Sui siti letterari lapoesiaelospirito.wordpress.com (a cura di Gorgio Morale) e www.nazioneindiana.com
(a cura di Domenico Pinto) sono uscte due ampie selezioni di testi dal mio libro Ruderi del Tauro.
Testi da “Ruderi” in rete (NI e LPELS)
Pubblicato in scritture poetiche
Frottola del cainita
Ripubblico un testo uscito su LPELS.***
Se intravedo la luna ed il castello,
ricordo pure il luogo del coltello.
Lo gettai tra roccia e spino, senza cura:
dopo il sangue e il suo grido c’è premura
di cancellare ogni traccia di ferita
e girare un nuovo foglio della vita.
E’ un libro chiuso la casa nella piazza:
del mio nemico cancellai la razza.
Ora, a chi passa innanzi, tutto tace
su quella sera da bestia rapace.
Più non ricordo per cosa alzai la mano
e la premetti con la lama da lontano
sul padre, sulla madre e sulla figlia,
purgando il borgo da quella famiglia.
Ora ritorno, con l’accento straniero,
e ritrovo il paese vuoto e nero:
se ne parlò, nel bar, di quel delitto -
ora è silenzio, anzi, il locale è sfitto.
Pubblicato in in Sicilia in Sicilia, scritture poetiche
un testo su Nazione indiana
Un mio testo (Incerti passi nel paesaggio), scritto all’insegna di escursioni reali e immaginarie nel paesaggio avìto, fa parte di un gruppo di testi di quattrno autori (Isabella Borghese, il sottoscritto, Monica Mazzitelli e Beppe Sebaste), accolti/sollecitati per NI da Francesco Forlani, detto il Furlen, aut verum EFFEFFE.
STA NEL LINK DI SEGUITO:
http://www.nazioneindiana.com/2009/09/09/quattuor-passi-fare/#comments
Pubblicato in contesti, scritture poetiche
A mio modesto avviso – Appunti di poetica, IL VERRI, 2009 (di LELLO VOCE)
Cchiu’ luntana mi staje
Cchiu’ vicino te sento
(Libero Bovio, Passione)
La poesia è un arte che abita il tempo. E che ne è abitata. Quale che sia la sua storia, più o meno dal Quindicesimo secolo in avanti, i millenni precedenti l’hanno formata come arte dell’oralità e l’oralità abita il tempo (e fa risuonare lo spazio).
La poesia è, innanzi tutto, la sua durata, il suo realizzarsi, eseguirsi, performarsi nel tempo, attraverso le vibrazioni della voce del poeta, o di chi, in vece sua, la ‘recita’: troviere, trovatore, o giullare che sia.
Essa percorre il tempo, scorre dentro di esso; l’esistenza di figure come la dialefe, o la sinalefe, la dieresi e la sineresi, (essendo evidente che l’accorciamento, o l’allungamento a cui queste figure presiedono, non è certo di natura grafica, o segnica, ma piuttosto riguarda l’articolazione concreta dei segni, la loro esecuzione nel tempo, il loro ‘decorso’) è la prova inoppugnabile di quanto una poesia sia qualcosa che ha una durata nel tempo, un’esecuzione, un’azione agita con il corpo e con la mente, una disciplina della lingua e delle corde vocali, dei polmoni e del cuore, nel suo realizzarsi in un dato momento, con una certa velocità, con una durata, formalmente decisiva, che divide il suo nascere dallo spegnersi della voce che la esegue.
La poesia è un’arte che abita il suono. E che ne è abitata. La poesia è fatta di una materia precisa, quell’insieme di vibrazioni fisiche ed emissioni sonore che chiamiamo voce. La poesia si propaga. La poesia ha un corpo, corpo mutevole, che rimbalza e si infiltra, che penetra, fa eco, indica, si atteggia nello spazio, lo percorre, la poesia ha dita fatte di vocali e consonanti per battere e carezzare, per stringere e per allontanare, per catturare e per liberare, per coprire e per svelare.
Se per millenni la poesia è stata edificata sulle rime, ciò è accaduto per la sua natura squisitamente sonora e da questo punto di vista la rima e tutte le figure ad essa riconducibili (dall’allitterazione alla cobla capfinida) sono il corpo stesso della poesia, i suoi muscoli, i suoi polmoni, il suo fegato, il suo scheletro, e il suo cuore.
