poesia; in ogni caso sì affida a tale misura la ragione del nostro maggiore o minore consenso critico. Si prenda ad esempio il recente libro-summa di Nino Crimi (Falce naturale, D’Anna, 1974); ebbene, esso apparirà subito come un itinerario della coscienza poetica, impegnata sul piano
duplice .un’ironia ora svolta come divertito ed estravagante “sorriso” sulle cose ma tale da garantire “accordo” e “confidenza” ora colme attiva denuncia (e autodenuncia), d’una condizione al negativo e tale da coprire di luttuoso colore il vecchio mito solare e il vecchio errore. Si prenda ancora il libro più recente di Melo Freni (Dolce terra promessa, Rebellato, 1974), e subito già nell’ambiguità del titolo (dolce: conte patetico consenso e come dissenso ironico) ci rivelerà la possibilità di una sua dualità strutturale e dunque di resa poetica. In effetti può convincere poco certo pur nobile descrittivismo barocco, che fa leva sui segni:dei cinque sensi (tipo Favole; Falò) o slitta sul piano della partecipazione sentimentalistica (tipo Esilio). Ben. diverso è il linguaggio, della denuncia e dei rifiuto, della struggente visione della storia come “maceria”, “simulacro”, “sabbia”, “oblio” “sudario”, “morte” (e “stretta…nodo…morso” o “ferita…raffica…artiglio”), dunque del giudizio definitivo (Ed è finita) non però della resa definitiva. Se infatti può precipitare il gesto sprezzante e disperato di chi, per troppo di delusione, “all’Oca Morta tutte le sere / sputa sopra le bandiere”, o, ancora, se può risolvere, dall’ambiguita stessa dei termini, il dato attivo in inattivo, ma anche viceversa ( così Aspettando: dove la visione atroce di un futuro negato all’uomo, diventa anche motivo parenetico e avverti il memento gnomico a operare finché si è in tempo). E’ allora che la Sicilia sì impone al di là di ogni mitologia ed. emblematicità esistenziale,con la sua autentica misura storica: di generosa “isola stanca” (che non ha mai respinto “i viandanti / pirati e marinai d’ogni colore”, pertanto meriterebbe finalmente un po’ di “pace”), soprattutto di luogo secolare della pena (dove si ammucchiano “salmi secchi di scirocco” e domina “un vortice d’arsura”, tale da non ammettere se non alternative asciutte e luttuose: “la sola certezza partire / o forse morire”). Con effetti che non si fermano, o non si fermano soltanto, alla rivelazione e definizione negativa, ma vanno oltre e si traducono in presa di posizione e ulteriore invito alla scelta. Gli stessi effetti sono della poesia di Cattafi: dove trovi ancora più accentuati i connotati offerti dal Freni, e dunque più ambigui e ambivalenti i risulta¬ti di resa e validità. Ancora dal titolo del suo ultimo libro (La discesa al trono, Mondadori, 1975); e si veda la condizione di dualità dialettica, che mentre fa del “trono” un segno di culmine processuale, ne forza il locus topografico spostandolo dall’alto, come era semanticamente prevedibile, al basso, cioè abisso profondissimo e inferno o, come sì chiarisce poi nel contesto, “fondo roccioso / aspro inebriante della disperazione”‘ Ancora da qui, dunque, la condizione di interscambiabilità del messaggio cattafiano, il quale può puntare tranquillamente ora sull’aspra ora sull’inebriante, più spesso sull’incontro dei due elementi e con effetti strani e straordinari. Ai movimenti centripeti e centrifughi in un loro continuo vorticare e inseguirsi al di là di ogni possibilità di sosta o di stabilità. E’ così che tutto può diventare materia di noia e rifiuto, ma insieme, e contemporaneamente, di pietà e commozione (si veda Me ne vado). E questo vuol dire, a livello esistenziale, la metafora continua in Cattafi – dell’uomo che tenta la sradicatura dei limiti, in nome di un impossibile e forse assurdo sogno di assoluto. Ma non si scordi l’implicito livello storico che tende a ridurre, a sua volta, la metafora in evento e messaggio diretto. Sì potrà così trovare in un libro cattafiano del ’72 (L’aria secca del fuoco, Mondadori) un’intera sezione dedicata a Lo Stretto; si tratta di un’atroce lezione di rivelazioni sulla storia remota e presente della Sicilia: questa “terra e mare d’eccessi”, dove si può passare “dal nitore del mare alla crosta nei cessi” o “dalla frescura del paradiso alla geenna”: e tutto è frutto di rapine (i rapinatori o “ladroni” di sempre: fenici, greci, romani, ecc. e “piemontesi fascisti americani / ultimi solo in ordine di tempo,..”) e gesto di secolare miseria al cospetto di un’illusoria Fata Morgana o di false bellezze. Che è un richiamo struggente alle responsabilità, dunque un segno di provocazione non inefficace, operato sulle indifferenti strutture storico-sociali dell’isola: e qui non importa poi tanto che sia eccessiva la risposta del che fare fino alle astrattezze moralistiche o addirittura alla risibilità:

