Posted by: enrico de lea | Aprile 18, 2008

Le due Americhe

   Non ricordo più da quanto tempo non mi stendevo all’ombra del sorbo, da dieci anni, forse, o molto di  più, il salto oscuro, la timpa. l’accenno di prossimo dirupo, di quasi un’altra vita o di nessuna vita passata. Mio nonno Pietro, trovatello entrato alla ruota della Beata Eustochia di Messina e da lì uscito per avviarsi nella figliolanza vasta di Santo Parisi, che lo destinò a guardare le bestie sotto il Vernà, decise che qui a Filione dovesse crescere l’albero della famiglia, della casa dei Sorbara. Così, piantò il sorbo, la “sorbara”, che crebbe rapidamente fin dal suo primo viaggio in Argentina, forte di una insospettata vena d’acqua che da San Cosimo veniva giù fino a Scopelliti, traversando il terreno scosceso, reso ostinatamente piano a forza di muri a secco.

  Ci ho dormito sotto stamani, nella prima alba, protetto dalle sue fronde minute ma fitte, e al risveglio ho inteso guardare voracemente lontano, dalla collina di Cucco e Filione, come mio padre a sette anni, come il padre che non sono.

  Le due Americhe apparivano a mio padre bambino nei due picchi pizzuti del Capo di Sant’Alessio, che l’alba dello Jonio muta in un gigantesco, eterno sasso d’oro o d’argento (a seconda delle stagioni e delle condizioni del tempo), di cui, vanto degli eruditi locali, avevano scritto geografi di fama, da Tolomeo fino all’anarchico Reclus, come tanti avviluppato nella moda del tour per una Sicilia creduta una viva reliquia greca, sempre fuori dal tempo, dalla storia, dalla reale vicenda degli uomini e dei luoghi.

  Donna Carmela Rocco, “sposata Sorbara”, asciutta madre dolorosa, alla solita, insistita domanda del bambino sulle contrade che vedevano vivere il padre lontano, segnava col dito fisso e sbrigativo, nei due spuntoni rocciosi del Capo a mare, “la Merica grande e quella piccola”, nel primo novecento le due più frequenti colonie dell’esilio delle braccia della gente di Casalvecchio. La sterminata pampa argentina, popolata da vaccari lesti di mano e di coltello (dove Pietro aveva rinunciato a tornare dopo un primo terribile soggiorno nei dintorni del Tucuman) e, al confronto, le delimitate città degli Stati Uniti e del Canada, dove taluno,  messo ai margini dalla mite congrega dei paesani, aveva trovato facile impiego nella Mano Nera, come manovale della minaccia o come vettore di colli scottanti e indicibili: là mio nonno aveva trovato un lavoro di manovale nelle erigende linee ferrate ad Oswego, sull’Ontario, godendo della compagnia d’altri paesani.

  Era là, intendeva persuadere il figlio la donna, in un attimo forse godendo di quella illusione, nel dolore asciutto della distanza, col dito puntato dalla cima di Cucco, da Filione, verso il Capo, che il mare lambiva come in una cartolina illustrata, era là suo padre, “nella Merica piccola”, la vera America, delle città e della ricchezza, e sarebbe certamente tornato appena  possibile, non importava se ricco e prospero, ma col vestito buono da galantomo e l’incedere da padrone del proprio, non più da mitateri, da mezzadro, oppure da uomo di fede  e di speranza, lui che, giunto dal brefotrofio vicino al Monte di Pietà, non era più l’eterno orfano “con solo la Madonna per madre”, com’era solito ripeterci da infante quasi centenario.

   Viveva, mio padre bambino, Luciano Attilio Sorbara, nell’insidioso sogno di un sogno, nel ricorrente incubo di un incubo, dentro un’assenza divenuta un’altra orfanezza senza i segni del lutto, da cui tentava di salvarsi, come avrebbe fatto in futuro da ragazzo cresciuto a dismisura, abile nuotatore nello Stretto, per avventura sorpreso dal crampo improvviso nella rema inavvertita ed inesorabile.