La poesia è un’arte che abita la voce, ne cavalca le onde (sonore), sta sulla loro cresta, sfrutta la loro energia, la loro ‘dinamica’, per trasformarla in una direzione, in un senso, in quello che la critica usa definire un ‘significato’. La voce della poesia è esattamente la voce del poeta, mai il contrario… Parlare di poesia muta, scorporata, puramente mentalistica è, dunque, fare un ossimoro. E’ ignorare la natura stessa della ‘funzione poetica’ (Jackobson) in cui i tratti sovra-segmentali assumono un’evidente significanza.
Parlare del corpo della poesia è invece la nostra necessità impellente. Quella che renderà di nuovo possibile il suo futuro, attraverso il riconoscimento della sue radici, l’auto-agnizione che le ridarà identità e dignità.
E’ la sua ‘durata’ il suo appartenere integralmente al tempo, al corpo, al luogo di chi la pronuncia, al suo ‘presente, il suo essere ‘atto’, che fa sì che essa possa ‘vincere di mille secoli il silenzio”; la poesia è una ‘materia’, una ‘concretezza’ (De Campos), prima che un segno, o un simbolo, e il suo dio è Efesto e non Apollo.
La poesia è un’arte che abita il ritmo. E che ne è abitata. Bisogna eseguire una poesia, anche se la si legge a mente, bisogna agire i suoi accenti, battere il tempo di ogni stress. Solo così quella poesia vive, si svela, perché la poesia è un’arte dinamica e l’immobilità la uccide. Il ritmo della poesia è il risultato dell’intreccio tra le ragioni della forma (e della storia) e quelle del respiro, tra la lentezza e il peso dei significati e la velocità e la leggerezza del suono che li trasporta.
La poesia è un’arte che abita la lingua. E che ne è abitata.
La poesia è fatta di parole e soprattutto delle loro reciproche relazioni. La poesia non inventa solo neologismi, ma neogrammatiche e neosintassi, essa stira la lingua, ne sfrutta tutte le possibilità, fa del fraintendimento, dell’ambiguità del codice, dell’errore, una via per scoprire scampoli di verità, non realizza i sogni, ma dando loro un nome, ci permette di immaginarli, non compie rivoluzioni, ma inventando nuove parole per la rabbia e per il desiderio, ci suggerisce, ogni giorno, che esse sono possibili, immaginabili. Il compito del poeta è, perciò, far sì che le parole comunichino il più possibile, il meglio possibile, nel modo più imprevisto, profondo, il compito del poeta è ‘tenere in esercizio la lingua’, le parole (Pagliarani), o, se si preferisce, valorizzarne, scoprirne le ‘pieghe’ (Deleuze), dar loro una nuova forma in cui possano di nuovo riconoscersi e risuonare.
Durata, ritmo, suono, lingua: queste sono, a mio parere, le forme della poesia. Tutte le sue forme. Perché la poesia è un’arte plurale. La poesia non si scrive, essa si compone. A maggior ragione quando incontra altre arti, come la musica, rinnovando le sue più antiche radici, o altri media, come il video, le immagini, sperimentando sentieri ancora in buona misura inesplorati.
La poesia è un arte del corpo, tanto quanto della mente, e della sua semiotica concreta, non può in nessun caso essere ridotta all’esercizio di un codice muto, né può mai esserle precluso il dialogo con l’altro da sé, perché il dialogo con l’altro da sé è esattamente la ragione della sua stessa esistenza: essa pertiene tanto all’uso della lingua quanto a quello del respiro, tanto alla disciplina della parola quanto a quella della voce.
Essa è sempre se stessa, ma è sempre disposta a trasformarsi nell’altro, a fondersi, a cibarsi e ad essere fagocitata.
La poesia è un’arte che abita i segni. E che ne è abitata. Quale che sia la sua storia, più o meno fino al Quindicesimo secolo, i secoli seguenti l’hanno, per l’appunto, irrimediabilmente ‘segnata’, infettata, ferita, colpita, mutata, l’hanno evoluta, fino al punto che le sue cicatrici sono oggi la forma della sua bellezza e della sua efficacia e dunque essa non è più, non può più essere suono, senza essere prima segno muto. Scrittura. Non può più essere pura oralità, anche se non potrà mai rinunciare ad essere ‘oratura’ (Hagege).
