GIOVANNI (di Bartolo Cattafi)

Un testo di Bartolo Cattafi (L’aria secca del fuoco, Mandadori, 1972), dedicato a Giovanni Raboni.
***
Bell’uomo barbuto
miope mite
poeta regolato da flessibili
fili fantasiosi
d’invisibile acciaio
e fanno tutti capo
alla sua mano destra
mi diede amicizia e lumi
m’insegnò che lottando nell’arena
sono quattro i punti cardinali
e cardinale è ogni punto intermedio
m’insegnò che muovendo un solo dito
si scende fìno al collo in ciò che bolle
m’insegnò la pazienza del conteggio
le bianche tacche nella bruna scorza
di lunghissime verghe l’analisi e il novero dei tropici
le ortiche le bucce le polpe le papaye
tastate al buio
portate spalancate ad una forte
sorgente luminosa
le loro fibre guardate controluce.
A lui
di me più giovane e più saggio
dico grazie
ora che esco dal raggio
dei suoi deboli occhi
per entrare nel più vasto campo
battuto a foglia a foglia
dalla sua forte vista.


Libri & letture al Circolo Cerizza (Milano)


E’ uscito, per le Edizioni Smasher, nella collana “Monografie” diretta da Enzo Campi, che firma la nota finale, con una prefazione di Alessandra Pigliaru, il mio libro di versi “Dall’intramata tessitura”. Per l’occasione leggerò, assieme a Francesco Marotta, Jacopo Ninni ed Enzo Campi (che presenteranno le rispettive opere), mercoledì 9 novembre al Circolo Romeo Cerizza (Via Meucci 2), nell’ambito della rassegna “I MERCOLEDÌ DEL CERIZZA” – a cura di Anna Lamberti Bocconi, Francesca Genti e Luciano Mondini, come tappa milanese del progetto “Letteratura necessaria”, curato da Enzo Campi.
Il libro può essere richiesto cliccando sul link che rimanda al sito delle Edizioni Smasher o direttamente sull’immagine di copertina.

Estratti dal libro sono rinvenibili sui blog letterari La dimora del tempo sospeso e Poetarumsilva.


Letture/4: Gianni Montieri

ATTRAVERSO MILANO

Io Milano l’ho imparata il sabato
nei passi lasciati ai bordi del naviglio
su bancarelle di libri troppo usati
l’ho assimilata nei caffé
bevuti appena dopo l’alba

osservando la fretta un po’ di lato
ho allungato la falcata
ne ho preso possesso in metropolitana
un lunedì qualunque di gennaio
sottoterra amando l’interscambio

le ho voluto bene veramente
quando ho capito
il senso delle tangenziali
compreso che la nebbia ha una ragione
distinto da lontano
il suono che fa il tram.

(da FUTURO SEMPLICE, LietoColle ed., 2010)


note nuove

dall’alto

Nella materia bretone, di corpi
invasi, tuttavia, dal sonno,
renitenze dall’alto al quieto agire,
dalla sponda nascosta attendo barche,
sagome innate dietro, nel canale a mare.
Accampiamo, eremo vigna e sasso,
lo specchio tra l’onda e l’alto monte.

***

impromptu

…seguo, barocco e morto, seguo i monti,
pianeti piccoli a corona, verso il mare -
con l’occhio del passato, con legami
terragni mi sollevo, con mondi da salvare
fatti di pietra, détti che costruiscono
un senso all’ossessivo camminare,
dall’aurora al rosso del vulcano
solfeggio l’aria della valle, la condenso…

***

(prove d’oceano)

Ieri faceva prove d’oceano, lo Stretto:
da ripetuti ieri quell’aria abbranca il petto,
un’altra rema – d’aria – dai monti retrostanti,
aspirata su alture di muschio dell’interno.
Quel mare stretto e gola dell’inferno
apparso alla visione di madri e infanti,
d’altre – gridiamolo – eroiche generazioni,
inabissava nell’oceano di navigazioni
ulteriori, porta stretta d’esilio dell’Italia infinita
sulla terra, la costa della paternità smarrita.

* il primo verso è l’incipit di uno splendido brano, sullo Stretto, di Mangino Brioches (cui chiedo venia per il “prestito” e dedico).