   Ma da qui, ragionava a voce alta il bambino, andare dal padre, vederlo, parlarci, passeggiare attaccato alla sua mano, da questo luogo di collina tra Filione e Pizzo Cucco, oltre il vallone e la fiumara, Pestarrivo, Rina, Fiumara d’Agrò, passando menzi menzi, in mezzo alle campagne, scansando veloce ogni viottolo sentiero mulattiera, così raggiungere la “Merica piccola” sarebbe stato un gioco facile facile, una camminata da ragazzo scaltro, dalle gambe lunghe e forti, un’avventura appena fuori di casa.

***

Questo brano fa parte di una narrazione più ampia che dovrebbe intitolarsi “L’acqua della sarmura”.

Posted by: enrico de lea | Aprile 2, 2008

(lumina et semina in valle d’Agrò) # 25-30

25.
Ascensione del santo solitario
come un padre che si slarga
e libera una luce, contenta
tra gli ulivi. Quanto al pietrame
intorno, chiedersi – puer aeternus –
della perfezionata permanenza
delle case, dei facitori antichi
dall’occhio saldo, dalla mano ferma.
Con un occaso nel restauro
dei segni, con un disegno blando
nella commorienza nostra.

26.
Una nudità inconsueta dei viventi
perviene negli anni al niente
di alcuni mistici. Negli anni
ed all’improvviso, con l’inaspettato
esplodere del vulcano.

27.
Lo zelo della genitura molesta
ci riaccoglie, calca
di demiurghi di nuove ombre,
di mercatanti di venti sterili.
Dall’assolato versante della collina,
una divinità gravida tace negli stasimi
della terra, Gurni Cristuri Briga,
con l’oblìo dell’ansia e del sudore,
senza attesa di frescura e di sostanza,
d’un olio che lenisca ogni freno,
d’una lampa che dia luce ai figli morti.

28.
In un’ascesi che non ha memoria, nulla
del deserto, ma una sorte di arenaria spenta,
col raccolto paterno, col racconto spezzato
in un’arabia di ruderi, nel greto
degli olivastri, nati a salvazione ed a sembianza,
in cima e col teatro celeste, ancora nulla.

29.
Lumi notturni come una corona
cimiteriale, col novembre che taglia
i volti a sera e al sole cuoce. D’una
vita da continuare, d’una pena
e d’una gioia tutta da celare
raccomandano i morti e tutti i vivi
che nessuno osa giudicare, assolti
come la piena dal dirupo.

30.
Ad una notte affida la luce, la voce,
alla morte della fatua vicenda, alla cenere.
Lazzaro della tela, da un maldestro
sonno della stirpe, rinviene un padre,
dall’intramata tessitura, siede e spezza
un pane caldo e versa l’olio dentro.
Tutta la perdita in un tepore di farina.