Ma il poeta, poi, scrive sempre ‘con le unghie’ (Haddad) e mai con la penna, il poeta legge sempre con le orecchie (e con la voce) e mai con gli occhi, il poeta immagina sempre con il corpo, e con il ritmo del respiro. La poesia è, insomma, etimologicamente, un ‘fare’.
Il suo andare a capo, nello scritto, è solo il simbolo di un movimento della voce, è l’insegna del ritmo, una notazione ‘temporale’, ma nulla di più. Certo non l’essenza del fare poetico.
La lettura poetica ad alta voce, perciò, non è mai un’interpretazione attoriale, ma piuttosto un’esecuzione, anzi una messa in atto, è una performance. Ma lo è da millenni. Da sempre.
Poesia performativa, multimediale, spoken word, hip hop poetry, jazz poetry, spoken music (come si dice oggi in certi ambienti letterari e musicali di New York, per i casi in cui la lettura ad alta voce si fonde con la musica), però, non solo sono definizioni insoddisfacenti (pleonastiche, o tautologiche, improprie, superficiali, parziali), ma anzi rischiano di indicare strade sbagliate. Se mi ostino a negare ogni altra definizione per ciò che faccio, che non sia semplicemente quella di ‘poesia’, è proprio perché credo che la mutazione delle forme del fare poetico a cui stiamo assistendo non influisca sostanzialmente sulla sua natura e sulle sue caratteristiche.
Oppure, se davvero ci occorre un nome nuovo per tutto ciò, noi quel nome non l’abbiamo ancora trovato. Perché le cose esistono prima dei nomi, anche se poi quei nomi, che sono essi stessi ‘cose’, ne influenzano la natura e la percezione.
La critica attualmente legge (ed è in condizione di leggere) solo due delle forme della poesia: la lingua e, sia pur sotto forma di modello, sia pur trasformando spesso la prosodia in simulazione, affidandosi alla reticenza, quella del ritmo.
Sulle altre non può, non vuole e soprattutto non sa dare risposte. Essa è insomma, letteralmente, ‘critica letteraria’, ma non è ancora capace di essere ‘critica poetica’.
Ma questa sua ‘omertà’ è di grave danno alla possibilità della poesia di raggiungere i propri obiettivi: la poesia, senza la critica, è zoppa, rallenta, va a balzelloni. Ed è stupefacente che, pur di fronte all’evidenza di tante esperienze poetiche che nel mondo oggi intendono la poesia come un’arte della voce, del suono, del corpo, che la mescolano e la fanno interagire con altri media e altre arti, la critica non abbia ancora accettato la sfida di rinnovare radicalmente le sue categorie e i suoi strumenti di analisi e di giudizio. Ma che anzi spesso, almeno una parte di essa, preferisca arrestarsi al pregiudizio.
La poesia è un’arte che abita il mondo. E che ne è abitata. La poesia è un’arte che crea mondi a partire dal mondo. Dunque essa non può ignorare il mondo. La poesia è una dinamica di senso e significato messa in moto dall’energia dell’attrito del reale a contatto con i sogni, le speranze i dolori degli uomini.
La poesia è un’arte che abita il desiderio e la speranza. E che ne è abitata. La poesia è ragione del sentimento e sentimento della ragione, è esercizio della speranza attraverso la lingua, anche quando essa articola la disperazione e l’orrore. Anzi soprattutto allora.
La poesia è il desiderio che non si appaga e che non smette di desiderare, la poesia è ciò che insegna la speranza, ciò che addestra gli uomini a sperare sempre meglio, a scoprire una ‘speranza concreta’(Bloch).
La poesia è un’arte che abita la politica e la storia. E che ne è abitata. La poesia è, dunque, sempre politica perché il poeta senza la polis semplicemente non esiste, e non esiste il senso del suo dire, a meno di trasformare in soliloquio ciò che è strutturalmente dialogo, o, quanto meno, ventriloquio.
La poesia è sempre politica anche quando è poesia d’amore perché mai, come in amore, la politica si realizza, è necessaria, perché l’amore è relazione. La poesia è sempre politica, anche quando è puramente introspettiva, perché nessuna polis potrà vivere a lungo se essa non sarà formata da uomini che sappiano guardare dentro se stessi, tanto quanto sono capaci di leggere le contraddizioni in ciò che li circonda.