***

(certezze)

tra inventare e inventariare un mondo,
so per certo
che stirpi di serpi
scesero dalle Rocche dei titani -
divenendo umani,
subietti a altoparlanti della Storia,
ebbero dèi e un dio in minuscolo
al cospetto,
accesero bracieri per i crocchi
d’anime d’intorno – anime
tutte di carne, dal racconto…


LETTURE/3: Giampaolo De Pietro

Alcuni
uomini sono
esseri serali altri
sanno solo
sciupare tratti al
mattino. Altri
sanno farsi belli
solo agli occhi di
un dio con le loro
stesse chiavi di casa.

DAL SUO BLOG http://gpdd.splinder.com/


LETTURE/2: Anna Maria Curci

Le pareti, una volta

Il giallo inevitabile
para barriera opaca.
Le pareti, una volta
sapevano brillare.

Se le interpello, l’esito
so ormai fallimentare.
Le pareti, una volta
sapevano parlare.

Ottuse? Dal fumo occluse?
Ribelli ex-recluse?
Le pareti e la volta
sanno l’incarcerare.

(DAL VOL. “INCIAMPI E MARCAPIANO”- eD. LIETOCOLLE, 2011)


Letture/1: BALLABILE TERREO, di Laura Liberale (ed. D’If, Napoli, 2011)

Di Ballabile terreo, di Laura Liberale, pubblicato da D’If edizioni, ho avuto la fortuna di assistere ad una anticipazione pubblica, ovvero alla lettura di estratti da parte dell’autrice, nel corso del Premio Miosotis 2010, nella cui occasione il libro è stato premiato.

L’occasione alta di questa silloge-poemetto è fornita dalla scomparsa, per malattia, del padre Alberto, di cui già il titolo “Ballabile terreo”, coraggioso e vertiginoso anagramma del nome-e-cognome, reca traccia, forse testimonio di un legame quasi “plantare” al suolo della terra viva (e il ballo è questo, legame e scioglimento dal peso del legame, affondamento ctonio e trascendere aereo); un ballabile che ci piace rassomigliare al ballabile delle musichette da fisarmonica diatonica dell’antica provincia italiana.

Con l’arma, di seguito a più riprese brandita, di un’apparente ed amara ironia contro la realtà del dolore, sovente oltre le coordinate spazio-temporali, si percepisce al contempo il taccuino di viaggio e il rendiconto ossessivo di una presenza-assenza (Sei tu./La bolla del tuo nome/che ci esplode nelle orecchie), attraverso il tratto memoriale, il canto sommesso, il pianto non taciuto, per giungere senza timore alla voce di una presenza altra, di una compresenza (“O luce che fai strada./O fuoco che non bruci più ma guidi”). La realtà materiale del dolore come evento di un trascendere, già anticipato dai fatti della vita, che appare di una forza espressiva che prescinde dalla “letteratura”, nascendo in modo inconsueto dai legami della vita; la realtà della morte che diviene quello che Aldo Capitini chiamava “la compresenza dei morti e dei viventi”, un concetto di ascendenza indiana (fra l’altro, l’autrice è anche un’indologa della tradizione universitaria torinese che fu Martinetti e di Zolla) che credo sia presente in questi testi, al pari della capacità di commozione creaturale, come dell’attenzione ai nomi come segnature luminose di nascite e e costanti rinascite. In luogo di poesia che produce poesia, in questo libro (come, d’altronde, nel suo precedente “Sari”, dedicato alla figlia) un legame che genera poesia che, a sua volta, miracolosamente, rinnova un legame.

________________

ALCUNI TESTI:

 Per cortesia, ne ascolti il suono:

adenocarcinoma

un settenario, dottore, dunque cantabilissimo.

Senta come s’impone, pagano e orfico

con le sue prime tre.

Come vada poi a strozzarsi sulla quinta

quasi prendesse di sé quel tanto di paura

(se prova a dirlo piano

è lì che in bocca fremono le salivari).

Con le restanti due tutto è compiuto

la chiusa del definitivo.

Ma ha mai pensato che fa rima

con pleroma e aroma?

Che abbia anch’esso tutta una pienezza

l’effluvio di se stesso o qualcos’altro?