Dopo avere iniziato a suonare in tenera età, Morrison entra a far parte dei Them, con cui incide un paio di album prima di dedicarsi alla carriera solista e trovando comunque il modo di scrivere già il suo primo classico, “Gloria”. Il suo approccio alla carriera solista avviene con un album capolavoro, ASTRAL WEEKS, nel quale Morrison mette in mostra lo stile di scrittura - fortemente influenzato dal flusso di coscienza- che diverrà il marchio di fabbrica del suo lavoro. A quel disco seguirà un altro album acclamato e forse persino più bello, MOONDANCE, mentre non altrettanto epocali sono HIS BAND AND THE STREET CHOIR e TUPELO HONEY. A far capire che le cose stanno cambiando arriva un album per molti versi enigmatico nella carriera di Morrison: si tratta di SAINT DOMINIC’S PREVIEW, al quale segue di nuovo un buon capitolo, HARD NOSE THE HIGHWAY. IT’S TOO LATE TO STOP NOW è un disco dal vivo che funge quasi da spartiacque nei confronti del periodo misticheggiante e spirituale che morrison inaugurerà di lì a poco: VEEDON FLEECE, A PERIOD OF TRANSITION, WAVELENGTH, INTO THE MUSIC, COMMON ONE, BEAUTIFUL VISION, INARTICULATE SPEECH OF THE HEART e A SENSE OF WONDER sono gli album in cui si assiste all’esposizione di questa vena creativa, mentre un ritorno alle robuste radici della sua musica dimostra di essere NO GURU, NO METHOD, NO TEACHER, una vera e propria rinascita artistica. Seguono album dal contenuto discontinuo: POETIC CHAMPIONS COMPOSE, IRISH HEARTBEAT, AVALON SUNSET, ENLIGHTENMENT, HYMNS TO THE SILENCE, non aggiungono né tolgono molto alla parabola artistica di Morrison. Meglio le ritrovate radici r&b di TOO LONG IN EXILE, mentre si torna alla solita musica con il successivo DAYS LIKE THIS, ampiamente accessibile. THE HEALING GAME vede la presenza in veste di ospite di John Lee Hooker. DISCOGRAFIA ESSENZIALE* THEM FEATURING VAN MORRISON - 1965 con i Them THEM - 1965 con i Them ASTRAL WEEKS - 1968 MOONDANCE - 1970 HIS BAND AND THE STREET CHOIR - 1970 TUPELO HONEY - 1971 T.B. SHEETS - 1972 SAINT DOMINIC’S PREVIEW - 1972 HARD NOSE THE HIGHWAY - 1973 IT’S TOO LATE TO STOP NOW - 1973 VEEDON FLEECE - 1974 A PERIOD OF TRANSITION - 1977 WAVELENGTH - 1978 INTO THE MUSIC - 1979 COMMON ONE - 1980 BEAUTIFUL VISION - 1982 INARTICULATE SPEECH OF THE HEART - 1983 A SENSE OF WONDER - 1984 LIVE AT THE GRAND OPERA HOUSE BELFAST - 1985 NO GURU, NO METHOD, NO TEACHER - 1986 POETIC CHAMPIONS COMPOSE - 1987 IRISH HEARTBEAT - 1988 AVALON SUNSET - 1989 THE BEST OF VAN MORRISON - 1990 ENLIGHTENMENT - 1990 HYMNS TO THE SILENCE - 1991 TOO LONG IN EXILE - 1993 A NIGHT IN SAN FRANCISCO - 1994 THE BEST OF VAN MORRISON, VOL 2 - 1993 DAYS LIKE THIS - 1995 THE HEALING GAME - 1997 THE PHILOSOPHER’S STONE - 1998 BACK ON TOP - 1999 Virgin (dal sito degli Arcimboldi - da ROCKONLINE)

Posted by: enrico de lea | Marzo 5, 2008

(lumina et semina in valle d’Agrò) #16 - 22

16.
Lo sguardo all’ava torna, alla madre
senza figlio. Caffè dell’alba e scongiuro
in faccia al mito che ignora,
sentire di una luce indivisa, piena.

17.
Nei volti si rivelano i volti
di madri e padri, ieri figli
alla fontana dietro il Coro.
Fateci ancora attingere, figli,
proteggeteci, in questo buio,
estinguete una sete
violenta di generazioni.

18.
Il fuoco dalla ferita
improvvisa del mare.
Trema la brocca del latte
sull’infante e sulle poche case.
E poi, dilavaci paternamente,
il mestruo del vallone
a liberarci da ogni colpa,
possessione della terra che abbranca.

19.
Neri suoni a costruire case,
dove l’acqua possiede il corso
dei corpi nell’agire. Nel mistero
della fondazione originaria,
dagli occhi verso oriente
l’ulivo con la vite ed ogni pietra
nell’utile erigersi.
Per vie d’acqua il legname
che tradimmo.