Ed essa lo è a maggior ragione quando si realizza in pubblico, quando, cioè, essa ritrova il circolo di una comunità, quando si situa tra la gente, quando il poeta, infine, restituisce al mondo ciò che al mondo ha rubato, per dargli un nuovo nome.
La poesia viva è, insomma, quella che vive già oggi per un pubblico che ancora ‘non c’è’ (Deleuze) ma che essa stessa, prima o poi, farà nascere. Perché la poesia, da sempre, ha nostalgia del futuro, ma colloca la sua speranza nel presente.
Lello Voce
Pubblicato in contesti
La casa dello Zorio
Coltivo sempre i segni del disastro. E qui ci sono arrivato di corsa, come nei vent’anni di vent’anni fa, spedito, tutto d’un fiato correndo in salita per Via Ripida e Via Giordano Bruno, scartando i sassi sconnessi dell’acciottolato e quanto di urticante possa nascondersi tra le erbe spontanee di viuzze sempre meno battute, su, di corsa, fino all’icona in pietra cimino di Sant’Antonio Abate, dove facevano tanto curtigghio all’ombra.
Ci sono tutti, i segni, qui allo Zorio: le case si sono svuotate nel tempo. Tutto è ruzzolato giù verso la marina, da Rina fino alla fiumara. Come un sasso che staccandosi e cadendo tira via il successivo e uno dopo l’altro fanno valanga, il quartiere, come il resto del paese, è rimasto una roccia polverosa e nuda.
Oggi ci arrivo con il mio disastro. Le case sono vuote ed anche la mia casa è vuota. Sia quella in cima al vicolo, di fronte al vecchio calvario, la casa dei miei, di mio padre da ragazzo e poi da vecchio, dei Sorbara, sia la mia casa dentro, inabitata forse da sempre, con fantasmi transitori a illuderla di essere davvero una casa.
Pubblicato in l'arte della sarmura, narrazioni
lumina et semina (in valle d’Agrò)

Lumina et semina (in valle d’Agrò) – poemetto inedito 2007-2008
1.
Quarantena delle madri,
l’impastata notte di carbone e latte,
dietro il Coro, intorno alla fontana
delle mormoranti nostre brocche,
si tace del ritorno dell’acqua
a Selino, dopo anni di secca,
per la prossima festa, per la
devozione dell’urna al plenilunio.
Indugiare, sorelle, ave, nella conta dei morti,
pienamente parlare ed affidare
alla pazienza solare dei terrazzi,
è argento che il vivente strania, una fuga
ed un fiato montano improvviso.
2.
Ancora, una prece per mio padre,
ma l’assenza ha partorito ricche
le sofferenze del nostro canto, ma la presenza
ha avuto un cardine raccolto e una compresenza
abbiamo percepito, non un consumo
del tempo da bestie ruminanti, non
una voce che si sia perduta nella fuga.
Costanza del paesaggio, da Ciappazzi,
ove i morti hanno la luce ultima e aurorale,
e il fiume reca una sinuosa, femminile
grazia della fertilità, ma uccide nel corpo
i portatori, salvi per un giunco, un olivastro.
Dalle piene non una salvezza, ma un rifiuto,
e una perdita è la volontà d’ognuno.
Dove la storia non sia mai rinascita.
3.
Ci si conosce per un nome oscuro nella comunità,
un soprannome preso da una storpia andatura
o da un dileggio di parente odioso, per le madri
resta un affare di secoli passati ed a venire.
4.
Dalla vista della Montagna, ove la vigna ha avuto
un rapido espianto dall’erede esattore,
dalla Traversa dell’avo morto in febbraio
con l’amore del sole declinante nello sguardo,
fuggono ancora i muli e danno allarmi
di morte del freddo beato dei vecchi
alla luce lunare, il sangiuseppe del padre
alla madre del libro della tela.
5.
Fondato sullo storto, farnetico angolo del labbro,
si consegna al passo memore,
al cotto, al nero lavico ed all’arenaria,
spiega nell’estensione del percorso
dalla badia all’orto i lumi come
dispositivi, neri e gaudiosi lumi in valle.