Qualcosa che ci sfugge per terrore?

***

 

Qui l’arrotino arriva in auto

megafonando, attento alla dizione

l’elenco delle sue prodezze

(“Ripariamo anche cucine a gas”

è di certo il pezzo forte).

Quello delle mie vacanze piccole

appariva fra salice e cancello

(un quadrato di Oz per l’uomo di metallo

sulla bici trasformata in officina)

in tuta blu, naturalmente

Mulitta, mulitta”

metteva quasi i brividi il rombo della voce

ed era tutto.

Stridevano sulla mola le cicale dell’estate.

E intanto s’affilava ciò che aveva da affilarsi.

 

***

 

(A Maurizio, che ti ha preceduto)

Non giuratemi il dopo.

Una presenza di trecce d’aria e luce

da sciogliervi addosso.

È alla carne che dovevo annodare i miei bambini

per portarne la crescita ogni giorno

come un serto difeso alla madre.

Perciò non giuratemi il dopo.

Mozzatevi le lingue

con la mia mozzata giovinezza.

 

***

 

Percorro il bosco

per il tempo d’un pianto

che non abbia a indebitarsi

con orecchie umane.

E se chiamo mio padre

è perché nel bosco c’è il suo odore

e il nome non disturberà

l’oratoria inane delle foglie.

Poi un capriolo taglia il sentiero

e la sorpresa mozza il pianto.

Il bosco ha dunque pietà di me.

Ha ascoltato la preghiera di mio padre:

Leniscilo il dolore a questa figlia

regalale un miracolo animato”.

 


Nell’oceano (su un incipit di M.B.)

Ieri faceva prove d’oceano, lo Stretto.
Da ripetuti ieri quell’aria abbranca il petto,
un’altra rema – d’aria – dai monti retrostanti,
aspirata su alture di muschio dell’interno.
Quel mare stretto e gola dell’inferno
apparso alla visione di madri e infanti,
d’altre – gridiamolo – eroiche generazioni,
inabissava nell’oceano di navigazioni
ulteriori, porta stretta d’esilio dell’Italia infinita
sulla terra, la costa della paternità smarrita.

* il primo verso è l’incipit di uno splendido brano, sullo Stretto, di Mangino Brioches
(cui chiedo venia per il “prestito” e dedico).


Maria Grazia Calandrone sul Manifesto del 13.7

Nella poesia un alveare di ultrasuoni per tessere la rete della società
È nei versi che si forma quel tessuto di senso senza il quale rimarrebbe solo la scorza del mondo. Riflessioni a margine del dibattito in corso sul rapporto tra poeti e mercato.