20.
Sabbia da costruzioni in cima,
tempio settembrino delle giovani carni,
le prime castagne con la banda.

21.
Con un sembiante di rappresaglia,
di volto morsicato, appeso, groppo
trattenuto da un sotterraneo immaginato
tra il portale barocco e la gobba eterna
delle colline dinanzi, ad un braccio dalle acque
della visione, è il sonno che precipita
nella coltre meridiana, il tessuto avìto
di calore, da telai nascosti, da richiami.

22.
Ah, segnature, lumi
della presenza, ai padri
in pura contraddizione d’eterni figli, nella valle
invochiamo un’assenza salvatrice
con una voce nascosta, incipitaria
d’una fine di roccia e di calcare.
Una minerale e silente accoglienza,
il tepore delle braccia che si ritrovano.
Il cunto e la canzone della febbre.

Posted by: enrico de lea | Marzo 1, 2008

sulla “class action”

Segnalo un mio pezzo giuridico relativo all’azione collettiva sulla tutela dei consumatori sul mio blog legale-tributario, e, prossimamente, sul mensile “Corriere dell’alto-milanese”.

Posted by: enrico de lea | Gennaio 10, 2008

Il bel verbale (di Sebastiano Addamo)

Verrà (non ti curare) con nitido
rigore di geometria verrà il tempo
docile dell’inventario, ragioniere
asfittico e torvo per l’azienda
da portare avanti secondo le esatte
leggi del mercato computando costi
e ricavi, perdite e profitti, e bisogna
- anzitutto bisogna - riordinare
il giro, eliminare le cosiddette spese
improduttive, pervenire al pareggio
(meglio d’ogni cosa un paio di buoi
macellati freschi e vendere tutto:
lombi, muscoli, sangue e acqua,
la pelle, fegato e budella,
triturare perfino le ossa e farne
concime - vita che dà altra vita - )
e dietro la vitrea esangue angoscia
(in tal nome filosofi eunuchi celano
l’inutile ricerca d’identità) che ti
coglie alla nuca, ma con l’uso di un
poco di ragione - secondo l’accurata
saggezza d’Epicuro - pure per te
arriverà di netto il plusvalore

finalmente perentoriamente
trionfante mostrerai a sconcertati
dèi il tuo bel verbale omologato.

1976

Su Sebastiano Addamo (1925-2000), importante poeta, prosatore e saggista siciliano, in rete è attivo un sito molto ricco di materiale, perciò assai prezioso, tenuto conto che la maggior parte delle sue opere è attualmente fuori catalogo.

Posted by: enrico de lea | Novembre 19, 2007

I DUE PASSANTI (di Corrado Costa)

I due passanti: quello distinto con il vestito grigio
e quello distinto con il vestito grigio, quello con un certo
portamento elegante e l’altro con un certo portamento
elegante, uno che rideva con uno che rideva
uno però più taciturno e l’altro
però più taciturno, quello con le sue idee
sulla situazione e quello con le sue idee
sulla situazione: i due passanti: uno improvvisamente
con gli attrezzi e l’altro improvvisamente nudo
uno che tortura e l’altro senza speranza
una imprecisabile bestia una imprecisabile preda:
i due passanti: quello alto uguale e quello
alto uguale, uno affettuoso signorile e l’altro
affettuoso signorile, quello che si raccomanda.

Posted by: enrico de lea | Novembre 2, 2007

(domande in paese)

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Era pensabile sul luogo un’influenza,
quasi ereticale, di agostiniani, di
residue presenze basiliane,
forti di architetture policrome?
L’acqua della fontana era sufficiente
alle tessiture, ai setifici
di cui scrive l’erudito insano?
L’anacoreta eletto a nuovo patrono
forse rappresentava l’affermazione
chisciottesca del regno del feudo,
l’annichilirsi delle ultime libertà civiche?
O, forse, dalla sua presenza, in alto,
si disponeva la fierezza di un nuovo ceto
di eroi discreti, una massoneria
dello spirito e della rendita agraria?
Al padre ed al bastione, piazza
antemarina, il maggio gaudioso
della smemoratezza che ci peggiora.

* Testo pubblicato il 15 maggio 2007 su “LPELS”.