Ma rappresaglia costante al papavero onesto,
ma assedio infinito ed al finito un empio
frutto della morente, della sorgente…
6.
Arrivarci, ai luoghi, e nel cavo una segreta
notizia – la fiera del desiderio d’alba,
anno per anno, con un foro al ciottolo
delle fondamenta, all’orazione un espianto
dell’arma dei monaci estinti, da Cesarea
al greto dei capri e degli ulivi.
7.
Vuoti come ombre, eppure sono
carne che vocifera, corpi di donna o d’uomo
con ogni alibi morale, cogli umori animali.
Per la semente, per la testimonianza
assente – il passo del dominio sui dirupi.
8.
Come una moneta di antico conio
che risuona a terra, nel distico
di un interstizio e lungo il tempo – nel tempio
sconsacrato d’ogni vicolo, senza
che un ciottolo leso e levigato possa
darsi pena della sottostante scure.
9.
L’ascensione dei morti lo affatica,
pavidi santi esausti scosta
dalla vista, allontana – questo drappello
fedele che è la vigna, dopo gli anni
tra i carruggi, le nebbie, i laghi crespi:
elevarsi e a sostegno il mandorlo
il ciliegio il noce a fuoco, col vicino
che devasta anni e zolle, con un volto
d’adulterio che lo fonda.
10.
Ancora i padri, ad accusarci.
Nel numero, nel nome,
nel novero degli anni.
Accusare, dovuto e meritato,
calpestare nel terriccio i favi
col miele fatuo, con l’eterna
diva del fausto falso.
Mercatura del belletto e dell’effetto…
11.
Con la costante abrasione
dei nomi sulle lapidi
procedono inermi al consumo dei giorni.
Giungono in settentrione voci sul paese
abbandonato a pochi vecchi senza ascolto,
ad altri che, irridenti e leggeri lupi,
ne sbranano le miserie, gonfiano e succhiano
la santa minna d’ostentato spreco.
Arriveremo ancora nell’umido dei solai, nelle cantine
ricolme – fuori dall’ingresso ci accucceremo
come cani pazienti, fiduciosi
nel ritorno del padrone e signore della casa.
12.
Dal passo della Granciara,
utero secco, pietra guanciale dei parti infimi.
In tre, questuanti una veglia
sul passato ed in cerca di cave,
di fornaci, di acciottolati miracolosi nella loro persistenza.
13.
In agguato un paternoster sulle labbra,
dalla visione ad oriente
dei santi taumaturghi nel settembre,
dal lazzaretto e dalla pieve
del santo seppellito.
Affidare al mare, senza un nome,
le ombre temibili del sonno,
invocando protezione, madre nera,
all’abbraccio dell’alba.
14.
Tentare l’ascensione
tra i sentieri invasi dalla storia,
dalle siepi di spine trionfanti.
Attrezzare non le mani,
ma il soffio con cui resisti
al sangue, ai graffi,
alle benvenute ferite.
15.
Con occhi ieri accecati
scoprire il verminaio
sotto il pietrame liscio, ora svelato.
Tutto, tutto sia capovolto
delle fatuità del solco seminale.
Tutto, tutto, il dio che vi persuade e tenta.
16.
Lo sguardo all’ava torna, alla madre
senza figlio. Caffè dell’alba e scongiuro
in faccia al mito che ignora,
sentire di una luce indivisa, piena.
17.
Nei volti si rivelano i volti
di madri e padri, ieri figli
alla fontana dietro il Coro.
Fateci ancora attingere, figli,
proteggeteci, in questo buio,
estinguete una sete
violenta di generazioni.
18.
Il fuoco dalla ferita
improvvisa del mare.
Trema la brocca del latte
sull’infante e sulle poche case.
E poi, dilavaci paternamente,
il mestruo del vallone
a liberarci da ogni colpa,
possessione della terra che abbranca.
19.
Neri suoni a costruire case,
dove l’acqua possiede il corso
dei corpi nell’agire. Nel mistero
della fondazione originaria,
dagli occhi verso oriente
l’ulivo con la vite ed ogni pietra
nell’utile erigersi.
Per vie d’acqua il legname
che tradimmo.
20.
Sabbia da costruzioni in cima,
tempio settembrino delle giovani carni,
le prime castagne con la banda.
21.