Eccomi a ringraziare, da invisibile tra gli invisibili, Paolo Di Stefano e Andrea Cortellessa per i due importanti articoli sulla poesia che sono apparsi sul «Corriere della Sera» di domenica 10 e di lunedì 11 luglio scorsi. Il primo indagava l’evoluzione delle trame sommerse tra editoria e poesia e il secondo, proseguendo il pensiero esposto sul manifesto intorno ai poeti che nel maggio scorso misero provocatoriamente all’asta i proprio ultrainutili manoscritti in favore della cultura a L’Aquila, incoraggia a considerare la valenza conoscitiva della poesia citando le competenze collaterali di certi poeti e nominando finalmente una donna, Antonella Anedda.
Notavo infatti come Di Stefano avesse omesso integralmente la poesia femminile (probabilmente a causa dell’assenza di legami tra poetesse e «potere» editoriale), avvalendosi della sola Alda Merini per sostenere che la biografia del dolore della poetessa avrebbe reso indulgenti i lettori intorno alla debolezza di certi suoi versi. Non possiamo non essere d’accordo: Alda Merini, da un certo punto in avanti, prescindeva quasi dalla propria poesia, poiché incarnava, con l’intero suo corpo esposto, un archetipo della immaginazione occidentale, la invasata e santa fusione di scrittura e vita, insieme a quella tra la carne e lo spirito e addirittura tra la società dello spettacolo e lo spirito, ironica come fu nell’esporre le proprie nude e vive carni all’obiettivo di macchine fotografiche chissà quanto a loro volta innocenti. Ostentazione della carne che, agita da una poetessa avanti con gli anni, smentiva con coraggio e autoironia le rigidissime normative di rimozione dei segni annunciatori della morte proprie della società dello spettacolo. Inoltre, sapevamo tutti che le carni della Merini erano anche portatrici delle stimmate invisibili degli elettroshock. Dunque il gesto di Alda Merini fu un gesto politico.
Viene allora da chiedersi perché una biografia simile, per quantità di dolore e di umiliazioni comminate quale cura feroce del dolore (gli elettroshock), e già politicamente implicata come quella di Amelia Rosselli (figlia, lo ricordiamo, di Carlo Rosselli, assassinato in Francia con il fratello da mano fascista), non sia entrata nella poesia della sua autrice se non esposta da una lingua così personale da essere universale: Rosselli pose in opera una nuova lingua di tutti, il fondamento della lingua poetica delle generazioni future, ma tenne un atteggiamento completamente diverso nei confronti del proprio stato biografico, riversandolo tutto nella parola: tutto il trauma, lo slittamento delle piastre di una monumentale geologia privata di realtà e ossessione, si sono fatte la sua lingua fastosa, fastidiosa e piena di improvvise grida sentimentali, oscene e buffe, incespicanti nella inedita ghiaietta del lapsus, di una feroce richiesta d’amore sbattuta come uno straccio bagnato sulla faccia di chi la legge. Altrove, in altre incaute sterzate di Rosselli, siamo lambiti dalla lingua in fiamme di un insetto osceno.
La risposta a questa differenza di atteggiamento credo si possa individuare nella riflessione che segue: Alda Merini volle gettare il proprio corpo al macero per ribellione alla rimozione operata sul suo corpo dalla psichiatria: avete visto tutti come i corpi degli internati siano corpi disabitati, in cupo abbandono, e dunque la poetessa, giunta ad avere un’autorevolezza grazie al proprio lavoro, volle dar voce all’ormai quieto rogo del suo corpo. Il suo fu un raddoppiamento del gesto poetico, poiché fare poesia è già di per sé un’azione politica, proprio per l’emarginazione dal mercato che hanno evidenziato Di Stefano e Cortellessa, emarginazione tanto più evidente quanto più la cultura degli ultimi vent’anni ha formato l’immaginario visivo bidimensionale delle nuove generazioni, ove i genitori non abbiano tenuta alta la guardia a difendere le altre forme reali, ovvero tridimensionali, della comunicazione. Progresso è evolvere, non sostituire: una piatta immagine in movimento passivo non è una evoluzione della parola.
Dunque io auspico la convivenza parallela delle forme della comunicazione contemporanea, ben sapendo che la poesia è un profilo biologico e dunque ai poeti sarà inevitabile continuare a essere la rete parlante, invisibile e operosissima della società, l’alveare di ultrasuoni dove si tesse quel tessuto di senso senza il quale rimarrebbe soltanto la scorza del mondo, smembrata e priva di legamenti, perché la poesia serve a ricordarci – quando è altissima: a dimostrarci – che siamo tutti la stessa persona.
Il fondamento del fare poesia è una compassione etimologica e primaria, ovvero la identificazione con il bene e il male dell’altro. Come nelle esperienze di premorte: i premorti, tornati alla vita, raccontano che, nel rivivere le scene della propria vita, hanno sentito i sentimenti di tutti i presenti, il bene che hanno dato e il dolore con il quale hanno offeso quando sono stati vivi.
Così il poeta, ove la sua non sia «letteratura», formalismo, guscio sonante del suo solo ego. La poesia non è un’attività letteraria, è una evoluzione dell’io, una sua attività di estroversione, una radicale dimenticanza. Ebbene, credo che mai come oggi questa sia una faccenda memorabile, una dichiarazione di resistenza e, parafrasando Fenoglio, una questione pubblica.


questi, nostri

Questi, nostri -
figli che sono nostri, ma della
terra intera, dentro,
nuovi annunci
alla terra recheranno,
vincono la nostra sera
naturale coi segnali dell’alba,
non sono angeli da voli furenti
verso vette od abissi
dello schianto nel pianto,
delle futili parodie della gloria,
solo angeli quotidiani di passaggio,
ci possono portare il concreto,
duro legame della gioia.


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