“E lasciamolo perdere Mameli / il nostro inno lo suona il marranzano / isolana lamina percossa / da un inutile fiato di dolore (il vero inno però sarebbe l’altro / quello secco scandito bruciante / dei beretta e dei breda presi a loro / per noi per nostro conto / puntati e scaricati su di loro”).

SUONO DEL VENTO PRIMO

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(Pubblico – riveduta, rivisitata – una sequenza di cui sono apparse le prime due composizioni in questo blog, nonché il resto, in bozze poi riviste, sul mio blog “da presso e nei dintorni” – e.d.l.)

1.

Al momento lo sguardo non chiede allo sguardo
dell’alba sul paesaggio posseduto
su un prima e su un dopo, nel tempo di un ritardo,
dove nulla è la notte o la sera di  un saluto,
la canna che riecheggia, il risonante cardo
nel secco dei terrazzi sul limite perduto -
riva sonante d’aria, vi arrivano le voci
le indistinte profferte delle croci…

2.

Prima dei sentieri, il ricongiungersi sordo
ignora la luna del Sant’Elia nel primo chiarore,
le parole hanno il sapore del pane morso
e lasciato indurire, da gettare poi nel pastone
per i maiali, troppo umani, che traversano l’orto
e sotto le Rocche si allarga ogni colore
del mondo, ma ora si…

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Esilio di voce, un libro sinfonico che prelude ad una scelta di silenzio: le infinite pieghe (piaghe) della poesia di Francesco Marotta

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Francesco Marotta ha deciso di mettere interamente in rete in formato pdf  l’ultimo libro “Esilio di voce”, da lui pubblicato nel 2011 per i tipi di Smasher.
Essendo in totale sintonia con la sua scelta di “indipendenza editoriale” e di libertà svincolata da ogni sorta di comunanza pseudoletteraria, vi invito a leggere questo prezioso libro, gratuitamente scaricabile semplicemente cliccando QUI

Mentre di seguito ripropongo la mia nota di lettura a quest’opera a me particolarmente cara.
buone letture.
nc

Esilio e desnacimiento.
Una lettura su “Esilio di voce.

Tracciare le coordinate di una poetica complessa come quella di Francesco Marotta, impone un’attenzione che ripercorra la sua vastissima produzione, con la consapevolezza di essere di fronte a un caso letterario, che non può essere “rivelato” e sintetizzato senza che se ne consideri l’intero e continuo percorso poetico, talmente frastagliato di echi e rimandi, da generare una nuova “scoperta” ad ogni “incontro”…

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Acque reali – di Enrico De Lea

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Enrico De Lea – Acque reali
(Nota di Federico Francucci – in “Atelier” – n. 46/2007
)
Occorrono pazienti, reiterate osservazioni (e vanno messe in conto interferenze – sempre confinanti con l’effrazione — degli strumenti usati nell’esperimento) per intravedere una fessura, una screpolatura nel petroso intreccio di queste poesie; occorre un ascolto prolungato perché le sequenze verbali, le figurazioni ieratiche e i criptici grovigli, rilascino poco a poco scintille, barlumi, tenui tracce di senso respirabile; perché questo severamente arroccato trobar clus conceda un lembo non cifrato, non irrimediabilmente segreto, da cui cominciare l’avvicinamento.
     Innanzitutto l’evidenza, per poi eventualmente darle significato: le Acque reali sono un rompicapo fabbricato con tanta, tanta letteratura. Palese il debito verso un’area, o una specifica declinazione, della poesia ermetica, quella meridionale, tendente al surrealismo — sebbene in De Lea mai d’idillio —, di Gatto, Bodini, forse Sinisgalli, dalla quale risultano prelevate costanti tematiche e stilistiche:…

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incendi

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foglie su foglie
sull’arco della corte
incendiano del verde
di sé stesse piene

quale finestra in alto
altro fuoco contenga,
la nascosta regione dell’astuto
azzurro di qualche visione

sulle distese
dei fazzoletti ventosi di furore
il mare appare muto,
seppure un’eco da lontano
conceda protezione