Con un sembiante di rappresaglia,
di volto morsicato, appeso, groppo
trattenuto da un sotterraneo immaginato
tra il portale barocco e la gobba eterna
delle colline dinanzi, ad un braccio dalle acque
della visione, è il sonno che precipita
nella coltre meridiana, il tessuto avìto
di calore, da telai nascosti, da richiami.
22.
Ah, segnature, lumi
della presenza, ai padri
in pura contraddizione d’eterni figli, nella valle
invochiamo un’assenza salvatrice
con una voce nascosta, incipitaria
d’una fine di roccia e di calcare.
Una minerale e silente accoglienza,
il tepore delle braccia che si ritrovano.
Il cunto e la canzone della febbre.
23.
Mater dolorosa e fiacca,
deipara la mole della madre,
la fata la velata la reina
del ciottolo valgo e d’un sabato tardivo.
Con la scienza capitaria del maggio
all’infanzia del vespero floreale
accadono la costanza dei gelsi
e una seta del ritorno in vita.
24.
Se mendicando il nome del padre
lo benedice, lo raccoglie e geme,
si chiede lungo un viottolo che i sassi
levigatezza assommino al muschio novello,
all’antico seme.
25.
Ascensione del santo solitario
come un padre che si slarga
e libera una luce, contenta
tra gli ulivi. Quanto al pietrame
intorno, chiedersi – puer aeternus –
della perfezionata permanenza
delle case, dei facitori antichi
dall’occhio saldo, dalla mano ferma.
Con un occaso nel restauro
dei segni, con un disegno blando
nella commorienza nostra.
26.
Una nudità inconsueta dei viventi
perviene negli anni al niente
di alcuni mistici. Negli anni
ed all’improvviso, con l’inaspettato
esplodere del vulcano.
27.
Lo zelo della genitura molesta
ci riaccoglie, calca
di demiurghi di nuove ombre,
di mercatanti di venti sterili.
Dall’assolato versante della collina,
una divinità gravida tace negli stasimi
della terra, Gurni Cristuri Briga,
con l’oblìo dell’ansia e del sudore,
senza attesa di frescura e di sostanza,
d’un olio che lenisca ogni freno,
d’una lampa che dia luce ai figli morti.
28.
In un’ascesi che non ha memoria, nulla
del deserto, ma una sorte di arenaria spenta,
col raccolto paterno, col racconto spezzato
in un’arabia di ruderi, nel greto
degli olivastri, nati a salvazione ed a sembianza,
in cima e col teatro celeste, ancora nulla.
29.
Lumi notturni come una corona
cimiteriale, col novembre che taglia
i volti a sera e al sole cuoce. D’una
vita da continuare, d’una pena
e d’una gioia tutta da celare
raccomandano i morti e tutti i vivi
che nessuno osa giudicare, assolti
come la piena dal dirupo.
30.
Ad una notte affida la luce, la voce,
alla morte della fatua vicenda, alla cenere.
Lazzaro della tela, da un maldestro
sonno della stirpe, rinviene un padre,
dall’intramata tessitura, siede e spezza
un pane caldo e versa l’olio dentro.
Tutta la perdita in un tepore di farina.
31.
Ancora un’ascesi del paterno
raccolto, in un’arabia di ruderi
solenni, manca l’abbraccio
che impasta ulivi ed uomini.
Senza che sia risorto il costruttore
del secco casamento, un nulla di pietre
nel greto delle piene, una consolazione
da olivastri, giganti pronti
a nessuna salvazione del morente.
32.
Qui non è segno raro, come
un destino che infine è tanta parte
che scusa, che una madre un padre
restino i vecchi orfani d’un figlio,
di giorno in giorno preso
da un oscuro fuoco e divorato.
In una casa vista dalle Rocche,
estraneità del tempo del cieco,
Biagia e Peppino sopravvissero a Giovanni.
33.
Nuove, forse nuove consolazioni di ciliegi a Mitta,
dai patronali fondi dei Puzzolo, dove l’acqua
riporta, rinascendo a dignità sorgìve.
Non ancora, non più
sapere del caruso e del calcio d’asino
sulla sventatezza accesa. Ci siamo -
è la frescura, l’aria ove
finito ed oltre ci rimbrottano.
34.
La nudità del piede, del calcagno vizzo non conosce
se non il masso, i suoi secchi licheni.