Posted by: enrico de lea | Novembre 2, 2007

(cartolina)

03_c.jpg 

(alba nello Stretto)

Spirito forse, non ancora mostro,
il terzo millennio a questa soglia
s’appressa d’acque e terre,
lenta bracciata, placido passo.
Solo, nell’alitante tramontana,
il sole arancia diviene,
crepuscolare frutto del sangue - sul mare
dello scenario, la nave disumana…

(Messina)

Lungo il porto, con – sul viso –
l’aria inerte e l’ossesso pensiero:
“e se, nessun preavviso,
giungesse il Traghetto, quello vero?”.

(notizia dai luoghi)

1.
Alterno amazzonico canale,
paesaggio parallelo, non è terra
nitida, celeste, ma acqua astuta,
mezzana di due mari,
dove imbrigliare l’occhio, evitare
Scilla Cariddi i moti sconosciuti
per il nulla bellissimo che incombe.

2.
Oltre Cariddi fu, minna che spande,
c’era un tempo l’Europa, vanamente.
Al di qua, la guasta riva da cui s’esilia
ogni voce, ogni luce, la neutra Messina,
al di qua, inizio e fine di Siclia.

3.
Al primo labile lucore, nella prim’alba,
la percussione il fischio
di un treno al di là della collina
detta Montepiselli – selva forse un tempo,
poi orti entro terrazze sul centro di Messina –
oltre Forte Gonzaga, possente vecchio,
nel solco della valle, popolo assopito, di Camaro.
Alle sei del mattino
la sua eco ovattata trapela,
il suo volare via verso il Tirreno
nell’aria liberata. E coi padri gli anni, coi padri,
via forse in pochi istanti d’alba,
nella luce avara,con quel solito treno…

4.
La notizia
da luoghi malcerti, non segnati
sulle consunte carte.
Fata Morgana, velame dello Stretto,
lente che illude
sotto, l’astuzia dell’abisso,
il passaggio interdetto.

(nello Stretto)

Da sempre sfinito
dal viaggio
quasi infinito
ripiglio coraggio
recito m’offro
in pasto al mito
mi tuffo (con occhi
di ieri lo sfido)
dal traghetto
nell’azzurro astuto
infido
dello Stretto
muto
mi guardo non soffro –
nulla che mi tocchi.

P.S. questi versi, composti nella prima metà degli anni Ottanta, sono apparsi, nella plaquette Esercizi vitali e nella raccolta Pause.
(e.d.l.)

Posted by: enrico de lea | Novembre 2, 2007

(lasciti dell’anacoreta)

santonofrio.jpg 

I.

ci siamo – abbandono la stele, lascio alla vita dei ragni la virtù, sospingo
tutta la memoria dietro il masso muscoso: non c’è mondo,
c’è il rantolo dello sconosciuto,
dell’ignota presenza che non nomino - seppi: nominare è morte e polvere,
ché in questo annullarmi alla congrega vivo, amandola di pura assenza,
come una vitale persuasione, una resa completa…
poi, vederli dall’alto, lumini in moto perenne nel vallone,
sapere di questo amore
che senza abbraccio vede ogni istante,
egoista del trascendere del legno,
offre una specie di ragione che si piega, un’elezione di qualcosa che sorregge
e spegne, accende e polverizza - ora impasto il fango, fratello,
vanamente erigo
muri a secco…

II.

capro sul crinale delle contrade, sino al Sant’Elia che il sole
nascose nella preghiera, ho vituperato i sentieri ed ho mutato
il passo - c’era il respiro della neve e le anime dei morti
che s’addensavano, uccelli che non svernano…
qui, cavavano pietre per le case umane, e oltre l’umano,
che non fu pensato - attraverso il vino dei posteri,
nella sembianza della ricchezza agraria…
ma come la stretta nella lacrima del padre
che non possiede, ma apre alla vallata, alla marina…

* Questo testo è apparso all’interno di una breve silloge, “Acque reali”, pubblicata sul n. 46/2007 di “Atelier”.

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