Da Cristuri alla Fornace, a Pragò
l’occhio raccoglie il manto
di cui artefice è il merlo, o la ciaula,
con il seme malfermo nel becco.
La quercia roverella, il bagolaro, invadono
tutte le armacie dell’uliveto ch’era un monte
e un mondo, andato in una fiamma
non di roveto ardente, ma di sperpero deserto.
35.
Lumi, segnali, segni, signature,
semi di luce, sementi del chiarore
illùne, un’assenza nel guscio,
nella vagina asciutta della terra,
insediamo per verba gli atti
dell’ostinazione della presenza vana, liberiamo
lo sguardo, ammutoliamo con i nostri morti.
36.
Remote piante dell’“a poco prezzo”
d’un velo che si squarcia, recante mercanzia
del rimpianto sgranato allo strapiombo
della Granciara, sempre un volto accompagna
ogni ritorno, un canto irriducibile al calcare
della cava obliata, dello scalpello smesso.
Un consenso di sguardi ci contorna
ed una lama bionda dall’oriente.
Ad un commiato prossimi nel vino
che riconsacra il sonno e nuove veglie.
37.
Una riduzione del vento
ad un respiro, ad un silente
bassocontinuo: un’ora piena
di vestigia innominate
s’appressa al sonno meridiano.
Rechiamo ai morti di Ciappazzi
non i fiori, ma le erbe delle alture,
nepitella ruta menta origano finocchio,
ad alleviare il peso del paesaggio.
Amici levano l’occhio ad un saluto -
uguali siamo un prodotto ed una merce.
38.
Nomi d’eremitaggi o di giudecche
abscondite, nomi di possidenze, un vuoto
d’aria nell’incendio, una ricchezza
di fuga nella brezza assicurata
lungo il vallone che porta a Rina.
Chiediamo lumi sul sentiero del pesce.
39.
L’anacoreta chiama tutti,
anche alla distrazione
degli averi, al tradimento
dell’ora presente. Ieri un padre
recita gratitudine del figlio
ritrovato nel ritorno: ieri, padre.
come una corona di sacro spino.
40.
Fontana ultima alla brocca e sorgente,
dove riappare il chiarore iniziale, da
insaccare per risarcire la fine del viaggio.
Aggiungono le madri altre parole,
note, nomi come cose, che premono
tra l’odore prossimo del forno, ostie
somministrate dalle donne,
da deglutire senza masticare
nel paese-altare antemarino.
Nomi da proferire come scale in pietra
che il piede nudo ascolta, divenuto
la leggerezza dell’infamia,
il segno del tradire degli eredi.
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(sensi dell’aria)
Sensi nuovi dell’aria
innanzi agli occhi, da qui al fiume,
giungono alla città
da un monte implume.
Che brezza ai volti, ci riluce
un’aria già montana, mi conduce
un pensiero di te, strepito
a questa mente, inferma rosa,
il fremito
che sempre si dia nuova qui ogni cosa.
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(di sguardi, ancora d’aria)
Per catene di sguardi la giornata
mi si fa innanzi e il primo è il tuo:
lo prendo, lo raccolgo, lo proteggo
dentro il mio – e poi sopra ci leggo
la luce di cui sei capace.
Da una via stretta, d’aria,
in lentissima fuga poi m’avvìo.
Pubblicato in appunti, scritture poetiche | Tag:in versi
“Ruderi del Tauro”, il mio libro

E’ appena uscito il mio libro di versi, “Ruderi del Tauro” (Editrice L’Arcolaio, 2009).
Pubblicato in comunicati, scritture poetiche | Tag:in versi
Sonetto (con cane immaginario e vero)
Sanguinava d’amore nel torrente
asciutto, correndo appresso al cane -
rinviene sempre, in gloria del presente,
le ginocchia ferite, rovina sul pietrame.
Nel chiaro che infuriava, un’ombra assente,
pure nel sole, dietro i lini e le persiane -
quale cane rincorra oscuramente
da un assolato d’epoche lontane,
eterno dubbio, non certo è il cane dei parenti,
forse è l’animale di un rapace ammodo,
il piano ragionato dei violenti,
il legale disbrigo d’ogni nodo.
Talora l’aria richiama quel latrare:
oltre il verde morente, apriva al mare.
Pubblicato in scritture poetiche